RIVOLTE SENZA FUTURO – IAN BREMMER: “HONG KONG NON SARÀ MAI LIBERA, PECHINO NON PUÒ LASCIARLA ANDARE PER LA SUA STRADA” – E PER LA TV CINESE LE MANIFESTAZIONI DIVENTANO “GENTE IN PIAZZA PER LA FESTA NAZIONALE”

Paolo Mastrolilli per “la Stampa

 

Xi JinpingXi Jinping

Ian Bremmer non vede molte vie d’uscita positive: «È come l’Ucraina, con la differenza che Hong Kong fa parte del territorio cinese. Da questa situazione non può venire fuori nulla di buono, perché Pechino non è disposta a compromessi. L’unico dubbio è se le forze dell’ordine locali basteranno a fermare la protesta, oppure se il governo centrale manderà l’esercito».

 

Bremmer è il presidente dell’Eurasia Group, una compagnia che fa analisi dei political risk a livello globale, e ha visitato di recente la regione.

Perché la protesta di Hong Kong è simile a quella ucraina?

«La Russia non consentirà mai che l’Ucraina abbandoni completamente la sua sfera di influenza, si tratta solo di stabilire le condizioni del rapporto. A maggior ragione Pechino non consentirà mai a Hong Kong di andare per la sua strada, perché questo comprometterebbe la stabilità nazionale».

occupy central proteste a hong kong 9occupy central proteste a hong kong 9

 

La protesta non ha la forza di far ascoltare la sua richiesta di autonomia?

«Quando ci fu il passaggio dalla Gran Bretagna, Hong Kong valeva il 15% dell’economia cinese, ora solo il 2,5%. Non sono numeri abbastanza significativi da spingere Pechino al compromesso».

 

Perché?

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«Il presidente Xi è un riformatore, ma sul piano economico: vuole che il Paese si evolva, crescendo sulla base di un modello più simile a quello delle economie liberali. Sul piano politico, però, è un accentratore, proprio perché per riuscire nel suo progetto non può permettersi defezioni. Dunque il danno politico di una Hong Kong libera di andare per la sua strada democratica è enormemente più grande dei vantaggi economici che può offrire. Ormai, se uno vuole investire in Cina, può andare a Shanghai, Guangzhou o Pechino. Non c’è più bisogno di passare da Hong Kong».

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Lei prevede il rischio di violenze?

«Finora Xi ha consentito alle forze locali di gestire la crisi. È possibile che ci riescano, e magari la comunità degli affari convincerà i manifestanti a fermarsi. Se la situazione però non si calmerà da sola, Pechino interverrà, e allora esiste il concreto rischio di uno spargimento di sangue».

 

Una nuova Tiananmen?

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«Sul piano politico no, perché i manifestanti di Hong Kong non hanno l’appoggio del resto della popolazione cinese, che li considera bambini viziati e si sente maltrattata da loro. Proprio per questo, però, il governo centrale non può consentire all’ex colonia britannica di dettare le regole, minacciando così la stabilità in tutto il Paese. Se dunque i manifestanti non si fermeranno, Pechino non esiterà ad usare la violenza, anche perché il resto del mondo non può fare granché per fermarla».

 

A metà novembre il presidente Obama dovrebbe andare a Pechino, per il vertice dell’Apec e una visita bilaterale, che era stata presentata come l’occasione per ricostruire il rapporto. Non potrebbe annullarla, come ha fatto con il G8 a Sochi?

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«Non credo. La relazione con la Cina è troppo importante per gli Usa per comprometterla a causa del destino di Hong Kong».

 

Anche se ci fossero violenze come quelle esplose all’epoca di Tianamen?

«Io credo che il presidente Obama, come tutti i leader occidentali, alzerà la voce e condannerà l’eventuale uso della forza, ma senza spingersi alle iniziative prese contro la Russia, che peraltro non hanno avuto grandi effetti fino a questo momento. Il governo cinese, da parte sua, finora ha dimostrato prudenza, non mandando l’esercito nelle strade. Pechino cercherà una soluzione pacifica, ma restando assolutamente ferma sulle questioni di fondo».

 

2 - FOLLA IN PIAZZA E STRADE BLOCCATE? PER PECHINO “È LA FESTA NAZIONALE”

Ilaria Maria Sala per “la Stampa

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Davanti agli avvenimenti imprevisti i media cinesi, e il governo che rappresentano, hanno sempre un inizio lento, alla ricerca della linea ufficiale da seguire. Così, la copertura delle manifestazioni a Hong Kong dagli organi di informazione in Cina è surreale.

Non si può certo ammettere pubblicamente che Hong Kong stia lottando per il suffragio universale e tanto meno che vorrebbe «democrazia». È inammissibile anche mostrare che la regione amministrata da Pechino osi lanciare una sfida così aperta alle autorità locali e nazionali. Così i media sono «costretti» a soluzioni alternative.

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In televisione, per esempio, l’annunciatrice, con un completo arancione davanti alle immagini di una folla che cammina, domenica ha detto sorridendo che «la gente di Hong Kong è uscita per le strade per celebrare la giornata nazionale del 1° ottobre», con una scritta in sovrimpressione che diceva che «Hong Kong sostiene il programma di riforme elettorali annunciato dal governo».

 

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Un universo parallelo, la cui finzione può essere mantenuta in vita solo con una strategia censoria raddoppiata: per due giorni infatti gli utilizzatori cinesi di Instagram si sono trovati nell’incapacità di accedere ai loro account, dato che il servizio ora è inaccessibile come lo sono Twitter, Facebook e YouTube, fra gli altri.

 

Ma non basta: una direttiva governativa inviata ai provider di Internet intima di eliminare dalla rete tutto quello che riguarda Hong Kong. Chi ha un abbonamento a un Vpn (network privati per «scavalcare» il muro di censura, tecnicamente illegali in Cina ma piuttosto diffusi) denuncia invece che in questi giorni la connessione sia molto lenta e intermittente.

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Il «Quotidiano del Popolo» in un editoriale, ha dato per ora le prime indicazioni su come il governo centrale intenda affrontare le proteste: di nuovo, accusa un «piccolo gruppo di estremisti e forze straniere ostili» (fra cui mette anche la stampa estera e Twitter) di aver plagiato gli studenti. Ovviamente neanche una riga sulla massa di persone che ieri era in piazza per difendere non solo la democrazia, ma lo stile di vita stesso di Hong Kong.

 

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Il problema, per Pechino, si fa urgente: domani, festa nazionale, coincide con una settimana di vacanza che milioni di cinesi passano abitualmente a Hong Kong. E se chiudere la frontiera (tutt’ora esistente) è impensabile, l’idea di mostrare ai propri cittadini migliaia di dimostranti pacifici che chiedono libertà e democrazia è altrettanto inquietante. Per questo, ora che la violenza si è rivelata controproducente, si prova con le maniere più dolci cercando di convincere «Occupy Central» a tornare a casa.

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