“C'È UN GESTO, PIÙ DELLE PAROLE, CHE RACCONTA L'ESERCIZIO DEL POTERE DI DONALD TRUMP: IL DITO PUNTATO, CHE NON ARGOMENTA MA ACCUSA, NON SPIEGA MA IMPONE” – LO PSICANALISTA LUIGI ZOJA: “NELLE CONFERENZE STAMPA TRUMP INDICA, ACCUSA, PERSONALIZZA LO SCONTRO. IL DITO PUNTATO È UNA CATEGORIA COMUNICATIVA POTENTISSIMA. È UNA SEMPLIFICAZIONE ESTREMA: ‘TU SEI IL PROBLEMA’. LO ABBIAMO VISTO MILLE VOLTE NELLA STORIA: DAI POSTER DELLO ‘ZIO SAM’ AI MANIFESTI DEI REGIMI TOTALITARI, È UN GESTO ARCAICO DI AUTORITÀ. È UNA DRAMMATIZZAZIONE CONTINUA, CHE SOSTITUISCE L'ARGOMENTAZIONE – IL SUO E’ UN POTERE CHE NON SENTE IL BISOGNO DI GIUSTIFICARSI. TRUMP È INAFFIDABILE E CIRCONDATO DA COMPIACENZA E QUESTO CREA SINDROME DA ONNIPOTENZA…”
Estratto dell’articolo di Domenico Agasso per “la Stampa”
Iperattività permanente, pensiero a brevissimo termine, paranoia, «sindrome di onnipotenza», instabilità, costruzione di una realtà semplificata che sostituisce dati, approfondimenti e storia. «E poi c'è un gesto, più delle parole, che racconta l'esercizio del potere di Donald Trump: il dito puntato, che non argomenta ma accusa, non spiega ma impone». Luigi Zoja, psicoanalista e sociologo, tratteggia il profilo del presidente degli Stati Uniti dopo che il primo ministro slovacco Robert Fico si sarebbe detto «allarmato per la sua salute mentale».
Professore, il Tycoon è l'uomo più potente del mondo, dobbiamo allarmarci per il suo attivismo imprevedibile e controverso?
«[…] Da psicoanalista non posso […] formulare diagnosi cliniche su persone che non conosco […] Sarebbe scorretto, ed è stato persino oggetto di condanne nei tribunali americani. […] non si può attribuire una patologia clinica a distanza. Lo stesso vale per Trump. Clinicamente non si può parlare. Ma come cittadino, questo sì, posso esprimere valutazioni di buonsenso».
E che cosa vede da cittadino?
«Un'eccitabilità estrema, un'iperattività continua, una mancanza di riflessione. Trump è dominato da ciò che negli Stati Uniti chiamano short-termism: il pensiero a brevissimo termine. È il suo modello di comportamento. Non è una categoria clinica, ma socio-politica.
[…]».
C'è un parallelo con altri leader?
«Sì, ma sempre con cautela. Prendiamo Putin: è discutibile, ma ha una coerenza di lungo periodo. Io l'ho definita "Putinland", una sorta di Disneyland storica, in cui il passato russo viene ricostruito in modo bidimensionale, mitologico. Trump costruisce qualcosa di simile: una "Trumpland". Lo slogan "Make America Great Again" presuppone un'America del passato "grande". […] Dov'è documentata questa grandezza perduta? Non c'è. Non è un progetto storico, è uno slogan pubblicitario. Con un elemento simbolico ricorrente».
Quale?
«Il dito puntato. Nelle conferenze stampa Trump indica, accusa, personalizza lo scontro. Il dito puntato non è una categoria clinica, ma una categoria umana e comunicativa potentissima. […] È una semplificazione estrema: "Tu sei il problema". Lo abbiamo visto mille volte nella storia: dai poster dello "Zio Sam" ai manifesti dei regimi totalitari, fino alla propaganda fascista. […] è un gesto arcaico di autorità. Nel caso di Trump colpisce perché quel dito non si posa mai su un bersaglio stabile. […] È una drammatizzazione continua, che sostituisce l'argomentazione».
E quale effetto produce?
donald trump alla conferenza cpac foto lapresse
«Introduce un'autorità che non si discute, che non argomenta, che non spiega. È questo che mi preoccupa: non il gesto in sé, ma ciò che sottintende. Un potere che non sente il bisogno di giustificarsi».
Questa narrazione sembra funzionare.
«Funziona perché è semplicissima e superficiale. È come la propaganda delle offerte speciali: "Vi vendo un'America che tornerà a essere il primo Paese manifatturiero del mondo". Ma questo è impossibile. Non perché l'America sia andata male, ma perché il mondo è cambiato: Cina e India non esistevano, economicamente, nel 1945. […] gli Stati Uniti rappresentavano metà dell'economia globale; oggi sono un quarto, o meno. Non per declino, ma perché altri sono cresciuti».
donald trump e giorgia meloni alla casa bianca - foto lapresse
Entra in gioco anche la psicologia collettiva?
«Certo. Internet, superata una certa soglia, non aumenta più l'informazione ma la confusione. Consultiamo i social, non i dati ufficiali. Questo produce una disponibilità enorme a credere a narrazioni irreali. E la propaganda trumpiana si fonda proprio su questo: su una non-realtà condivisa».
Lei nel suo lavoro ha studiato a lungo la paranoia. Qui c'è qualcosa di simile?
«[…] il meccanismo sì, quello è riconoscibile. La paranoia - come diceva Jung - non è altro che l'esagerazione di funzioni umane normali: il sospetto, la critica, la vigilanza. Tutti sospettiamo un po'. Il problema è quando il sospetto diventa totale. I grandi dittatori del Novecento – Hitler, Stalin – hanno vissuto dentro cerchi sempre più ristretti di "yes men". Questo rafforzava la loro visione distorta del mondo. È un meccanismo che si autoalimenta».
E oggi?
«Vediamo qualcosa di simile: un leader che vive in una bolla, circondato da compiacenza. Anche a Mar-a-Lago, anche tra leader europei, si assiste spesso a un ammutolimento davanti a Trump. Questo è pericoloso, perché il dissenso scompare, e con esso il confronto con la realtà. E lascia spazio alla "sindrome di onnipotenza"».
Ci spiega?
«Parliamo di megalomania in senso umano, non clinico. È l'idea di poter giudicare tutto e tutti senza possedere le informazioni di base. […] Trump giudica il mondo, ma talvolta confonde perfino dati geografici elementari (Groenlandia con Islanda). Questo non è un dettaglio. Ed è segno di instabilità».
donald trump con il dito puntato 9
Come la definirebbe?
«C'è imprevedibilità, irrequietezza, continue retromarce […] È poco affidabile come politico, ma prima ancora come essere umano. E per capirlo non serve uno psicoanalista: basta il buonsenso».
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DONALD TRUMP CON IL DITO PUNTATO
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