AHI! TECH - “GLASSUP”, LA STARTUP ITALIANA CHE SPAVENTA GOOGLE: MOUNTAIN VIEW RIVENDICA IL NOME DEGLI OCCHIALI INTELLIGENTI

A cura di Andrea Andrei per Dagospia
(Twitter: @andreaandrei_ )

È il classico caso di Golia che viene spaventato da Davide. E, come spesso accade nel mondo delle multinazionali, del colosso che fa di tutto per sbarazzarsi della potenziale concorrenza.

Se nella parte di Golia c'è Google, in quella di Davide stavolta c'è una startup tutta italiana, "GlassUp", con sede legale a Modena e con base fra Marghera e Padova, che già prima di Mountain View aveva pensato a trasformare un paio d'occhiali in un dispositivo simile agli attuali smartphone.

Francesco Giartosio, Gianluigi Tregnaghi e Andrea Tellarin hanno così sviluppato i "GlassUp", degli occhiali con uno schermo integrato in una lente, collegati al cellulare tramite Bluetooth e compatibili con Android e iOS (e forse un domani anche con Windows 8) tramite i quali è possibile leggere news, visitare i social network, avere informazioni su strade e monumenti, e farsi indicare la strada dal navigatore gps. Insomma, tutto quello che si può fare con uno smartphone.

Il marchio "GlassUp" viene registrato a ottobre 2012, per l'Italia, con l'intenzione di estenderlo poi a livello internazionale. Solo pochi mesi prima, a giugno, Google aveva registrato i suoi "Glass". Giartosio, Tregnaghi e Tellarin volano a Las Vegas a gennaio per presentare il loro prodotto alla fiera dell'International Consumer Electronics Show. Lì vengono notati da Google, che fa loro i complimenti, e sembra interessata alla loro idea.

La svolta si materializza un paio di mesi più tardi, una mattina di fine marzo. Mentre il CEO dell'azienda, Giartosio, se ne sta tranquillo con il suo team in ufficio, squilla il telefono. La voce che esce dalla cornetta viene da molto lontano, addirittura dall'altra parte dell'oceano. Ma quello che dice è chiarissimo. È l'ufficio legale di Google, che chiede, o meglio intima gentilmente di cambiare il nome di GlassUp il prima possibile, per evitare conseguenze spiacevoli. Troppo simile al nome "Glass", già di proprietà di Mountain View.

«Lì per lì stavo svenendo», racconta a Dagospia Francesco Giartosio, «ma i miei colleghi, più giovani di me, erano contenti». E avevano ragione, perché essere contattati da Google, anche in questi termini, vuol dire visibilità.

In effetti da allora in poi le cose per GlassUp sono andate sempre meglio. Recentemente la startup ha lanciato una campagna di fundraising sulla piattaforma Indiegogo (http://igg.me/at/glassup). Una raccolta fondi che durerà ancora fino al prossimo 8 agosto e tramite la quale sarà possibile preordinare gli occhiali intelligenti.

Il prezzo è di molto inferiore a quelli di Google: 399 dollari. In più, a seconda dell'importo della donazione su Indiegogo, è possibile acquistarli anche a prezzi scontati. Vedranno la luce probabilmente a maggio del prossimo anno.

Ma in cosa davvero possono essere migliori gli occhiali italiani rispetto a quelli di Mountain View? La risposta è quasi scontata: nel design. «Siamo già in contatto con tutte le principali aziende di ottica in Italia. Il gusto delle persone è importante, e ognuno vuole gli occhiali che più gli piacciono», spiega Giartosio. Ecco perché i GlassUp saranno prodotti in diversi modelli.

Ci sarà anche una variante con le lenti scure, così che l'effetto da "uomo bionico" che tanto è stato rimproverato a Google sparirà, per essere sostituito con dei discreti occhiali da sole alla moda.

Altro problema, forse il più spinoso, è quello relativo alla fotocamera integrata. Su Mountain View sono piovute moltissime critiche perché gli occhiali intelligenti, potendo scattare foto e registrare video, rappresenterebbero una minaccia per la privacy. «All'inizio abbiamo pensato di non inserire una fotocamera», racconta il CEO di GlassUp, «ma abbiamo ricevuto moltissime richieste in proposito. Allora abbiamo deciso di creare due versioni dei nostri occhiali: quelli classici e quelli con la fotocamera integrata, che però sarà molto visibile».

Ma la differenza sostanziale è che i GlassUp funzionano solo se connessi a un altro dispositivo, che sia uno smartphone o una rete intranet. Saranno venduti anche ai musei, permettendo ai visitatori di visualizzare le informazioni su un'opera d'arte direttamente guardando l'opera in questione.

Google in realtà ha posto il problema solo riguardo al nome, chiedendo alla startup di modificarlo, ma l'azienda italiana ha rifiutato. Sarà l'ufficio brevetti a decidere, e ci potrebbero volere diversi mesi. Nel frattempo, però, GlassUp avrà tempo o di trovare un altro nome, o ancora meglio di non averne più bisogno.

Giartosio non ne fa certo un mistero: «Siamo partiti con l'intenzione di creare qualcosa di nostro e di commercializzarlo, ma adesso non saremmo affatto dispiaciuti se ci arrivassero delle offerte di acquisizione». Qualche maligno potrebbe pure ipotizzare che fosse il fine ultimo sin dall'inizio, ma Giartosio giura che non è così. Ma, onestamente, non nega che la loro idea potrebbe piacere non solo a Google, ma anche ai suoi competitor, che sicuramente si stanno muovendo per entrare nel business della cosiddetta tecnologia da indossare.

Basti pensare che uno dei primi acquirenti dei GlassUp è stato un dipendente di Apple. Insomma, gli affari sono affari, e se Google non farà il primo passo magari lo farà qualcun altro, e la lista dei possibili acquirenti è molto lunga.

Quel che è certo è che Mountain View, se voleva davvero stroncare GlassUp sul nascere, ha ottenuto l'effetto contrario. Da quando questa notizia è rimbalzata sui siti americani, le donazioni sono passate repentinamente da 8 mila a 33 mila dollari. Possibile che Google davvero non avesse previsto una simile reazione? O forse una "banale" bega riguardo al nome si trasformerà in un dialogo e magari in un compromesso che farà diventare i Google Glass anche un po' italiani?

 

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