’NDRINE MALANDRINE – A REGGIO CALABRIA LA FINANZA HA CONFISCATO BENI PER 20 MILIONI DI EURO A DIVERSI IMPRENDITORI, CHE AVREBBERO FATTO PARTE DI UN “CARTELLO CRIMINALE” FORMATO DA ESPONENTI DI RILIEVO DELLE COSCHE LOCALI DELLA ’NDRANGHETA – IL PROVVEDIMENTO PARTE DALL’INCHIESTA “ARABA FENICE” E DALLE DICHIARAZIONI DEL PENTITO PINO LIUZZO, CHE SOVRINTENDEVA AI SUMMIT NEI QUALI VENIVA DECISA LA “SPARTIZIONE MAFIOSA” NEI LAVORI DI COMPLETAMENTO DI NUMEROSI EDIFICI A REGGIO CALABRIA…
confisca di beni legati alla ndrangheta a reggio calabria
(ANSA) - REGGIO CALABRIA, 30 MAR - La Guardia di finanza ha confiscato a Reggio Calabria beni per 20 milioni di euro a diversi imprenditori che avrebbero fatto parte di un "cartello criminale" - spiegano gli investigatori - formato da esponenti di rilievo delle cosche Chirico, Musolino, Ficara-Latella, Rosmini, Fontana-Saraceno, Ficareddi, Condello e Nicolò-Serraino.
Su richiesta della Dda di Reggio Calabria, il provvedimento di confisca definitiva è stato emesso dalla Corte d'Appello nei confronti di Giuseppe Stefano Tito Liuzzo detto 'Pino' di 58 anni, della sua ex moglie Serena Assumma di 42 anni e degli imprenditori Antonio Pavone di 65 e Salvatore Saraceno di 69 anni.
confisca di beni legati alla ndrangheta a reggio calabria
L'indagine patrimoniale è stata condotta dal Gico del Nucleo Pef delle Fiamme gialle che ha sviluppato le risultanze emerse nell'ambito dell'inchiesta 'Araba Fenice' dove era stato arrestato Pino Liuzzo poi diventato collaboratore di giustizia.
Il provvedimento ha interessato l'intero patrimonio aziendale di due ditte individuali, tre società di persone, nonché delle quote di una società di capitali. Ma anche sei immobili, un'autovettura, 53mila e 650 euro in contanti e otto orologi preziosi.
Dall'indagine 'Araba Fenice' era emerso - spiegano gli investigatori - un "cartello criminale" che vedeva imprenditori legati alla 'ndrangheta impegnati nei lavori di completamento di numerosi edifici costruiti a Ravagnese, nella zona sud di Reggio Calabria.
Lo scopo dell'"intesa criminale" era un'"equa" spartizione dei lavori di ultimazione di un rilevante complesso immobiliare che avrebbe consentito alle cosche di realizzare illecitamente profitti e vantaggi a favore di "imprese mafiose".
Questo avveniva anche attraverso la "liquidazione" delle imprese pulite che già partecipavano ai lavori di costruzione. Figura cardine del sistema illecito era il pentito Pino Liuzzo, all'epoca imprenditore reggino. Stando alle sue dichiarazioni, e agli accertamenti della Guardia di finanza, era lui che partecipava e sovrintendeva ai summit nei quali veniva decisa e concordata la "spartizione mafiosa".
Liuzzo, infatti, si occupava di distribuire e assegnare alle diverse imprese riconducibili alle famiglie di 'ndrangheta i lavori di completamento degli edifici costruiti da una società di cui era "socio occulto". L'inchiesta ha dimostrato che ciò avveniva grazie a una serie di intestazioni fittizie di società e beni immobili che avrebbero tutelato l'impianto contabile del suo "gruppo societario di fatto".
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La "quadratura" della contabilità delle ditte e delle società riconducibili a Liuzzo era possibile, infine, attraverso l'emissione e la ricezione di molte fatture per operazioni inesistenti.
