MA ’NDO VAI SE IL PODCAST NON CE L'HAI? – JAMES MURDOCH, IL FIGLIO “BUONO”, LIBERAL, E ANTI-TRUMP DEL TYCOON RUPERT, SI COMPRA PER 300 MILIONI DI DOLLARI IL “NEW YORK MAGAZINE” DAL GRUPPO VOX MEDIA INSIEME ALLA SUA DIVISIONE PODCAST – MASNERI: “RUPERT MURDOCH COSTRUIVA TABLOID RABBIOSI E TELEVISIONI DA GUERRA; JAMES SI COMPRA NEWSLETTER, ‘CONVERSAZIONI’, INTELLETTUALI CON LE SNEAKER BIANCHE E I PODCAST ASCOLTATI DURANTE IL PILATES A BROOKLYN. OGGI IL PODCAST, SI SA, È L’EQUIVALENTE DELLA VIGNA NEGLI ANNI ZERO, QUANDO IN CRISI DI MEZZA ETÀ TUTTI SI COMPRAVANO IL CASALE PER FARE IL VINO…”
Estratto dell’articolo di Michele Masneri per “il Foglio”
Ah, i giornali, dati per morti diverse volte, con forte esagerazione. James Murdoch, il figlio “buono”, liberal, riflessivo e anti-Trump di Rupert, si compra adesso il New York Magazine dal gruppo Vox Media insieme alla sua divisione podcast, per 300 milioni di dollari. […]
Rupert (che un tempo lo possedeva lui, il NY Magazine) costruiva tabloid rabbiosi e televisioni da guerra; James invece si compra newsletter, “conversazioni”, intellettuali con le sneaker bianche e i podcast ascoltati durante il pilates a Brooklyn.
Investiamo su “giornalismo lungo, ragionato” – “longer-form, thoughtful”, “capace davvero di parlare alla cultura”, ha detto al New York Times l’erede riflessivo.
“Vogliamo creare piattaforme dove persone davvero straordinarie e di talento possano venire a fare il miglior lavoro della loro vita”. Vabbè. Questo sembrerebbe riferirsi soprattutto ai podcast, e non ai vetusti giornali di carta che nessuno vuole più manco regalati.
Oggi il podcast, si sa, è invece l’equivalente della vigna negli anni Zero, quando in crisi di mezza età tutti si compravano il casale per fare il vino, poi non importa che non lo bevesse nessuno, hai la tua bella etichetta da mostrare agli amici e via.
I giornali, per quanto “lunghi e ragionati”, sono oggi non morti, ma più che altro un fantasma, un feticcio. Nessuno veramente li legge, servono però come base fondamentale per andare in tv, alimentare discussioni sui social (del tipo: “Noncelodikono”, non avendo mai letto un giornale), nutrire intelligenze artificiali.
[…] Come succede ormai coi libri, nessuno li legge davvero, però tutti vogliono essere fotografati mentre leggono. Dior vende borsette con sopra “Preghiere Esaudite” di Capote, Miu Miu organizza un club del libro durante il Salone del Mobile, assaltato da influencer che non arriverebbero vivi a pagina tre di Proust […]
Così la società di Murdoch che ha realizzato la nuova acquisizione ha già in pancia il suo bel Tribeca Film Festival, dove si aggirano decine di maschi e femmine performative con tote bag di altri festival, per rimorchiare.
RUPERT MURDOCH ALLA CASA BIANCA MENTRE TRUMP FIRMA L ORDINE ESECUTIVO SUL FONDO SOVRANO
I gusti culturali sono ormai segnaletica pubblica, branding personale permanente. La borsa di tela è il nuovo giornale sottobraccio. Un tempo il Mondo sul cruscotto garantiva la serata, adesso basta una tote bag con sopra Joan Didion (più ecologico, non si abbattono alberi). Siamo tutti performativi, maschi, femmine, non binari, tristi e solitari.
Ma se noi performativi a basso reddito ci accontentiamo della borsina, è giusto che performativi/e di livello Murdoch si comprino proprio il giornale: così ecco un’ondata di acquisti in tutto il mondo.
sergio mattarella con leonardo maria del vecchio
Anche perché l’arte contemporanea si è capito che è una sòla, e finché gli artisti woke e albini non si sa che fine faranno, non è astuto spenderci; i marchi del lusso da supremi investimenti sono invece diventati asset radioattivi.
[…] Dunque perché non un bel giornale? Da noi Leonardo Maria Del Vecchio si compra Giorno, Resto del Carlino e QN dopo essersi già preso una quota del Giornale e qualunque cosa sia vagamente in vendita nella penisola.
Il greco Kyriakou si è fatto la Repubblica, insieme al sincero democratico Bin Salman. In Francia Bolloré vorrebbe sfilare il Parisien ad Arnault (con timori reputazionali dei figli di quest‘ultimo, tra cui Delphine maritata Niel, cioè Le Monde); e l’armatore Rodolphe Saadé ha conquistato La Provence e La Tribune (ma a Genova gli Aponte di Msc hanno preso Il Secolo XIX).
Poi certo il ricco che si ritrova editore è come il povero con la borsina, non sa bene cosa sia davvero un giornale, voleva solo cuccare, quando mette piede in redazione si pente subito. Lui voleva solo il fantasma del giornale, mica il giornale vero.
In Usa i siliconvallici si erano accattati le vecchie balene della carta stampata quando ancora erano buoni. Bezos il Washington Post venendo accolto come un salvatore della patria, ma dopo aver studiato i conti licenzia tutti e diventa impresentabile.
La vedova di Steve Jobs l’Atlantic, e forse è ancora buona. Ognuno segue l’estro del momento, la propria idea di influenza, di prestigio, di rispettabilità culturale. E poi diciamolo: i prezzi aiutano. Un tempo girava l’antico adagio: come si fa a diventare milionari? Facile, basta essere miliardari e poi comprare un giornale o una squadra di calcio.
Ma oggi un giornale costa meno di quanto costasse vent’anni fa una squadra di serie B. Meno di un appartamento decente a Manhattan (e non hai manco il sindaco indemoniato che ti viene a imbruttire sotto casa coi video anti ricchi).
Meno di uno yacht decente. E poi se ti compri un giornale finisci a tua volta sui giornali, male che vada. Se sei fortunato, in tv. Se ti va proprio di lusso, parleranno di te perfino in un podcast.





