DOVE PASSA TRUMP, LASCIA MACERIE: STA STRANGOLANDO L’ECONOMIA DI CUBA PER COSTRINGERE ALLA RESA GLI EREDI DI FIDEL CASTRO. MA L’UNICO RISULTATO OTTENUTO È STATO FAR SPROFONDARE L’ISOLA IN UN INFERNO: LA BENZINA COSTA 9 DOLLARI AL LITRO, I BLACKOUT DURANO GIORNI E LA MONETA NON VALE PIÙ NULLA – I TURISTI SONO SPARITI, IL CIBO SCARSEGGIA E, PER LA PRIMA VOLTA, APPAIONO I MENDICANTI CHE ROVISTANO NELLA MONNEZZA - AFFAMANDO L'ISOLA, TRUMP E RUBIO VOGLIONO ROVESCIARE IL GOVERNO CASTRISTA MA...
Estratto dell’articolo di Giovannin Porzio per la “Repubblica”
All'aeroporto José Martí c'è solo un taxi. Da quando le principali compagnie aeree hanno sospeso i voli, anche raggiungere il centro dell'Avana è diventato un problema. Alla fermata del guagua, l'autobus, c'è gente che aspetta da tre ore e sono costretto ad accettare la tariffa esorbitante pretesa dal conducente dell'almendrón, una malconcia Plymouth del '57 color pistacchio. Almeno non c'è traffico: con la benzina a nove dollari al litro, le strade sono vuote.
Il carburante è l'arma utilizzata da Donald Trump per strangolare l'economia cubana e costringere alla resa gli eredi di Fidel Castro. La produzione interna di greggio non supera il 40% del fabbisogno e senza le forniture che arrivavano dal Venezuela di Maduro la parabola della Revolución sembra condannata ad avvitarsi in una crisi umanitaria senza precedenti.
Gli apagones, i blackout, un tempo saltuari e programmati, si prolungano per giorni, paralizzando i servizi essenziali, privando case, scuole e ospedali di acqua e corrente elettrica. Montagne di rifiuti si accumulano sui marciapiedi. Le banchine del porto sono deserte: derrate alimentari e beni di consumo scarseggiano e i prezzi si moltiplicano.
Per fronteggiare l'emergenza il governo sta accelerando l'installazione di migliaia di pannelli solari donati dalla Cina, destinati in primo luogo ai reparti maternità, alle sale operatorie e ai sistemi di difesa e comunicazione. Ma al calar del sole nei barrios della capitale è buio assoluto.
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All'hotel Habana Libre, dove Fidel, l'8 gennaio 1959, stabilì il suo quartier generale, le luci sono spente. Non ci sono clienti. Le foto nella hall ritraggono i barbudos in trionfo sull'Avenida del Puerto e uno striscione con la parola d'ordine "Patria o muerte!". Oggi, trovare qualcuno disposto a morire per difendere la Rivoluzione è un'impresa.
[...] la maggioranza dei cubani non si fa illusioni: quasi due milioni, il 20% della popolazione, sono emigrati. Chi resta sogna di partire. [...]
Le casse dello Stato sono esangui.
L'industria turistica esplosa negli anni della presidenza Obama, e fonte essenziale di valuta pregiata, è ormai moribonda. Decine di alberghi, ristoranti, esercizi commerciali e bodegas di souvenir hanno chiuso i battenti. [...]
Cuba aveva superato le ristrettezze seguite alla caduta dell'Urss grazie agli aiuti forniti dal caudillo bolivariano di Caracas, Hugo Chávez.
Ma ora il regime è rimasto senza alleati. Il presidente Miguel Díaz-Canel si ostina a imputare la crisi alla politica aggressiva dell'"imperio norteamericano", senza mai riconoscere gli errori e i fallimenti della Rivoluzione: la mancanza di riforme, la repressione del dissenso, la disastrosa gestione economica, le crescenti disuguaglianze sociali. A farne le spese sono gli strati più poveri della popolazione: chi non ha parenti all'estero né santi in paradiso.
Il peso, la moneta locale, non vale più niente. I risultati ottenuti nella sanità e nell'istruzione sono un pallido ricordo. Per la prima volta si vedono i cubani chiedere l'elemosina agli angoli delle strade e rovistare nella spazzatura in cerca di avanzi di cibo o di lattine da riciclare. Mentre nei quartieri più degradati si diffondono l'alcolismo, la prostituzione, l'abuso di droghe. Una dose di papelito, micidiale cocktail di ketamina e fentanyl spruzzato su una cartina, costa meno di una sigaretta.
Affamando l'isola, Trump e il segretario di Stato Rubio, di origini cubane, sperano di ottenere il rovesciamento del governo castrista. Obiettivo minimo, in vista delle elezioni americane di midterm, le dimissioni di Díaz-Canel. Ma le trattative in corso, con la mediazione discreta della Santa Sede, tra Rubio e Guillermo Rodríguez Castro, nipote del novantaquattrenne Raúl Castro, potrebbero non bastare. Il blocco di potere formato dall'esercito, dalle forze di sicurezza e dal partito è deciso a resistere.
«Magari cambieranno i dirigenti», dice sconsolato il ragazzo che su un triciclo a pedali, nella notte senza luci, mi porta sul Malecón, il lungomare dell'Avana. «Forse metteranno facce nuove. E tutto resterà come prima».














