TELECOM-PROMESSO ALL’ITALIANA - GLI SPAGNOLI INVESTIRANNO NELLA RETE E IL GOVERNO NON METTERÀ I BASTONI TRA I TELEFONI – GIOVEDI’ INIZIA L’ERA SARMI-ALIERTA

Massimo Sideri per il "Corriere della Sera"

Telecom Italia (e non solo) ieri ha vissuto una doppia giornata. La prima pre-crisi di governo, la seconda dopo l'annuncio dell'uscita dei ministri del Pdl dall'esecutivo. Solo ieri mattina la stretta sul nome di Massimo Sarmi per il dopo Bernabè sembrava procedere per la via maestra. Il manager che guida le Poste italiane sarebbe stato anche contattato per sondare la sua disponibilità a compiere il passaggio qualora il presidente di Telecom, Franco Bernabè, confermasse le dimissioni nel consiglio di amministrazione di giovedì.

D'altra parte, l'opzione aumento di capitale riservato per fare entrare un cavaliere bianco faceva acqua da più parti. Bernabè aveva tentato questa strada già nel 1999 al tempo dell'Opa di Roberto Colaninno ed Emilio Gnutti, con molto rumore per nulla. Inoltre fermare un socio spagnolo per fare entrare un operatore americano, cinese o un imprenditore egiziano (i nomi sul tavolo erano At&t, H3g o Naguib Sawiris) appariva una contraddizione in termini.

In ogni caso gli spagnoli di Telefonica sanno che sarebbe non solo prematuro ma un errore tattico optare per un manager straniero anche in virtù delle tensioni che l'operazione ha causato. Inoltre, prima che esplodesse il caso Berlusconi, il numero uno di Telefonica, Cesar Alierta, aveva avuto contatti con esponenti del governo italiano - è immaginabile anche con il premier Enrico Letta - per sminare il braccio di ferro che si stava venendo a creare.

La sensazione è che sia stato raggiunto un compromesso (e stiamo parlando sempre delle ore che hanno preceduto la bomba Pdl): il governo non emanerà nuovi regolamenti che potrebbero frenare la salita di Telefonica in Telecom, con l'introduzione di una soglia per l'Offerta pubblica di acquisto «ad aziendam», cioè al di sotto del limite del 30% di mercato, e gli spagnoli garantiranno gli investimenti sulla rete telefonica italiana anche con il supporto di un manager di garanzia.

In questo senso Sarmi sembra riunire tutte le caratteristiche del caso: competenza di settore (viene da Tim e ha lanciato con PosteMobile l'unico operatore virtuale che funzioni in Italia) e capacità di dialogo con la politica. In questi dieci anni ha guidato le Poste sotto governi di centrodestra e di centrosinistra e, in linea con i desiderata di Alierta, è un convinto sostenitore della necessità di lasciare il valore centrale della rete dentro Telecom rilanciando, in parallelo, la telefonia mobile.

Rimane sullo sfondo l'opzione su Francesco Caio, una candidatura più legata alle sue comprovate competenze tecniche in materia e alla capacità di puntare sui progetti, anche se Letta non vorrebbe privarsene visto il lavoro che sta compiendo in tema di Agenda digitale. Certo, è anche vero che l'uscita di Sarmi dalle Poste, dove è anche direttore generale, lascerebbe un altro posto chiave vacante, ma il tema si sarebbe comunque posto in aprile con la scadenza del mandato. Chi conosce Massimo Sarmi sa che il manager non ha mai voluto spingere qualcuno fuori per prenderne il posto. Ma ora le dimissioni di Bernabè risolverebbero il problema alla radice lasciando che la successione possa avvenire senza traumi diplomatici tra i due.

Tutto questo però è stato congelato dalla crisi di governo. Non è ancora chiaro cosa succederà ma, in ogni caso, la posizione degli spagnoli non può che rafforzarsi senza una solida controparte. Allo stesso tempo è soprattutto interesse di Telefonica non lasciare Telecom Italia senza guida. Giovedì l'amministratore delegato Marco Patuano presenterà il nuovo piano industriale. La sua posizione, per ora, non sembra a rischio. Il manager dovrebbe rimanere «in prova» fino alla sua scadenza naturale. La palla, in definitiva, rimane sul piede di Bernabè: se giovedì farà un passo indietro, il partito di Sarmi ha diverse chance di farcela.

 

 

 

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