ESSERE UN PEZZO DI NASO DI BIN LADEN - L’ATTORE INGLESE CHE HA INTERPRETATO IL TERRORISTA, DI ORIGINI SIKH, È STATO TAGLIATO IN TUTTE LE SCENE DI “ZERO DARK THIRTY”, CONTROVERSO FILM DELLA BIGELOW SULLA CATTURA DI OSAMA - “LA MIA PERFORMANCE RIDOTTA A DUE NARICI CHE ESCONO DA UN SACCO PER CADAVERI. SE L’AVESSI SAPUTO, FORSE MI SAREI RISPARMIATO 8 SETTIMANE DI PALPITAZIONI PER PREPARARMI AL RUOLO” - I TANTI CASI DI ATTORI SEGATI DAL “FINAL CUT” DEL REGISTA, DA SEAN PENN A NINO FRASSICA…

Michele Anselmi per "il Secolo XIX"

In fondo l'ha presa bene Ricky S. Sekhon, l'attore londinese, ventinove anni, di origini Sikh, ingaggiato da Kathryn Bigelow per impersonare il cinquantacinquenne Osama bin Laden nel controverso e tosto "Zero Dark Thirty". «Se avessi saputo che tutta la mia performance sarebbe stata ridotta a due narici e un pezzo di naso che escono da un sacco per cadaveri, beh, forse mi sarei risparmiato otto settimane di palpitazioni per prepararmi a quel ruolo» ha raccontato in un dettagliato articolo sul "New York Times". Titolo: "Being bin Laden", essere bin Laden.

Confessione divertente, anche ben scritta, tra aneddoti e curiosità, senza astio nei confronti della regista. "Zero Dark Thirty", cinque candidature agli Oscar, sugli schermi italiani il 7 febbraio, negli Stati Uniti sta andando bene, considerando la distribuzione limitata: 57 milioni di dollari al box-office, finora. Come sanno i lettori del "Secolo XIX", il film è fatto di dialoghi serrati, quasi tutti in interni, a suo modo un reportage investigativo, anche sui temi scottanti della tortura, che solo nell'epilogo, col raid notturno nel "fortino" di Abbottabad riprodotto con realistica suspense, scopre le sue carte d'azione.

E tuttavia, pudicamente, magari per non urtare la sensibilità del mondo musulmano o per semplice scelta di stile , il viso di bin Laden non si vede mai, se non in una veloce inquadratura: una presenza-assenza, anche da morto. «Sì, è lui» commenta nel film, dopo aver dato un veloce sguardo, l'analista della Cia, interpretata da Jessica Chastain. Non fu facile convincere i capi di Langley e il presidente Obama a programmare il blitz del 2 maggio 2011.

Solo che il povero Sekhon non lo sapeva. Una volta contattato in gran segreto dal responsabile del casting, nel marzo scorso, e non fu neanche facile a causa di disguidi telefonici, l'attore seppe solo il giorno dopo il perché della chiamata: sarebbe stato "the global face of evil", una sorta di incarnazione del Male, con nome e cognome. Appunto, Osama bin Laden.

Immaginate la sorpresa. Nel sottoporgli il contratto, la produzione lo obbligò al silenzio stampa, ebbe solo il permesso di avvisare madre, padre e fidanzata. Quanto al ruolo: «Sapevo solo chi dovevo interpretare. Ma non mi fecero leggere il copione, non mi spiegarono nulla delle scene da girare. Così pensai di prepararmi in modo da poter esaudire ogni richiesta della produzione».

In verità, a parte il metro e 93 centimetri di statura, la pelle scura di origine asiatica e il naso prominente, non è che le somiglianze fossero tante. «Nessuno mi ha mai fermato per strada, dicendomi: "Ehi, lo sai che sembri Osama bin Laden?"» ammette l'attore. Forte di esperienze teatrali nella commedia dell'arte ma quasi a digiuno di cinema, se non fosse stato per una particina, nei panni di un islamista radicale ispirato al vero Abu Hamza al Masri, nel film "The Infidel".

Invece la parte fu sua, e da allora, con scrupolo hollywoodiano, si dedicò totalmente al personaggio: compulsando saggi sul capo di Al-Qaeda, studiando su un cd un po' di arabo, soprattutto perdendo peso, circa undici chili, tra corse mattutine in collina e dieta a base di uova, carne magra, pesce. Il tutto per fare il morto, sempre che non sia lui l'ombra che passa veloce dietro un vetro, nel blitz finale, prima che un Navy Seal faccia fuoco dopo aver sussurrato «Osama, Osama...» salendo le scale.

«Interpretare un cadavere dentro un sacco mezzo chiuso non è proprio uno spasso, specie se devi trattenere il fiato per più di 30-40 secondi mentre ti inquadrano il naso prima di essere portato via» ricorda Sekhon. Che aggiunge, con una punta di ironia macabra: «Alla fine mi sentivo come disteso su un'amaca che veniva trasportata su e giù. In fondo non era male». Infatti la troupe, per scherzo, lo ribattezzò Osama bin Loungin', cioè Osama bin Bighellonando.

In realtà, pare che qualche altra scena sia stata girata, con lui vivo che si muove dentro il compound di Abbottabad ricostruito in Giordania, ma poi non se ne fece nulla. Difficile inventarsi una camminata, un gesto, uno sguardo nel rendere sullo schermo l'uomo più ricercato del mondo.

Nei titoli di coda di "Zero Dark Thirty", dopo 160 minuti di film, il suo nome non c'è. Nel cast completo, pubblicato dal sito americano Imdb.com, appare invece al penultimo posto, in fondo in fondo, accanto all'acronimo OBL, ovvero Osama bin Laden. Non proprio una parte di quelle che segnano una carriera, e tuttavia Ricky S. Sekhon deve ringraziare Bigelow: averlo scelto per impersonare il cinquantacinquenne Osama bin Laden ha già fatto alzare le sue quotazioni.

Prima o poi una serie tv americana si accorgerà di lui, forse anche il cinema: non necessariamente per fargli interpretare un islamista bombarolo. In ogni caso, "Zero Dark Thirty" gli ha portato fortuna: subito dopo, il regista svedese Kristoffer Dios l'ha voluto protagonista in un thriller. Stavolta da vivo.

D'altro canto, anche Kevin Costner cominciò la sua carriera da star facendo il morto, cioè il giovane Alex suicida rimpianto da tutti gli amici convenuti al suo funerale, nel "Grande freddo" di Lawrence Kasdan. Sullo schermo restò di lui solo un pezzo di polso, con la ferita ricucita, durante la vestizione funebre. Via il flashback, con lui in vita e sorridente, dopo il primo test per il pubblico eseguito dalla Columbia.

Un classico hollywoodiano. Non si contano, infatti, gli attori, anche di prima grandezza, eliminati nel cosiddetto final cut. Ne sanno qualcosa Rachel Weisz e Michael Shannon, tolti di sana pianta dal bizzoso Terrence Malick dall'edizione definitiva di "To the Wonder", in gara a Venezia 2012. E prima di loro toccò a Gary Oldman, Viggo Mortensen, Mickey Rourke in "La sottile linea rossa"; pure, in misura minore, a Sean Penn in "The Tree of Life".

Perché capita? Dipende. Perché c'è da tagliare e ridurre il minutaggio; perché la partecipazione illustre non convince; perché, appunto, lo screen-test segnala qualche insofferenza. Per dire: Uma Thurman fu espunta da "Le belve" di Oliver Stone, dove interpretava la madre della ragazza contesa dai due avventurieri; Andy Garcia subì la stessa sorte in "Pensieri pericolosi" di John N. Smith, protagonista Michelle Pfeiffer; idem per Mick Jagger e Jason Robards, eliminati da "Fitzcarraldo" di Werner Herzog dopo settimane di caldo e zanzare in Amazzonia.

Non dev'essere piacevole: vai a vedere il film che hai girato e, se nessuno ti avvisa, ti ritrovi alla fine con un palmo di naso. Magari col tuo nome sui titoli di coda e neanche una scena. Come accadde esattamente al povero Alessandro Haber nel ballo dei matti in una scena del "Conformista" di Bernardo Bertolucci: tagliata, la sua apparizione, al montaggio finale. Ancora oggi lo rievoca con una punta di sofferenza. Qualcosa del genere l'hanno patita anche Nino Frassica, Neri Marcorè e Isabella Ferrari, sforbiciati da "To Rome with Love" di Woody Allen: in quel caso, però, avrebbero dovuto ringraziare.

 

 

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