IL CINEMA DEI GIUSTI - OSHIMA NON È STATO SOLO UN GENIO DEL CINEMA DEL DOPOGUERRA, E UNO DEI MAGGIORI TEORICI DI UN CINEMA POLITICO, MOLTO NOUVELLE VAGUE, CHE OGGI NESSUNO SI SOGNEREBBE PIÙ DI FARE - NE “L’IMPERO DEI SENSI”, IL RAPPORTO FRA POTERE, MORTE E SESSUALITÀ, SENZA COMPIACIMENTI SOCIO-CINEFILITICI - TURBÒ PIÙ DI “ULTIMO TANGO”, E PORTÒ ALLA PERSECUZIONE DELLA PROTAGONISTA, LA PRIMA A NON FINGERE DI FARE L’AMORE…

Marco Giusti per Dagospia

Nagisa Oshima, morto a 80 anni, lontano dal cinema da dieci anni dopo una serie di infarti e un ultimo film, "Tabù-Gohatto", bello e tardivo, non è stato solo un genio del cinema del dopoguerra, il più importante regista giapponese dopo la generazione dei vecchi maestri Mizoguchi-Ozu-Kurosawa. E non è stato solo, assieme a Glauber Rocha e a Jean-Luc Godard, uno dei maggiori teorici di un cinema militante, politico, rivoluzionario, molto Nouvelle Vague, che oggi nessuno si sognerebbe più di fare.

E' stato, soprattutto, il regista di almeno due film, "L'impero dei sensi" e "Furyo", che ci hanno completamente aperto al mondo, che ci hanno spiazzato da ragazzini segnando la nostra vita e che non riusciamo a non vedere non emozionandoci ogni volta che appaiono. Ma se "Furyo" passa, più o meno regolarmente sugli schermi di Sky, "L'impero dei sensi", film maledetto e censuratissimo per le sue scene di sesso esplicito, il suo rapporto fra potere, morte e sessualità, è un film che è tornato in qualche modo nel mondo dei fantasmi e lo possiamo vedere solo in dvd.

Non puoi capitarci per caso, te lo devi cercare. Allora fu, per Oshima e per i suoi due protagonisti, la bellissima Eiko Matsuda e Tatsuya Fuji, un'esperienza limite, un ultimo film, come mi spiegò ormai molti anni fa la stessa Matsuda, che interpretava la folle Abe Sada che si rinchiude in un rapporto di sesso fino alla morte con l'ufficiale Kitzi. Lei, allora giovanissima, venne distrutta dalla stampa giapponese, costretta a scappare per anni a Parigi, dove girò poche cose, per poi tornare in patria completamente sconvolta. Ebbe anche una brutta operazione alla testa.

Lo stesso Oshima, che girò subito dopo un molto meno forte e interessante "L'impero della passione", per poi passare alla bizzarria francese "Max mon amour", storia d'amore fra Charlotte Rampling e uno scimmione, al grande "Furyo" e al definito "Gohatto", sembrò come essersi svuotato per anni dopo un film così forte e audace. Tutti i grandi registi del tempo, da Marco Ferreri a Bernardo Bertolucci, a metà degli anni '70, avevano ruotato attorno all'idea del film definitivo su sesso e morte, ispirandosi a Georges Bataille ma anche a quello che si respirava allora.

Pensiamo appunto a "Ultimo tango a Parigi", altro film maledetto, o a "L'ultima donna", dove Gérard Depardieu si evira con l'affettatrice. Oshima si spinge molto oltre. E se era stato un film limite per i suoi protagonisti lo era stato anche per noi spettatori del tempo, che turbò non solo i maschi, ma anche le ragazze. Ragazze che accettavano solo lì l'idea di un film hard. Rispetto ai film di Ferreri e Bertolucci, Oshima ci presentava un film sul sesso, il desiderio, l'amore fino in fondo, senza compiacimenti cinefilitici o discorsi sociologici.

Non aveva bisogno né di Marlon Brando né di Gérard Depardieu, né di Astor Piazzola né di Ornella Muti. Ci arrivava dritti alla testa e al cuore. Al punto che accettavamo la morte di Kitzi come fine naturale della purezza del desiderio. Vedendolo si sentiva che c'era dietro un'esperienza reale di chi ci aveva preso parte che, in qualche modo, allora, faceva parte anche delle nostre stesse esperienze legate al sesso e all'amore e al non voler partecipare alla fine dell'utopia (siamo già nei tardi anni '70, la rivoluzione era perduta) e all'arrivo di qualcosa che non ci piacerà più.

Ogni volta che lo rivedevo, scrivevo una ventina d'anni fa in una specie di diario del mio incontro con Eiko Matsuda e con lo stesso Oshima, lo leggevo in modo diverso. A volte mi sembrava più sviluppato il personaggio di Kitzi, a volte quello di Sada, a volte vedevo cose che mi erano sfuggite, colpa anche delle diverse versioni giapponesi, italiane e francesi. Ma ogni volta rimanevo colpito dalla tenerezza di Sada quando scappa con il kimono di Kitzi per non farlo uscire di casa e poi se lo stringe in treno, da loro due sotto la pioggia con l'ombrello di carta e da Eiko quando fa l'amore.

Non si era mai visto qualcosa di simile al cinema, un'attrice che non finge di fare l'amore, che ci fa piangere per la sua realtà sulla scena. Non si trattava di fare del cinema hard, si trattava di arrivarci dentro. In "Furyo", che Oshima gira dieci anni dopo e che, oggi, amo come "L'impero dei sensi", le donne e l'atto sessuale non esistono. C'è solo il desiderio, puro, totale. Ma c'è la musica incredibile di Ryuichi Sakamoto e la canzone di David Sylvian.

C'è David Bowie bellissimo con un occhio diverso dall'altro in mezzo alla sabbia. C'è il bacio che darà a Sakamoto che vale tutto il cinema erotico del tempo. "Furyo" è un film dove domina il verde che Oshima aveva accuratamente tolto da tutte le inquadrature de "L' impero dei sensi", dove dominano il rosso e la carne dei protagonisti. Certo, siamo cresciuti con i film di Godard, di Rocha, di Bertolucci.

E con i capolavori che lo stesso Oshima ci aveva mostrato negli anni '60 e '70 e che erano arrivati da noi, da "Racconto crudele della giovinezza" a "Notte e nebbia sul Giappone", che erano anche titoli pazzeschi, da "Diario di un ladro di Shinjuko", molto godardiano, a "Sulle canzone sconce giapponesi" a "La cerimonia", che era considerato il suo film più forte.

Ci sentivamo al centro di una Nouvelle Vague della quale anche noi facevamo parte e ogni film ci portava su un terreno di gioia e di dibattito che oggi ci manca molto. Ricordo che lo stesso Oshima scoprì che una copia dei suoi film, conservata al Festival di Pesaro, era stata montata male, aveva un rullo invertito. Su quel particolare montaggio erano stati scritti saggi e si erano fatte dotte discussioni. Lui stesso lo rimontò come andava montato. Ma l'Oshima de "L'impero dei sensi", ripeto, ci aprì a qualcosa che tutti avevamo forse dentro e che nessuno come lui seppe raccontare.

 

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