1- SQUINZI, MARPIONNE, MONTI: TRE PERSONAGGI CHE SI TROVANO LEGATI DA UN INSOLITO DESTINO. ECCO L’ALTRA FACCIA DELLA BATTAGLIA DI CONFINDUSTRIA POST-EMMA 2- SQUINZI SI TROVERÀ DI FRONTE ALL’ATTEGGIAMENTO DA TENERE NEI CONFRONTI DI MARPIONNE, CHE NELL’ULTIMA FASE DELLA BATTAGLIA ELETTORALE È ENTRATO A PIEDI GIUNTI CON IL SUO ENDORSEMENT IN FAVORE DELL’IMPRENDITORE DEI FRENI BOMBASSEI 3- IMPORTANTE L’APPUNTAMENTO DI DOMANI QUANDO BOMBASSEI RIUNIRÀ I SUOI 82 ELETTORI E SI CAPIRÀ SE L’AMICO DI LUCHINO E DELLA FIAT VORRÀ “FRENARE” OPPURE DARE UN COLPO D’ACCELERATORE PER RIMETTERE IN DISCUSSIONE L’ESITO DELLA VOTAZIONE 4- SUPERMARIO, CHE LA FIAT HA APPREZZATO NEI 5 ANNI (1988-1993) TRASCORSI NEL SUO CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE, E I SUOI MINISTRI LOQUACI COME LA FORNERO O SILENTI COME PASSERA, NON POSSONO PERMETTERSI IL LUSSO DI CHIUDERE GLI OCCHI

Per i due protagonisti della battaglia che ha portato alla presidenza di Confindustria il chimico Giorgio Squinzi, è il momento di mettere a punto le prossime mosse in vista della riunione straordinaria della Giunta che si terrà il 19 aprile per votare la squadra e il programma.

Nessuno dei due sembra avere l'intenzione di introdurre nel lungo romanzo dell'Associazione la parola fine, cioè un gesto così clamoroso da far implodere l'organismo fondato più di cento anni fa. Il discorso vale sia per Squinzi che Bombassei, due uomini divisi nel carattere, ma uniti da storie industriali di successo che credono nella vitalità dell'impresa italiana e vorrebbero rivestire la Confindustria con l'abito da sera affinché sui tavoli e nei confronti dei cosiddetti poteri forti si possa sentire la sua voce nelle decisioni strategiche per il Paese.

Oggi il patron della Brembo riceverà a Milano il premio "Finanza per la crescita" organizzato da Kpmg e Fineurop, e al tavolo si troverà seduto accanto al guru di McKinsey Roger Abravanel e a Giuseppe Recchi, il presidente dell'Eni che la Marcegaglia ha voluto accanto a sé tra i 6 delegati della Presidente.

L'appuntamento importante però è quello di domani quando Bombassei riunirà a porte chiuse dentro l'hotel Radisson i suoi 82 elettori ed è qui che si capirà se l'amico di Luchino e della Fiat vorrà "frenare" oppure dare un colpo d'acceleratore per rimettere in discussione l'esito della votazione.

Sarebbe sciocco pensare che dal suo fronte non arrivino segnali di inquietudine e presagi di rottura. Prima ancora che si arrivasse alla votazione finale Giuseppe Orsi di Finmeccanica aveva dichiarato "o Bombassei oppure ce ne andiamo!", un ultimatum pronunciato da un manager a capo di un'azienda che dentro Confindustria ha fatto poco o niente, ma dietro il quale si intravede l'intenzione di grandi imprese associate di uscire da viale dell'Astronomia.

Prima ancora che si chiudano le porte dell'hotel Radisson per la riunione di domani, i collaboratori più stretti di Bombassei hanno fatto sapere che non c'è l'intenzione di ritirarsi sull'Aventino e nemmeno di imbucarsi in una trincea ideologica sui temi caldi della riforma del lavoro.

L'alternativa è un'altra ed è quella che chiama in causa i cosiddetti "pontieri", cioè mediatori in grado di portare messaggi chiari e forti al vincitore Squinzi.

Non parliamo di ramoscelli di ulivo, ma della volontà di aprire un negoziato che tenga conto di un risultato finale così risicato e garantisca a Bombassei una presenza significativa nella nuova Confindustria. In discussione non è la squadra del presidente per la quale nei corridoi di viale dell'Astronomia cominciano a girare le prime ipotesi. Sarà Squinzi a scegliere il direttore generale per il quale si fa il nome di Giampiero Massolo, il segretario generale della Farnesina.

Il discorso riguarda la prima linea, cioè il Comitato di Presidenza dove oggi siedono 15 personaggi (a cui bisogna aggiungere i 6 delegati della Presidente) ed è qui che Bombassei vorrà pigiare sull'acceleratore per evitare che il nuovo vertice sia monopolizzato da quegli uomini delle imprese pubbliche che fino a prova contraria sono manager nominati dallo Stato.

È probabile che in queste ore l'imprenditore di Mapei stia cercando la colla e gli adesivi per mettere insieme una combinazione virtuosa tra le anime vincenti e perdenti. Dietro il sorriso ostentato nelle fotografie di questi giorni c'è un carattere duro e flessibile insieme. È quindi probabile che forte sarà la sua resistenza ad accettare condizioni che gli impediscano di andare avanti nella sua marcia verso una Confindustria più pesante politicamente e più leggera dal punto di vista organizzativo.

Squinzi si troverà di fronte all'atteggiamento da tenere nei confronti di Sergio Marpionne, il manager dal pullover sgualcito che nell'ultima fase della battaglia elettorale è entrato a piedi giunti con il suo endorsement in favore dell'imprenditore dei freni. Questa è la vera questione, grande come una montagna, che il "ragazzo del ‘43", Giorgio Squinzi, si trova di fronte se non vuole perdere definitivamente per strada la presenza di quella Fiat che nel bene e nel male ha attraversato il lungo romanzo di Confindustria.

Ieri senza mezzi termini il guru del "Corriere della Sera" Massimo Mucchetti ha scritto: "la vittoria di Squinzi segna una sconfitta per la Fiat", e poi si è chiesto: "Sergio Marchionne aveva prospettato un clamoroso rientro se avesse vinto Bombassei. E adesso?".

Da parte sua il futuro presidente di Confindustria, prima ancora di salire sulla bicicletta, ha rivelato a "Repubblica" che da parte di Marpionne sono già arrivati dei segnali: mi vuole incontrare. E di sicuro è importante avere con la Confindustria avere la più importante azienda manifatturiera italiana, poi in un'altra intervista al quotidiano della Fiat ha aggiunto: "non ci conosciamo di persona. Lo faccio volentieri, sarò il presidente di tutti".

Queste le intenzioni di Squinzi che da uomo duro diventa flessibile perché si rende conto del rischio di un'implosione nel caso in cui il manager italo-canadese mantenesse fede alla sua parola di considerare inutile una Confindustria che invece di volare sulle ali di un falco continua ad aleggiare in modo incerto su quelle di un aquilotto.

Ad accelerare la sua decisione di uscire dal teatrino italiano e confindustriale potrebbero contribuire alcuni fattori che travalicano i risultati della battaglia confindustriale. Il primo è la maionese inacidita che si è creata intorno alla riforma del lavoro dalla quale Marpionne, nella sua incapacità di cogliere i mille colori dei camaleonti sindacali e politici, si aspettava probabilmente un esito chiaro e definitivo. La sceneggiata è andata come doveva andare e come Dagospia nella sua infinita miseria aveva previsto parlando di un compromesso al ribasso dai tempi indefiniti che non consente al manager di Chrysler-Fiat di usare il pugno di ferro per rimettere in riga i numeri della Fiat.

Eppure quando quindici giorni fa è entrato nel cortile di Palazzo Chigi alla guida di una Panda rossa con al fianco quel figurino di John Elkann, il buon Marpionne aveva l'aria felice perché sapeva che ad aspettarlo c'era un uomo di valore e di grandi talenti come Mario Monti, che la Fiat ha apprezzato nei 5 anni (1988-1993) trascorsi nel consiglio di amministrazione della Casa automobilistica torinese.

E il suo commento ("un incontro perfetto!") dopo il colloquio di un'ora e mezzo con SuperMario ha avuto il valore di un sigillo ripetuto tre giorni dopo a Bruges quando ha detto "senza Monti non avremmo fatto il piano Mirafiori". Ora è inutile chiedersi in che cosa consista il piano Mirafiori quando si sa che oltre 5mila operai da lunedì fino al 30 settembre 2013 resteranno in cassa integrazione. Ciò che conta è capire se l'incontro perfetto con Monti eviterà la spallata finale alla Confindustria dove è fallita la sponsorizzazione tardiva e plateale dell'amico Bombassei.

La Fiat di Marpionne ha dimostrato da tempo di considerare l'Italia una periferia del mondo e la Confindustria uno strumento da usare soltanto per battaglie oltranziste. La Confindustria di Squinzi ha bisogno invece di non perdere la sua anima industriale e un ruolo sulla scena italiana. Il governo di SuperMario e dei suoi ministri loquaci come la Fornero o silenti come Passera, non può permettersi il lusso di chiudere gli occhi.

Squinzi, Marpionne, Monti: tre personaggi che si trovano legati da un insolito destino. Ecco l'altra faccia della battaglia di Confindustria.

 

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