“FINITI I PROCESSI VOLEVO SOLO L'OBLIO, FUGGIRE DAL PASSATO. MA LO STATO NON MI HA TUTELATA” - EVA MIKULA, EX FIDANZATA DI FABIO SAVI DELLA "BANDA DELLA UNO BIANCA", È STATA PER DECENNI ETICHETTATA COME “LA DONNA DEL KILLER” MA LEI RIVENDICA: “LA BANDA FU ARRESTATA GRAZIE A UNA MIA SOFFIATA” – "IL CASO DEI FRATELLI SAVI È COME QUELLO DEL POLIZIOTTO DI ROGOREDO, CARMELO CINTURRINO. BISOGNA TENERE ALTA LA GUARDIA ANCHE SU PERSONE INSOSPETTABILI. SE LA UNO BIANCA NON FOSSE STATA COMPOSTA PER CINQUE SESTI DA POLIZIOTTI, SAREBBERO STATI FERMATI PRIMA. DUE ANNI FA SONO STATE RIAPERTE LE INDAGINI. BISOGNA FAR LUCE SU EVENTUALI ALTRI COMPONENTI E SE CI SONO STATE DELLE COPERTURE...” – IL LIBRO
Filippo Fiorini per “la Stampa” - Estratti
Nella lista degli aggettivi più usati per riferirsi a Eva Mikula compaiono «bella», «rumena», «bionda», «pupa», «sexy», «amatissima», «odiatissima», «informatissima», «tormentata», «usata», «sopravvissuta», «decisiva» e «vittima». Queste parole sono parte del motivo per cui quella che per due anni fu la fidanzata del capo della banda della Uno Bianca, Fabio Savi, è arrivata a sentirsi «trattata come un vuoto a perdere», il cui unico scopo, una volta chiusi i processi, è stato quello di «ottenere l'oblio».
Vent'anni fa le è stata concessa la piena riabilitazione dalle pene inflitte: tre reati minori con la condizionale. È stata assolta da tutte le imputazioni più gravi e oggi la donna che, contro la verità processuale, da sempre rivendica la soffiata che permise la cattura dei poliziotti condannati per 24 omicidi (soprattutto in rapine commesse a metà degli Anni Novanta tra Bologna e la Romagna), si dice serena, anche se ammette di temere che i banditi possano essere scarcerati e vadano a cercarla.
Chi è oggi Eva Mikula?
«Una madre, una lavoratrice e soprattutto una donna libera».
La riconoscono ancora per strada?
«No, è passato tanto tempo. Anni in cui ho cercato di eclissarmi e sparire. Finiti i processi volevo solo l'oblio, fuggire dal passato».
Ha pensato di cambiare nome?
«Mai. (...)
Lei si descrive spesso come una vittima, eppure ha dimostrato un notevole istinto di sopravvivenza, quali sono le qualità che le hanno permesso di farcela?
«Come tutti, anch'io nascondo delle forze che emergono nel momento del bisogno. Ho le mie armi. Non scordiamoci che in tutto questo la paura gioca un ruolo fondamentale».
E la bellezza? Lei è una donna che è sempre piaciuta. È stato un vantaggio?
«È uno strumento che va saputo usare, come l'istruzione, che al tempo però non avevo.
Mi restava la bellezza, ma è un'arma a doppio taglio. Non sai mai se chi hai davanti è interessato a ciò che sei o a quello che vede».
(…) Qual è stato il periodo più brutto?
«Ho scritto un libro intero pieno di esperienze brutte. Una peggio dell'altra. Non saprei scegliere».
Il suo libro si intitola Vuoto a perdere. Si sentiva usata e poi gettata?
«Esattamente».
Oggi si sente rispettata dalle persone che la circondano?
«Mi conoscono e mi rispettano per come sono. Molti sono rimasti sorpresi. Sono riusciti a mettere da parte il pregiudizio che si era creato attorno alla mia immagine».
È innamorata?
«È stato difficile trovare una persona capace di capire le mie sensibilità e le mie debolezze, ma allo stesso tempo di tenermi il passo, però sì, sono innamorata e in una dimensione di coppia serena».
Ai suoi figli ha raccontato della Uno Bianca?
«Sì, quando ognuno ha avuto l'età giusta. Sanno tutto. La soddisfazione più grande è stata la loro reazione. Sono rimasti sorpresi di quante cose loro madre abbia dovuto sopportare e sia comunque arrivata ad essere quello che è oggi».
Ricorda qualche momento felice nella relazione con Fabio Savi?
«Pochi e tutti prima che scoprissi chi era veramente. Ricordo certe canzoni, che ascoltavamo andando veloce con la macchina. Aprivo il finestrino per sentirmi accarezzare il viso dal vento e provavo un grande senso di libertà».
Lei è stata vittima di abusi e violenza. Da parte di Fabio Savi e ancora prima da suo fratello maggiore. Cosa direbbe a una donna che oggi si trova in una situazione analoga?
«Di non sottovalutare il nemico e di non affrontarlo direttamente, perché si rischia la vita. Meglio cercare aiuto altrove. Io ho agito così e sono viva».
Quando ha smesso di amare Fabio Savi?
«Quando ho scoperto chi era. Ho provato il panico e non potevo nemmeno mostrarlo.
Non potevo dire: "Me ne vado". Dovevo fingere di amarlo per non essere uccisa, e trovare una via d'uscita. Di giorno e di notte.
Quella è stata una violenza psicologica e fisica. Ma come potevo affrontare un killer con cui convivevo, da minorenne, clandestina, senza famiglia né amici, con un uomo i cui fratelli erano poliziotti e che non si lasciava mai contraddire su nulla?».
Casi come quello del poliziotto di Rogoredo Carmelo Cinturrino provano che si deve fare di più per prevenire le devianze di chi porta la divisa?
«Sotto ogni divisa c'è una persona, con le sue debolezze. Bisogna tenere alta la guardia su ogni indagine, anche su persone insospettabili. Se la Uno Bianca non fosse stata composta per cinque sesti da poliziotti, sarebbero stati fermati prima».
Lei ha sempre sostenuto che è grazie a lei se i Savi sono stati identificati e catturati. Ha paura che escano dal carcere?
«Sì e spero che non escano. Non mi sono sentita tutelata dalla magistratura. Né all'epoca, quando ho contribuito all'identificazione della banda, né per la collaborazione che ho offerto ai processi.
Credo tuttora nella giustizia, ma nel mio caso si è presa il merito, approfittando del fatto che non ero nessuno e sarebbe stato vergognoso ammettere che dopo più di sette anni di indagini inutili, era stata una ragazzina a metterli sulla strada giusta. Ancora una volta, sono stato un oggetto di facile distruzione».
Critica l'operato dei singoli o il sistema?
«È un problema anche sistemico. Io sono stata perseguitata dalla giustizia, dopo aver collaborato e aiutato gli inquirenti. Ho dovuto lottare contro chi aveva il dovere di proteggermi. Per questo, al referendum voterò sì. Credo che la magistratura debba essere riformata».
È stata da più parti ipotizzata la presenza di un membro della banda mai identificato. C'era?
«Se ci penso, mi cresce la paura. Se lo sapessi, l'avrei già detto. Ma, se c'è, vuol dire che lo Stato mi ha tutelato ancora meno di quanto non credevo avesse fatto».
Due anni fa sono state riaperte le indagini. Le fa piacere?
«Assolutamente. Bisogna far luce su eventuali altri componenti e se ci sono state delle coperture. In tutte le indagini su di me, ci sono state informative con accuse pesanti che erano quantomeno errate. Per esempio, il fatto che mentissi sulla mia età, in modo da implicarmi anche in episodi precedenti. Mi hanno esaminato le ossa del polso per scoprire che era falso».
Sta dicendo che ci fu un intervento esterno per indirizzare le indagini?
«Ne ho la certezza».
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