seid visin

“ABBIAMO TROVATO NOSTRO FIGLIO IMPICCATO E NESSUN MESSAGGIO VICINO IL SUO CORPO. NESSUNA ULTIMA LETTERA. QUELLO SUL RAZZISMO ERA UN POST FACEBOOK SCRITTO QUASI TRE ANNI FA” - WALTER VISIN, PADRE DI SEID, SMENTISCE LE VOCI CHE ATTRIBUISCONO IL SUICIDIO DEL RAGAZZO ALLE DISCRIMINAZIONI: “SI SENTIVA ACCOLTO IN ITALIA. QUEL POST L’HA SCRITTO QUANDO C'ERA IL BLOCCO DA PARTE DEL GOVERNO ITALIANO DEGLI IMMIGRATI IN MEZZO AL MARE” - IL TESTO INTEGRALE DEL SUO SFOGO

1 - WALTER VISIN: (PADRE DI SEID) "LA POLITICA LASCI STARE NOSTRO FIGLIO"

Vincenzo Ammaliato per “la Stampa”

 

SEID VISIN

«Seid è uno spirito libero». Walter Visin, è appena tornato dalla chiesa dove si sono celebrati i funerali del figlio e parla di lui ancora al presente. «Il mio dolore e quello della mamma - dice - non è spiegabile. E non è giusto sia strumentalizzato dalla politica italiana. No! Il nostro dolore merita rispetto».

 

1Ma è lui ad aver espresso disagio per la condizione di emarginazione subita ...

«Abbiamo trovato nostro figlio impiccato e nessun messaggio vicino il suo corpo. Nessuna ultima lettera. Quello era un post Facebook scritto quasi tre anni fa. Nostro figlio, come la sua famiglia, era a favore di qualsiasi essere vivente. In quel periodo c' era il blocco da parte del governo italiano degli immigrati in mezzo al mare. Questo provocava sofferenza in tutti noi»

 

2 Si sentiva accolto in Italia?

«Assolutamente sì. Una singola volta, mentre faceva un lavoretto in un bar, un anziano analfabeta disse al titolare che non voleva essere servito da lui».

SEID E WALTER VISIN

 

3 Come è stato il suo ultimo periodo di vita?

«Brillante. Era iscritto all' Università di Milano. Si era fidanzato con Sara, una bella ragazza finlandese. Insieme avevano deciso di vivere nella sua nazione dove il covid non era così minaccioso come da noi.. Poi da qualche mese era tornato a casa. Era tornato diverso. Ma queste sono storie private della nostra famiglia, dove nessuno in questo momento deve entrare. Perché stiamo soffrendo molto. E il nostro dolore non deve essere strumentalizzato, da nessuno».

 

2 - IL J'ACCUSE SCRITTO SUI SOCIAL

Da “la Stampa”

SEID VISIN

 

Dinanzi a questo scenario socio-politico particolare che aleggia in Italia, io, in quanto persona nera, inevitabilmente mi sento chiamato in questione. Io non sono un immigrato. Sono stato adottato quando ero piccolo. Prima di questo grande flusso migratorio ricordo con un po' di arroganza che tutti mi amavano. Ovunque fossi, ovunque andassi, ovunque mi trovassi, tutti si rivolgevano a me con grande gioia, rispetto e curiosità.

 

Adesso, invece, questa atmosfera di pace idilliaca sembra così lontana; sembra che misticamente si sia capovolto tutto, sembra ai miei occhi piombato l' inverno con estrema irruenza e veemenza, senza preavviso, durante una giornata serena di primavera.

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Adesso, ovunque io vada, ovunque io sia, ovunque mi trovi sento sulle mie spalle, come un macigno, il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone. Qualche mese fa ero riuscito a trovare un lavoro che ho dovuto lasciare perché troppe persone, prevalentemente anziane, si rifiutavano di farsi servire da me e, come se non bastasse, come se non mi sentissi già a disagio, mi additavano anche la responsabilità del fatto che molti giovani italiani (bianchi) non trovassero lavoro.

 

Dopo questa esperienza dentro di me è cambiato qualcosa: come se nella mia testa si fossero creati degli automatismi inconsci e per mezzo dei quali apparivo in pubblico, nella società diverso da quel che sono realmente; come se mi vergognassi di essere nero, come se avessi paura di essere scambiato per un immigrato, come se dovessi dimostrare alle persone, che non mi conoscevano, che ero come loro, che ero italiano, che ero bianco. Il che, quando stavo con i miei amici, mi portava a fare battute di pessimo gusto sui neri e sugli immigrati, addirittura con un' aria troneggiante affermavo che ero razzista verso i neri, come a voler affermare, come a voler sottolineare che io non ero uno di quelli, che io non ero un immigrato.

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L' unica cosa di troneggiante però, l' unica cosa comprensibile nel mio modo di fare era la paura. La paura per l' odio che vedevo negli occhi della gente verso gli immigrati, la paura per il disprezzo che sentivo nella bocca della gente, persino dai miei parenti che invocavano costantemente con malinconia Mussolini e chiamavano "Capitano" Salvini.

 

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La delusione nel vedere alcuni amici (non so se posso più definirli tali) che quando mi vedono intonano all' unisono il coro "Casa Pound". L' altro giorno, mi raccontava un amico, anch' egli adottato, che un po' di tempo fa mentre giocava a calcio felice e spensierato con i suoi amici, delle signore si sono avvicinate a lui dicendogli: «Goditi questo tuo tempo, perché tra un po' verranno a prenderti per riportarti al tuo paese».

 

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Con queste mie parole crude, amare, tristi, talvolta drammatiche, non voglio elemosinare commiserazione o pena, ma solo ricordare a me stesso che il disagio e la sofferenza che sto vivendo io sono una goccia d' acqua in confronto all' oceano di sofferenza che stanno vivendo quelle persone dalla spiccata e dalla vigorosa dignità, che preferiscono morire anziché condurre un' esistenza nella miseria e nell' inferno. Quelle persone che rischiano la vita, e tanti l' hanno già persa, solo per annusare, per assaporare, per assaggiare il sapore di quella che noi chiamiamo semplicemente «Vita».

 

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