DAGOREPORT: L’EGEMONIA DEL LUOGOCOMUNISMO - NEGLI ULTIMI GIORNI, DUE “INTELLETTUALI” MALDESTRI, BEATRICE VENEZI E PIETRANGELO BUTTAFUOCO, HANNO RISPOSTO CON LA STESSA FRASE: “CIÒ DI CUI NON SI PUÒ PARLARE SI DEVE TACERE” – MA L’USURATA CITAZIONE DEL FILOSOFO LUDWIG WITTGENSTEIN NON È UN SUGGERIMENTO DI TEORIA DELLA COMUNICAZIONE DA USARE QUANDO CHIEDONO QUALCOSA DI SCONVENIENTE, NO, NON È COSÌ. TALE ASSERZIONE TRATTA DAL “TRACTATUS LOGICO PHILOSOPHICUS”, PUBBLICATO NEL 1921, SIGNIFICA CHE IL LINGUAGGIO DELLA FILOSOFIA ANALITICA NON DEVE OCCUPARSI DI ETICA O ESTETICA POICHÉ...
pietrangelo buttafuoco beatrice venezi
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Torna Leon Bloy, torna, tutto è perdonato! Era il 1912 quando il saggista francese scrisse “Exégèse des lieux communs”, “Esegesi dei luoghi comuni”, un libro senza mezze misure né peli sulla lingua, dove le frasi fatte, i luoghi comuni, la sciocca banalità dei contemporanei è svuotata di ogni pretesa assennatezza o presunto buonsenso.
Attraverso l'interpretazione di centottantatrè luoghi comuni, Bloy dava vita a qualcosa più di uno sciocchezzaio o di un bestiario sulla banalità. Bloy dà una brillante definizione per definire il luogo comune: “E’ una tangente per fuggire nell’ora del pericolo».
Quali sono questi luoghi comuni? Per esempio, frasi come “Cavalcare i princìpi”: “Genere d’equitazione ad uso esclusivo del Borghese – scrive ironico Bloy -. E il più sicuro che si conosca ed è perfino inaudito che il cavaliere venga disarcionato”. Oppure: “Gli affari sono affari”: “E impossibile dire con esattezza che cosa sono gli Affari. Sono una divinità misteriosa – scrive un parodistico Bloy -. Gli Affari sono Affari è come dire Dio è Dio. Gli Affari sono l’Inesplicabile, l’Indimostrabile, l’Incircoscritto, basta enunciarlo».
Bloy non poté però commentare due dei luoghi più comuni usati dagli intellettuali, diciamo con frase fatta prêt-à-porter, dell’età nostra. Sono: “La banalità del male” e “Ciò di cui non si può parlare si deve tacere”. C’è venuta in mente questa storia dopo che abbiamo sentito utilizzare il secondo di questi due luoghi comuni da due “intellettuali” veneziani di punta negli ultimi giorni.
In una convention (luogo comune) di quindici giorni fa a Milano, alla domanda su cosa ne pensasse della situazione che si era venuta a creare al Teatro la Fenice il direttore-direttrice Beatrice Venezi ha risposto. “Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere”. Stessa cosa ieri: quando i cronisti hanno chiesto cosa pensasse della questione legata al Padiglione della Russia il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, ha risposto: “Ciò di cui non si può parlare si deve tacere”.
Ma che cosa vogliono dire, in realtà, queste due affermazioni? La prima non vuol dire, genericamente, che il male è una cosa banale, come, invece, si è soliti sentire ripetere in tv da opinionisti d’occasione. La filosofa Hannah Arendt usò questa frase come sottotitolo di un libro, “Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil” (1963), riferendosi specificatamente al tipo d’uomo che le apparve essere il nazista Eichmann quando se lo vide davanti seguendo le fasi del processo contro di lui.
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Il male, intende dire la Arendt, si era incarnato in un uomo banale; ma ciò non significa che il male sia una cosa banale!
Quanto all’usurata frase “Ciò di cui non si può parlare si deve tacere” del filosofo analitico Ludwig Wittgenstein va sottolineato che non è un suggerimento di teoria della comunicazione da usare quando chiedono qualcosa di sconveniente (del tipo: “Con chi sei andata a letto ieri sera?”, Risposta: “Ciò di cui non si può parlare si deve tacere”). No, non è così.
Il “Tractatus Logico philosophicus”, pubblicato nel 1921 negli “Annalen der Naturphilosophie” (non in abbecedario di buone maniere) è un testo di ontologia, quel ramo della filosofia che studia l'essere in quanto tale, indagando le caratteristiche fondamentali dell'esistenza, in cui si stabilisce che il pensiero deve essere l’immagine logica dei fatti e tutto ciò che non è esprimibile in un linguaggio logico (come sentimenti, desideri…) non può fare parte di una autentica filosofia analitica.
La settima asserzione, riassunta nell’aforisma “Wovon man nicht sprechen kann, darüber muss man schweigen” ovvero, “Di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere" significa che il linguaggio della filosofia analitica non deve occuparsi di etica o estetica poiché non deve creare assiomi indimostrabili.
L’abuso che si fa oggi delle due frasi è degno di quel “Catalogo delle idee chic” che doveva costituire una parte di “Bouvard e Pécuchet” di Flaubert, capolavoro uscito postumo con il titolo di “Dizionario dei luoghi comuni”. Si tratta di un libro, come scriveva Julian Barnes, che parla del dilettantismo ossessivo o dell'erudizione maldestra.




