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DOPO IL MAXI PROCESSO NULLA SAREBBE STATO PIÙ COME PRIMA E IL SACRIFICIO DI TANTI EROI AVREBBERO AVUTO LA MEGLIO SULL'INDIFFERENZA GENERALE” – FRANCESCO LA LICATA GLORIFICA IL MAXI PROCESSO A "COSA NOSTRA" ATTRAVERSO IL LIBRO DI PIETRO GRASSO CHE, A DISTANZA DI 40 ANNI, RICOSTRUISCE I GIORNI NELL’AULA BUNKER DI PALERMO: “UNA GALLERIA DI PERSONAGGI CHE SUSCITANO EMOZIONI FORTI. VICENDE OSCURE MATURATE NELL'OMBRA E ALIMENTATE DALL'INERZIA DI POTERI OCCULTI, LA SOLITUDINE DEL GENERALE DALLA CHIESA PRIMA DI ESSERE MASSACRATO CONTRAPPOSTA AL CINISMO DI ANDREOTTI CHE SMENTISCE IL DIARIO DELLA VITTIMA…”

Estratto dell’articolo di Francesco La Licata per “la Stampa”

 

Francesco La Licata

Il 10 di febbraio di quarant'anni fa cominciava il primo (e allora unico) maxiprocesso a Cosa nostra, la mafia siciliana che si credeva invincibile e intoccabile.

 

Quando ebbe inizio questa straordinaria storia di liberazione pochi avevano coscienza della portata storica di quanto stava accadendo ma il tempo e gli avvenimenti successivi hanno chiarito anche ai più scettici che quel processo rappresentava, nella storia della lotta alla mafia, una linea di demarcazione che segnava "un prima" e "un dopo".

 

E, soprattutto, che dopo il "Maxi" nulla sarebbe stato più come prima e il sacrificio di tanti eroi, il sangue versato, avrebbero avuto la meglio sull'indifferenza generale che aveva consentito, nei decenni precedenti, il proliferare di quel "quieto vivere" che alimentava e ingrassava l'illegalità, la corruzione e il malaffare.

aula bunker maxi processo cosa nostra 5

 

In questi quarant'anni è accaduto di tutto, nel bene e nel male. Per tentare di "raddrizzare" i danni provocati dal "processone" il sistema di potere mafioso ha eliminato fisicamente i migliori uomini delle Istituzioni, facendo persino ricorso allo stragismo mafioso che si rivelerà ancora più pernicioso del terrorismo politico. Ma tanto agitarsi non è servito a cancellare, nella memoria collettiva, il segno impresso da quella Corte d'Assise formata da "normali buoni cittadini", capace di condannare l'intera mafia con la sola arma del diritto e della coscienza democratica.

 

libro u maxi pietro grasso

Si deve a loro, due togati e sei giudici popolari, se non andò perduto il faticosissimo lavoro di Giovanni Falcone di Paolo Borsellino e dell'intero pool antimafia voluto dal compianto Rocco Chinnici e poi coordinato da Antonino Caponnetto.

[…]

 

proprio il giorno 10 di febbraio esce un libro che è un gesto d'amore: ‘U MAXI- Dentro il processo a Cosa nostra, editore Feltrinelli. Lo ha scritto un protagonista e testimone d'eccezione: Pietro Grasso, che fu giudice a latere di quella Corte d'Assise presieduta da Alfonso Giordano (uno dei pochissimi che non oppose un certificato medico alla chiamata) e composta anche da Francesca Agnello, Maria Nunzia Catanese, Luigi Mancuso, Lidia Mangione, Renato Mazzeo e Francesca Vitale,i sei popolari sorteggiati che coraggiosamente avevano accettato il gravoso incarico.

 

pietro grasso e Alfonso Giordano durante il maxi processo

Grasso […] ricostruisce il difficile e tortuoso viaggio che precede e attraversa gli anni del Maxi e l'intero processo. Una galleria di personaggi che suscitano emozioni forti: vittime della "mattanza" mafiosa come Ninni Cassarà e Boris Giuliano. Vicende oscure maturate nell'ombra e alimentate dall'inerzia di poteri occulti, la solitudine del generale Dalla Chiesa prima di essere massacrato contrapposta al cinismo di Giulio Andreotti che smentisce il diario della vittima.

 

Grasso, quindi, scrive un minuzioso diario del tempo trascorso, insieme ai suoi compagni di viaggio, dentro l'"astronave verde" fantasioso nome appiccicato all'aula bunker dai giornalisti che seguivano le udienze. Così riesce a dare luce e visibilità anche a fatti e personaggi che la retorica mediatica ha relegato in secondo piano rispetto alle "scene madri" come l'interrogatorio di Tommaso Buscetta o il confronto fra il pentito e Pippo Calò o il pianto della signora Vita Rugnetta che sbatte in faccia agli imputati il ritratto del figlio ucciso, gridando loro: «Assassini!».

[…]

maxi processo

 

non è semplice esercizio di memoria, quello di Pietro Grasso. È sentimento e passione per qualcosa in cui ha creduto e amore per la ricerca di verità e giustizia. Una spinta che lo porta a scavare più a fondo fino a toccare, come confessa nel prologo, «altre immagini ormai sbiadite, una verità più profonda e più fragile, fatta di paure, notti insonni, errori evitati per un soffio, coraggio silenzioso e dignità quotidiana. Raccontare oggi il Maxiprocesso significa restituirgli questa verità umana: quella di chi non aveva certezze, ma scelse comunque di credere nella giustizia come unico strumento possibile per tenere insieme la nostra democrazia».

 

tommaso buscetta

E ammonisce a non farsi illusioni: «La mafia non è sconfitta. Ha cambiato volto...si nasconde dietro le apparenze della legalità, con una strategia del silenzio e della rispettabilità nella speranza che la normativa antimafia -costruita con tanto sacrificio - venga lentamente svuotata, distrutta dell'indifferenza e dal tempo».

[…]

 

Il 10 febbraio del 1986 l'aula bunker dell'Ucciardone ospitava centinaia di giornalisti giunti da tutto il mondo ed anche qualche esaltato che faceva le cronache indossando un giubbotto antiproiettile. Viene ancora ricordato l'indimenticabile Giampaolo Pansa che guadagnò la prima fila all'ingresso solo per essere arrivato prima dell'alba. E centinaia di palermitani che, come trasformati in imperturbabili inglesi, si sottoponevano ad una estenuante fila per vedere i boss in gabbia.

 

aula bunker maxi processo cosa nostra 1

Già, era quella la verità: un popolo vissuto sotto il giogo mafioso per molti decenni finalmente poteva respirare aria di liberazione. E anche temendo attentati terribili, per fortuna non accaduti, accorreva al bunker a condividere l'emozione per "U Maxi".

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