germana stefanini

L’INCREDIBILE STORIA DI GERMANA STEFANINI, L’UNICA DONNA UCCISA DALLE BRIGATE ROSSE - LA “SECONDINA” DEL CARCERE FEMMINIILE DI REBIBBIA AVEVA 57 ANNI QUANDO FU AMMAZZATA DALLE BR NEL 1983 – ORA RICORRONO I 40 ANNI DA QUEL DELITTO E NESSUNO SI È PRESO LA BRIGA DI RICORDARLO, FORSE PERCHÉ COMMESSO NELLA FASE DECADENTE DELLA LOTTA ARMATA - L’INCREDIBILE REGISTRAZIONE DEL PROCESSO PROLETARIO: “NUN PIAGNE , TANTO NON CE FREGA UN CAZZO!”. E LEI, DISPERATA: “VE L’HO DETTA LA MIA VITA, PERCHÉ VE LA DOVETE PRENDERE CON ME?

Estratto dell’articolo di Giovanni Bianconi per il “Corriere della Sera”

 

busto di germana stefanini 2

Il cadavere fu riconsegnato nel bagagliaio di un’auto, come cinque anni prima quello di Aldo Moro. Ma stavolta la vittima era molto meno famosa, e persino inattesa: una signora di 57 anni che i giornali dell’epoca definirono «anziana», vigilatrice del carcere femminile di Rebibbia addetta al controllo dei pacchi per i detenuti, nubile, di origini umili e popolari. Una secondina, si diceva allora. 

 

Assassinata a Roma il 28 gennaio 1983. Si chiamava Germana Stefanini, ed è l’unica donna uccisa perché bersaglio designato del terrorismo rosso in Italia […]. Ma nonostante questo triste primato, Germana Stefanini ha faticato e fatica ancora oggi ad uscire dall’anonimato.

 

È rimasta una tra tante, mai o quasi mai ricordata anche a quarant’anni esatti da quell’efferato delitto, commesso nella fase ormai discendente della lotta armata in Italia, quando non c’era più nemmeno il flebile collegamento con le pulsioni rivoluzionarie degli anni precedenti. E le azioni dei sedicenti guerriglieri incutevano solo terrore. 

germana stefanini

 

A rivendicare l’omicidio fu un piccolo gruppo vicino alle Brigate rosse-Partito guerriglia, battezzatosi Nucleo per il Potere proletario armato, formato da poche e giovanissime leve; autori di «una spietata esecuzione — scrisse il giudice istruttore nell’ordinanza di rinvio a giudizio — che soltanto paranoici e schizofrenici potevano compiere nell’attento, silente, rabbioso sgomento dei sani di mente, e in particolare dei veri “proletari” che nelle SS non si sono mai identificati». 

 

[…] Prima di ucciderla, i terroristi che l’avevano sequestrata in casa sua sottoposero Germana Stefanini a un «processo proletario». La fotografarono davanti a uno striscione pieno di slogan, («Accerchiare, smantellare e distruggere il carcere», «Annientare il personale politico-militare che lo attiva», eccetera), infagottata nel cappotto, le mani giunte in grembo, il capo reclinato e l’aria rassegnata. 

omicidio germana stefanini

 

La registrazione dell’interrogatorio emerse dal covo dei suoi assassini, insieme ai bossoli degli spari con cui fu eseguita la sentenza di morte. Che due mesi prima avrebbe dovuto colpire anche una dottoressa del carcere, rimasta miracolosamente in vita con un proiettile in testa. 

 

«Errori di questo tipo non si ripeteranno più», avvisarono i «proletari armati» nel documento di rivendicazione. E con Germana Stefanini mantennero la minaccia. Il volantino fatto ritrovare dopo il delitto la bollò come «aguzzina» impegnata a «manomettere, sezionare e distruggere» i pacchi destinati ai reclusi di Rebibbia, mentre svolgeva semplicemente il proprio lavoro di vigilatrice. 

omicidio germana stefanini

 

La registrazione 

La trascrizione dell’interrogatorio doveva essere un atto d’accusa nei suoi confronti, ma ha solo svelato la crudeltà dei suoi assassini. 

 

«Hai la licenzia media?». «No». «Che c’hai?». «La quinta elementare». «Perché hai scelto questo mestiere?». «Perché non sapevo come poter vivere… Mio padre è morto nel ’74 e nel ’75 sono entrata a Rebibbia». «Che funzione hai?». «Io faccio i pacchi… (…) È poco che sto ai pacchi?». 

 

[…] A un tratto nella registrazione si sente il pianto di Germana e uno dei sequestratori che dice « Nun piagne , tanto non ce frega un cazzo!», ma la donna insiste: «Ve l’ho detta la mia vita, perché ve la dovete prendere con me?». La stessa voce risponde: «Te l’ho detto, nun piagne, nun me commuovi proprio». 

 

carlo garavaglia francesco donati

[…] I tre condannati all’ergastolo per l’omicidio Stefanini — Carlo Garavaglia, Francesco Donati e Barbara Fabrizi — arrestati quattro mesi più tardi a seguito di una fallita rapina a un ufficio postale, sono ancora in carcere dopo quattro decenni. Fanno parte di quella sparuta pattuglia di «irriducibili» che non hanno mai chiesto benefici (permessi, lavoro esterno o altro) non volendo instaurare alcun rapporto con le istituzioni. Anche a «guerra finita». Prigionieri del proprio sanguinoso passato. 

 

busto di germana stefanini

Uno di loro fu processato (e infine assolto ) per aver rivendicato dalla cella l’assassinio del professor Massimo D’Antona, nel 1999, ma oggi sembra aver preso le distanze anche da quegli epigoni brigatisti. 

 

Un altro è ancora in regime di alta sicurezza, mentre Barbara Fabrizi, da qualche mese, è stata «declassificata» in media sicurezza. E coltiva l’orto, come faceva a suo tempo la sua vittima. Nello stesso penitenziario che oggi si chiama «Casa circondariale Germana Stefanini». […]

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