TELECOM ITALIA IMMOBILE - I SOCI ITALIANI VOGLIONO USCIRE LASCIANDO CAMPO LIBERO A TELEFONICA. CHE PERO' HA LE MANI LEGATE DAL SUO CONFLITTO DI INTERESSI. LO SCONTRO TRA AZIONISTI VERSO IL TRIBUNALE…

Vittorio Malagutti per "l'Espresso"

C'è chi preferisce buttarla sul ridere. «Telecom Italia sembra prigioniera in un labirinto sospeso nel vuoto», dice un banchiere che da un ventennio segue le alterne vicende dell'ex monopolista dei telefoni. E aggiunge: «Forse l'uscita è vicina, ma poi si rischia un salto nel buio».

Una battuta, certo. Esagerata, forse. L'immagine però rende l'idea del groviglio di interessi che da mesi tiene nell'incertezza più assoluta il futuro prossimo di una delle aziende chiave del sistema Paese. C'è un socio forte, la spagnola Telefonica, che possiede le chiavi del controllo di Telecom, ma non può e non vuole usarle. D'altra parte, i tre azionisti italiani della holding Telco, cioè Generali, Intesa e Mediobanca, non vedono l'ora di chiudere definitivamente la partita lasciando campo libero al gruppo di Madrid.

La situazione è paradossale. Il più grande gruppo nazionale di telecomunicazioni, uno dei giganti europei del settore, si trova in una sorta di limbo finanziario. Assomiglia a una nave col timone bloccato. Se la rotta è sbagliata non c'è verso di correggerla senza rischiare di infilarsi in un tunnel di contestazioni e ricorsi.

Nessun problema se Telecom filasse col vento in poppa. E invece la barca guidata dall'amministratore delegato Marco Patuano, appesantita da un debito monstre, deve affrontare un mercato che offre margini di guadagno sempre più risicati. Come dire che questo non pare esattamente il momento migliore per affrontare a suon di cavilli un complicato dibattito sull'assetto del prossimo consiglio di amministrazione, quello che sarà nominato dall'assemblea dei soci di fine aprile.

Eppure, da settimane ormai, ai piani alti di Telecom tiene banco un solo fondamentale interrogativo: chi comanda? Da qui l'estenuante confronto, animato da schiere di consulenti, a proposito del board che verrà. Un board che, su espressa indicazione della Consob, potrebbe alla fine essere composto per intero da consiglieri con la qualifica di indipendenti, cioè svincolati da rapporti d'affari o d'altro tipo con i grandi soci. La situazione appare quantomeno sorprendente, a maggior ragione dopo l'accordo del settembre scorso, quello che, in teoria, avrebbe dovuto spianare la strada agli spagnoli verso il controllo di Telecom.

A cinque mesi di distanza da quell'intesa, accolta in Italia da proteste e lamenti per l'italianità perduta, Telefonica non ha in realtà ancora preso il potere. In compenso regna sovrana l'incertezza.

Per non dire la confusione. Il contratto siglato il 24 settembre dell'anno scorso era stato scritto apposta per lasciare ampi spazi di manovra a César Alierta, il gran capo del gruppo iberico nonché (particolare non secondario in questa storia) amico da una vita di Gabriele Galateri, il manager passato nel 2011 dalla presidenza di Telecom a quella di Generali. In sostanza, le complesse clausole dell'intesa consentivano a Telefonica di guadagnare tempo fino a febbraio 2015. A quel punto, una volta preso il controllo della holding Telco, a sua volta proprietaria del 22,4 per cento di Telecom, a Madrid avrebbero deciso che fare dell'azienda italiana sulla base dell'evoluzione del mercato.

«Non abbiamo nessuna fretta», spiegava un rassicurante Alierta dalle colonne del quotidiano "Il Sole 24 Ore"a novembre dell'anno scorso. Il manager spagnolo, però, non aveva fatto i conti con l'Antitrust brasiliano, il Cade. Il 3 dicembre, neppure un mese dopo quell'intervista, dal Paese sudamericano è arrivato un verdetto destinato a cambiare le carte in tavola. Le autorità di controllo hanno stabilito che Telefonica non può sommare al controllo di Vivo, il suo operatore mobile brasiliano, anche quello di Tim Brasil, che invece fa capo a Telecom. Ne uscirebbe un gruppo troppo forte, tale da restringere in modo significativo la concorrenza danneggiando così i consumatori.

Per effetto di questa sentenza il gigante spagnolo è stato obbligato a fare un passo indietro. Se vuol prendere il comando in Italia deve cedere uno degli asset brasiliani. Nel frattempo - ha stabilito il Cade - Telefonica non deve partecipare ad alcuna decisione che riguardi Tim Brasil. Ecco perché a dicembre, in occasione dell'assemblea dei soci, i due rappresentanti del gruppo spagnolo, Alierta e Julio Linares, sono usciti dal consiglio di Telecom. Nasce da qui l'apparente paradosso di un azionista di comando, quantomeno in fieri, che però non può metter bocca nella gestione della propria azienda.

Come se ne esce? Il problema è proprio che al momento non se ne esce. A bloccare tutto è il conflitto d'interessi tra Telefonica e la sua partecipata italiana. Gli spagnoli hanno in mente di mettere in vendita Tim Brasil dividendola tra gli altri tre operatori sul mercato brasiliano: oltre a Vivo, la Claro del messicano Carlos Slim e Oi di proprietà di Portugal Telecom. Patuano invece, che pure smentisce negoziati in corso, avrebbe ripreso a esplorare la strada di un accordo con il gruppo francese Vivendi, proprietario in Brasile di Gvt, l'operatore di rete fissa destinato a integrarsi con Tim Brasil.

Quest'ultima ipotesi è vista come il peggiore dei mali da Alierta che, comprensibilmente, farebbe a meno di veder crescere un concorrente della forza di Gvt più Tim sul mercato brasiliano. Un mercato, dicono i bilanci, che rappresenta una fonte di profitti elevati e costanti per il gruppo iberico, che invece vede calare da anni ricavi e utili domestici. Lo stesso discorso, peraltro, vale per Telecom Italia, così come per i grandi operatori europei. La crescente pressione competitiva, ovvero la guerra sfrenata delle tariffe, riduce i margini di guadagno delle compagnie.

Nei primi nove mesi del 2013 l'azienda italiana ha visto calare del 10 per cento a livello consolidato il proprio risultato industriale (Ebitda) rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Ma mentre nel nostro Paese il margine si è ridotto del 12 per cento, in Brasile lo stesso dato ha fatto segnare un aumento, senza considerare la svalutazione della moneta locale, del 4 per cento.

Certo, anche in Sudamerica come da questa parte dell'Atlantico, il mercato è sempre più duro. Anche lì i profitti si assottigliano per effetto di un contesto competitivo sempre più serrato e l'impetuosa crescita economica degli anni scorsi sta dando i primi segni di rallentamento. Nonostante questo, però, Telecom Italia non può permettersi di perdere la sua testa di ponte in Brasile. Ed un'eventuale alleanza con Gvt darebbe tutte le garanzie del caso. D'altra parte, per gli stessi buoni motivi, Telefonica non può fare a meno di difendere il suo più importante investimento in America Latina.

Viste le premesse non c'è quindi da sorprendersi se i vertici operativi del gruppo italiano continuano a navigare a vista. Eppure ci sarebbe una grande urgenza di fare qualcosa. Il problema dei problemi resta il debito, 28 miliardi, eredità della gestione dei "capitani coraggiosi" di Roberto Colaninno e poi di Marco Tronchetti Provera. Servirebbe un taglio netto. Una soluzione radicale: aumento di capitale (almeno cinque miliardi) o vendita di attività. Non ce l'ha fatta Franco Bernabè, al vertice per quasi sei anni (2007-2013), pure lui finito nella trappola dei reciproci veti incrociati tra gli azionisti di Telco.

A suo tempo, nel 2007, Generali, Intesa e Mediobanca avevano fatto ponti d'oro a Telefonica. Era un'alleanza di necessità. Un'alleanza a tempo, perché era destino che prima o poi gli investitori finanziari avrebbero lasciato campo libero al socio industriale. La crisi finanziaria e la recessione hanno infine mandato in frantumi ogni possibilità di dialogo costruttivo tra le parti.

L'investimento in Telecom si è rivelato un pozzo di perdite per tutti. Solo che nel frattempo l'azienda aveva quanto mai bisogno di capitali freschi per tenere il passo con l'evoluzione tecnologica. «Chi paga?», era la domanda ricorrente nei colloqui tra i soci di Telco. «Soldi non c'è ne sono», la riposta. I tre soci finanziari, alle prese con lo sboom dei mercati, avevano altre priorità. E pure Telefonica viaggiava in riserva, oppressa da un debito di oltre 50 miliardi.

Peggio, gli spagnoli si sono messi di traverso ogni qual volta è apparso all'orizzonte un possibile investitore terzo disposto a investire nel gruppo italiano. L'egiziano Naguib Sawiris? Bocciato. La 3 di Li Ka-shing, miliardario di Hong Kong? Niente da fare. In extremis si erano fatti avanti dall'Estremo Oriente anche la giapponese Softbank e China Mobil. Si è così arrivati all'accordo del settembre scorso.

Un compromesso che alla prova dei fatti si è rivelato un mezzo disastro. Ne fanno le spese, per l'ennesima volta, l'azienda e i suoi piccoli azionisti, già tartassati da anni di ribassi. Se a giugno Mediobanca e Generali forzeranno la situazione chiedendo lo scioglimento di Telco, così come previsto nei patti, e la liquidazione in titoli Telecom della loro quota nella holding, allora c'è da aspettarsi che gli spagnoli non subiranno gli avvenimenti. Forti della loro posizione di primi azionisti con una quota dell'11 per cento circa, è probabile che i manager guidati da Alierta (ammesso che nel frattempo non abbia perso la poltrona) cerchino di difendersi ostacolando, magari in tribunale, i piani degli italiani. Insomma, non vi illudete: la farsa continua.

 

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