USCIRE DALL’EURO SI PUÒ: L’ECONOMISTA CHE SPIEGA COME LA GRECIA SI SALVERÀ SENZA MONETA UNICA (E L’ITALIA?)

Ugo Bertone per "Libero"

Uscire dall'euro? Se ne può parlare, finalmente. Proprio quando, grazie all'azione di Mario Draghi (e a gli sforzi dei popoli della cosiddetta «periferia d'Europa») scende la febbre attorno alla moneta unica, il tema della possibile uscita abbandona il girone dell'inferno dei tabù e conquista tribune di tutto rispetto, come «Barron's», il più autorevole magazine finanziario americano, che fa parte del gruppo di The Wall Street Journal.

Il settimanale ospita infatti un lungo intervento di Ross McLeod (ripreso anche sul sito del Wsj), associato dell'Australian University Crawford School dal titolo esplicito: «Come lasciare l'euro». L'ipotesi di un'uscita, attacca McLeod, è associata alla paura di dover affrontare una fase transitoria in cui gli euro potrebbero esser confiscati e sostituiti d'imperio da una moneta nazionale di valore incerto, con la conseguenza di scatenare anni di caos, liti in tribunale o peggio.

Ma tutto questo, obietta l'autore, si può evitare. La Grecia, il Paese preso come esempio, potrebbe reintrodurre una moneta nazionale lasciando al mercato il compito di fissarne il valore. La banca centrale dovrebbe dichiarare la propria disponibilità a comprare euro da banche e privati utilizzando le nuove dracme. Il processo dovrebbe essere volontario ma, dopo un periodo di transizione, le transazioni col settore pubblico dovranno avvenire solo in dracme.

Ma il tasso di cambio? La banca centrale ne fisserà uno iniziale, senza promesse sul tasso futuro. Semmai stabilirà la durata della transizione (tre anni) e la quantità di euro che s'impegna a comprare. Una volta che il sistema supererà la fase di rodaggio e ci sarà una " . quantità sufficiente di nuova moneta, la banca centrale potrà recuperare appieno i poteri di signoraggio della moneta.

Con quali vantaggi per Atene? Mc Leod sottolinea che la ritrovata indipendenza monetaria non risolverà di per sé i guai della Grecia. «Anni di finanza pubblica irresponsabile e di omessi controlli nei confronti del sistema bancario non si cancellano ripudiando l'euro», ammonisce il professore, che vanta una lunga esperienza in materia di crisi, per aver operato in Indonesia come esperto del Fondo Monetario negli anni più duri dell'emergenza asiatica. Ma quel che conta, conclude, «è capire che l'uscita dall'euro non equivale ad una condanna all'inferno: un passo indietro con ordine e senza far drammi è possibile».

Che valore attribuire alle tesi del professor McLeod? Agli esperti l'ardua sentenza. Merita però segnalare che la novità dell'articolo cade in un clima nuovo nella cosiddetta «periferia» d'Europa, stremata dai tagli ai consumi, ma con un orgoglio e un'autostima nuovi.

Prendiamo il Portogallo, che nel 2008 accusava un disavanzo delle partite correnti del 13% del Pil e quest'anno sarà in surplus dell'1 e l'anno prossimo, secondo Citibank, del 3, poco sotto alla Germania. Per ottenere questo risultato, Lisbona ha sopportato sacrifici e penitenza. Ma alla fine, messo a posto il saldo delle partite correnti grazie al crollo dei consumi e all'aumento dell'export, è quasi in regola, ovvero quasi pronto dal fornire la garanzia che preme a Berlino: stare in piedi senza far correre il rischio ai tedeschi di prestare un solo quattrino.

Ma, una volta giunti a quel punto, gli ex poveri potrebbero chiedersi che senso può avere l'appartenenza all'euro, moneta che mette al riparo la Germania dal rischio competitivo di altre economie. In fin dei conti, si può puntare al grande accordo di libero scambio con gli Usa anche senza euro.

Si chiede nella sua nota settimanale Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos: «È possibile che la fine dell'euro, se mai ci sarà, non avvenga con un cataclisma, come si è sempre pensato, ma con l'uscita silenziosa di qualcuno che i compiti li ha fatti quasi tutti e che a un passo dal traguardo, per misteriose ragioni, decide di andarsene? Il Portogallo, questa settimana, l'ha fatto pensare».


2. COME SI ESCE DALL'EURO - ABBANDONARE LA MONETA UNICA NON DEVE NECESSARIAMENTE DIVENTARE UN INFERNO.

Ross Mcleod, traduzione di Henry Tougha per http://vocidallestero.blogspot.it/

L'Eurozona di questi tempi è piena di paesi duramente colpiti e in modo quasi isterico viene accolta l'idea che la miglior strada da percorrere per questi paesi sia di andarsene dal blocco monetario.

La grande paura è che reintroducendo una valuta nazionale un certo paese abbia da ridenominare forzatamente gli asset privati e i debiti. Per aziende, famiglie ed investitori, l'incertezza sul fatto che le loro somme in euro potrebbero essere confiscate e rimpiazzate con una moneta nazionale svalutata può portare a fughe di capitali, caos economico e anni di contenziosi, se non peggio.

Ma c'è un'alternativa alla ridenominazione forzata. La Grecia, o qualsiasi altro paese nell'Eurozona, potrebbe facilmente reintrodurre una moneta nazionale senza generare quei disastri economici e finanziari che sono stati prefigurati fino ad ora - a patto che segua il meccanismo giusto.

Il punto chiave è fissare la quantità iniziale della nuova valuta da emettere, mentre si permette al mercato di stabilire il prezzo al quale essa viene cambiata. In questo scenario, la banca centrale annuncia che è disposta ad acquistare euro dalle banche nazionali, i cittadini greci o chiunque altro, utilizzando le dracme appena emesse per il pagamento. Tutte queste transazioni dovrebbero avvenire durante uno specifico periodo di transizione e dovrebbero essere totalmente volontarie. Cioè non si dovrebbe esercitare nessuna confisca.

Finito il periodo di transizione, il Governo greco dovrebbe utilizzare solo dracme nelle sue transazioni finanziarie quotidiane. Nessuno dovrà essere costretto ad usare le dracme, ma coloro che vogliono effettuare transazioni con il Governo ne avranno bisogno.

All'inizio del periodo di transizione, la Banca Centrale deve annunciare il tasso di cambio iniziale al quale le dracme vengono scambiate con gli Euro, ma non deve fare nessuna promessa esplicita su come il tasso di cambio evolverà in futuro. Il tasso iniziale può essere totalmente arbitrario, così come il nome della nuova moneta.

Ma supponiamo che si tengano lo stesso nome e scelgano, diciamo, 360 dracme per euro, cioè un valore vicino al tasso di cambio col quale la Grecia aveva adottato l'euro e che, assieme al vecchio nome, darebbe alla nuova moneta un senso di familiarità. In termini economici, comunque, il tasso di cambio iniziale è quasi irrilevante.

La Banca Centrale dovrebbe inoltre assicurare l'emissione di una quantità prefissata di dracme durante il periodo di transizione. Questa quantità, nel nostro esempio, sarebbe 360 volte la stima dela Banca Centrale sulla liquidità posseduta dai residenti greci e nei depositi delle banche operanti in Grecia - vale a dire grosso modo la quantità di moneta circolante in Grecia.

La Banca Centrale deve anche fissare la durata del periodo di transizione. Per esempio se fosse fissato a tre anni, ovvero 36 mesi, allora la Banca Centrale dovrebbe annunciare che la vendita mensile di dracme per euro sarà pari ad almeno un trentaseiesimo della quantità totale da emettere durante il periodo di transizione. La quantità mensile potrebbe eventualmente essere maggiore se la domanda fosse abbastanza forte - cioè se la gente acquistasse rapidamente fiducia nella nuova moneta.

Il prezzo offerto per gli euro dovrà essere aggiustato giornalmente per stimolare un flusso sufficiente di vendite di euro verso la Banca Centrale. Le vendite durante il primo giorno potrebbero facilmente essere a zero. Ma nel momento in cui il prezzo di acquisto aumenta, gradualmente le persone sarebbero più disposte a tentare la scommessa.

Alla fine risulterebbe fissato un prezzo al quale corrispondesse una significativa domanda di nuove dracme. La gente si assumerebbe il rischio di un aumento del prezzo degli euro in futuro - cioè che la nuova dracma si svaluti.

D'altro canto c'è anche la possibilità che la dracma si rivaluti, nel qual caso la mancata vendita del proprio stock di euro implicherebbe la rinuncia ad un guadagno speculativo. C'è sempre qualcuno disposto ad assumersi questi rischi, se il prezzo è adeguato.

Una volta che tale prezzo sia trovato, il flusso di dracme verso la cittadinanza e le banche sarebbe grossomodo pari alla quantità minima prevista. Quando la gente inizia a capire che altri operatori e istituzioni finanziarie sono anche disposti ad assumersi il rischio di comprare questi nuovo asset finanziario - il cui valore futuro può soltanto essere indovinato - sempre più persone saranno disposte ad assumersi il rischio. Potrebbe tranquillamente esserci una domanda forte a tal punto che il prezzo offerto per comprare gli euro alla fine si riduca.

Davvero non ha importanza dove alla fine si posizionerà il tasso di cambio. La Banca Centrale prende semplicemente qualcosa (euro) in cambio di nulla (pezzi di metallo o carta con l'etichetta "dracma"). Ciò è noto come signoraggio.

Una volta che ci siano sufficienti dracme in circolazione, al fianco dello "sportello della dracma" creato dalla Banca Centrale si formerebbe un mercato valutario per scambiare dracme con euro, e questo potrebbe alla fine prendere il sopravvento. A quel punto la Grecia si troverebbe nella condizione di avere una politica monetaria nuovamente indipendente - nel bene e nel male.

Il ritorno alla dracma non risolverebbe tutti i problemi della Grecia. Le conseguenze di anni di politiche fiscali irresponsabili, cattive politiche microeconomiche e inadeguata vigilanza sulle banche commerciali non si riaggiustano solamente reintroducendo una moneta nazionale.

Ma è comunque importante capire che abbandonare l'euro non scatenerebbe l'inferno sulla Grecia. Una soluzione ordinata, basata sul mercato, è disponibile se e quando si prenderà la decisione di "accendere la miccia".

Mr. McLeod è professore associato di economia alla Crawford School presso l'Università Nazionale Australiana.

 

 

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