11 settembre torri gemelle

QUANDO IL CERVELLO VA IN TILT - VOLETE SAPERE PERCHÉ NELLE SITUAZIONI DI ESTREMO PERICOLO TENDIAMO A COMPORTARCI IN MODO IRRAZIONALE, DIMINUENDO LE PROBABILITÀ DI SALVARCI? DIVERSI STUDIOSI HANNO PROVATO A DARE UNA RISPOSTA AL PERCHÉ CORRIAMO IN CASA A RECUPERARE IL PORTAFOGLI DURANTE UN TERREMOTO O CI FACCIAMO UNA FOTO DAVANTI ALL’AEREO IN FIAMME...

Laura Cuppini per "www.corriere.it"

 

Decisioni auto-distruttive

INDONESIA TSUNAMI 4

Tsunami, terremoti, disastri aerei, attentati: da tempo gli psicologi sanno che, nei momenti di maggiore stress, gli esseri umani tendono a prendere decisioni autolesioniste. Per esempio, durante il terremoto-tsunami che ha colpito il Giappone nel marzo 2011 (con conseguente esplosione della centrale nucleare di Fukushima), alcune persone hanno rischiato la vita cercando di prendere bottiglie di alcolici dai supermercati in rovina.

 

vulcano kilauea 4

Ed è di pochi giorni fa la notizia che a Denver (Stati Uniti), i passeggeri scesi da un aereo in fiamme si sono premurati di scattare fotografie e selfie prima di lasciare la pista di atterraggio. Perché ci comportiamo così? Secondo John Leach, psicologo dell’Università di Leicester in Inghilterra, sopravvissuto all’incendio della stazione di King’s Cross nella metrò londinese (1987), è più utile insegnare alle persone che alcune cose che normalmente farebbero vanno invece evitate nelle situazioni di estremo pericolo. L’80-90% della popolazione - è convinto Leach - si comporterebbe in modo scorretto (o pericoloso) durante una crisi.

foto rare dell 11 settembre 8

 

Non fare niente

Di fronte a una catastrofe, ci immaginiamo lo scatenarsi di uno stato di isteria collettiva. In realtà accade esattamente l’opposto: la risposta istintiva dell’uomo di fronte al pericolo è non fare nulla. Gli psicologi hanno dato una definizione della sequenza di reazioni a uno stato di forte stress o paura: «combatti-fuggi-congelati» (fight-flight-freeze).

 

Quando siamo paralizzati dal terrore, la nostra mente funziona al massimo, impegnata com’è a “tirare il freno”: man mano che l’adrenalina sale, e con lei la frequenza cardiaca, il cervelletto alla base della nuca manda l’ordine di restare fermi, aggrappati alla realtà. In uno scenario tragico, però, questo “congelamento” può essere assai rischioso: quasi sempre è la fuga che ci salva e ogni minuto (o secondo) può essere prezioso.

tsunami indonesia 8

 

Incapacità di pensare

Durante la prima guerra del Golfo (‘90-‘91), Israele temeva un attacco con armi chimiche da parte dell’Iraq e si era preparato al peggio. Maschere anti-gas e autoiniettori di antidoto contro il veleno furono distribuiti all’intera popolazione. Alle famiglie fu chiesto di individuare una “stanza sicura” all’interno della propria casa: al suono dell’allarme, tutti avrebbero dovuto rifugiarsi nella stanza e indossare le maschere anti-gas.

 

vulcano kilauea 7

A gennaio ‘91 ci furono molti attacchi, ma non vennero usate armi chimiche. Morti e feriti erano più di mille, ma solo 234 a causa delle esplosioni. Gli altri 800 si sono fatti male (o sono morti) in seguito a falsi allarmi: alcuni hanno messo la maschera anti-gas senza aprire il filtro, altri si sono iniettati l’antidoto senza essere stati esposti al veleno, altri ancora si sono feriti correndo nei rifugi.

 

Questo accade - spiegano gli esperti - perché il nostro cervello è sorprendentemente lento di fronte ai disastri, che invece avvengono purtroppo molto velocemente. «La mente ha una capacità limitata di processare nuove informazioni» spiega Sarita Robinson, psicologa all’Università inglese del Central Lancashire. Tutto questo è dovuto a cause fisiologiche: di fronte al pericolo aumenta la produzione di dopamina, ormone legato - tra l’altro - al piacere e alla capacità di attenzione, ma anche di adrenalina e cortisolo (l’ormone dello stress).

 

TSUNAMI

Questo cocktail di ormoni in circolo manda “fuori uso” la corteccia prefrontale, parte del cervello deputata alle funzioni superiori, tra cui la cosiddetta memoria di lavoro (collegata alla memoria a breve termine). Per questo, nei momenti di pericolo, tendiamo a dimenticare quel che sappiamo e a prendere decisioni sbagliate.

 

Visione «a tunnel»

Di fronte a un disastro (imminente o in atto), inoltre, si attiva la cosiddetta visione “a tunnel”, ovvero si focalizza lo sguardo, e l’attenzione, su ciò che abbiamo davanti, perdendo la percezione di ciò che sta intorno e dello sfondo.

 

foto rare dell 11 settembre 6

Questo porta a una tipica risposta umana di fronte alla catastrofe chiamata “perseveranza”, che consiste nel tentare di risolvere un problema più e più volte nello stesso identico modo, anche quando è chiaro che non si otterrà alcun risultato.

 

Incollati alla routine

Correre dentro casa a cercare il portafogli durante uno tsunami è una cosa decisamente irrazionale, ma molto comune. Tanto che gli psicologi parlano di “comportamento stereotipato”.

 

È un gesto che ha a che vedere con l’attaccamento alla routine quotidiana, anche di fronte a un evidente disastro. «Prendere il portafogli quando si esce di casa è automatico, non frutto di pensiero» spiega James Goff, esperto di gestione delle emergenze dell’Università delle Hawaii. Nella vita di tutti i giorni, questo automatismo nei confronti della routine è molto utile, perché permette di avere la mente sgombra per poter pianificare il futuro (anche imminente), soprattutto se ci troviamo in un luogo o in una situazione sconosciuta.

 

vulcano de fuego guatemala 19

Durante una catastrofe, adattarsi alla nuova situazione può essere un compito troppo difficile per il nostro cervello: per questo tendiamo a replicare la quotidianità, facendo “finta” che non sia successo niente.

 

Il rifiuto totale

Tra le cose “sbagliate” che facciamo davanti a una tragedia ce n’è anche una estrema: ignorare l’esistenza della tragedia stessa. «Lo fa il 50% della popolazione - spiega James Goff, esperto di gestione delle emergenze -. Per capirsi, sono quelli che vanno in spiaggia a vedere, o fotografare, lo tsunami in arrivo». È successo davvero, durante lo spaventoso maremoto del 26 dicembre 2004 nell’Oceano Indiano: c’erano persone in riva al mare, spettatori dell’onda anomala che si avvicinava.

 

Secondo gli esperti questo rifiuto può avere due motivazioni: un errore di interpretazione del pericolo, oppure la volontà di ignorarlo. Quest’ultima è molto comune durante gli incendi, quando per esempio scappare di casa vuol dire, in molti casi, accettare di non averne più una. «Molti fuggono solo quando vedono il fumo, ma spesso è troppo tardi» spiega Andrew Gissing, esperto di gestione del rischio della società Risk Frontiers.

 

Un aspetto che può spiegare perché i malati di tumore aspettano in media 4 mesi prima di parlare dei sintomi al proprio medico, o perché le vittime dell’attacco alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001 hanno aspettato circa 5 minuti prima di evacuare gli ultimi piani dell’edificio.

vulcano de fuego guatemala 20

 

Al contrario, cosa si dovrebbe fare

Dunque, se non possiamo fare affidamento sul nostro istinto di sopravvivenza, che cosa fare di fronte a una catastrofe? Secondo John Leach, psicologo dell’Università inglese di Leicester, bisogna sostituire le reazioni automatiche (e quasi sempre inutili o dannose) con gesti che possono salvare la vita: «È necessario esercitarsi moltissimo, in modo che le tecniche di sopravvivenza diventino il comportamento “dominante” in determinate situazioni».

foto rare dell 11 settembre 4

 

Dunque: essere preparati, muoversi velocemente (evitando la fase di “congelamento”), spezzare la routine ed evitare la tentazione del rifiuto. Sono tutte regole utili per affrontare un disastro e salvarsi la vita nei momenti peggiori. Certamente, in alcuni casi, serve anche tanta fortuna. Ma per quella si può solo sperare.

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