IL NOME DELLA COSA - GLI SCIENZIATI USA: “CAMBIAMO LA DEFINIZIONE DI CANCRO. LA DEFINIZIONE VA RISTRETTA”

1 - SVOLTA USA: "CAMBIAMO LA DEFINIZIONE DI CANCRO"
Massimo Vincenzi per "la Repubblica"

Le parole sono importanti, decidono della nostra vita. Ed è per questo che un gruppo di medici americani chiede una rivoluzione semantica nella lotta al tumore: basta pronunciare cancro per definire qualsiasi anomalia, ci sono altri modi scientifici per indicare la stessa patologia e vanno usati quelli.

Il rapporto del National Cancer Institute ha come obbiettivo ridurre l'impatto emotivo sui pazienti: «Cambiare il linguaggio è fondamentale per dare alla gente la fiducia necessaria per affrontare le loro malattie senza esagerare con le cure», spiega al New York Times Laura Esserman, una delle autrici del rapporto e direttrice del Breast Center all'università di California a San Francisco, che aggiunge: «Quando uno sente pronunciare la parola cancro pensa subito alla morte ed è disposto a fare qualsiasi cosa pur di salvarsi. Chiede di fare qualsiasi qualcosa».

Il nemico da combattere si chiama sovradiagnosi o trattamento eccessivo, ed è diventato uno dei principali problemi che assillano i medici. La sempre maggior precisione della tecnologia consente esami ultra perfetti e risultati così in profondità da diventare, quasi per paradosso, distorti, al confine dell'errore.

«Come osservare un oggetto troppo da vicino con un cannocchiale: si perde di vista la realtà», dice uno dei ricercatori. Così ad ogni minima imperfezione i pazienti si sottopongono a terapie invasive, dolorose dal punto di vista fisico e con effetti pesanti anche sotto il profilo psicologico. Le polemiche sollevate dopo la scelta di Angelina Jolie di farsi asportare entrambi i seni per il rischio genetico di un tumore al seno vanno in questa direzione: «Occhio al rischio emulazione», dissero molti accademici.

Otis W. Brawley, uno dei titolari dello studio, usa una definizione efficace: «Cancro è una definizione che risale al 19esimo secolo. Abbiamo bisogno di parole che ci portino dentro l'era moderna».

E lui i suoi colleghi chiedono una commissione composta da più specialisti che tracci la nuova strada da percorrere. Nel mirino degli scienziati quei tumori benigni al seno, alla tiroide, alla prostata e ai polmoni che hanno pochissime possibilità di trasformarsi in maligni: «Per esempio, il carcinoma in situ non è un tumore. Dunque perché chiamarlo così? Va usata la corretta definizione medica: lesioni indolenti di origine epiteliale», spiegano.

E non è un banale gioco delle tre carte sulle pagine del vocabolario, è un cambio radicale: «Una volta pronunciata la parola nefasta è impossibile o quasi tornare indietro. Si parte con la biopsia e poi il malato entra in una via crucis di esami e operazioni». In campo anche il premio Nobel Harold Vamus, direttore del National Cancer Institute: «Abbiamo difficoltà a spiegare ai nostri pazienti che alcune lesioni scoperte alla prostata o dopo una mammografia non mettono in pericolo la loro vita».

Non tutti sono d'accordo. Larry Norton, che non ha partecipato al gruppo di studio, si preoccupa dei rischi possibili: «Nessun dottore è in grado di prevedere con esattezza l'evoluzione di un tumore». Anche se lui stesso deve ammettere che la comunicazione tra medico e ammalato è decisiva: «Bisogna scegliere bene le parole. Io spiego loro che se uno vestito da criminale non è detto che poi lo sia: almeno sino a quando non infrange la legge».

2 - VIRGILIO SACCHINI, PROFESSORE DI CHIRURGIA AL MEMORIAL SLOAN-KETTERING: "NON CONTA IL TERMINE SCELTO MA IL RAPPORTO CON IL PAZIENTE"
Michele Bocci per "la Repubblica"

«IL problema non è la singola parola usata dal medico ma il rapporto che sa creare con il paziente». Virgilio Sacchini è professore di chirurgia al Memorial Sloan-Kettering di New York, uno dei centri più noti al mondo per la cura dei tumori. Si occupa di cancro alla mammella e ha quotidianamente a che fare con lesioni "pre tumorali".

È giusto l'uso che si fa della parola cancro?
«Il paziente non si spaventa per un termine, ma per i silenzi o le omissioni di un dottore sbrigativo, che magari lo liquida in 10 minuti. Chi incontra una malattia ha bisogno di un interlocutore. È fondamentale informarlo bene».

Perché è nato il dibattito negli Usa?
«Ci sono da tempo due movimenti. Uno dice che si fanno troppi interventi inutili, cioè c'è una sovradiagnosi di patologie che non saranno mai maligne. Per loro cambiare la terminologia è importante. L'altro sostiene che non siamo ancora pronti a discriminare le forme che un giorno diventeranno pericolose, e che quindi va sempre valutata la possibilità di un intervento».

Lei cosa ne pensa?
«È giusto non spaventare con le parole, ma non esageriamo dall'altra parte, utilizzando termini troppo vaghi. Non ci dimentichiamo che in Italia ci sono 42mila nuovi casi di cancro alla mammella all'anno e che le donne che muoiono per questa patologia sono 14mila».

 

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