TREMA, MEDIASET, TREMA - VIAGGIO NELL’INQUIETUDINE DELLE TRUPPE DI MILANO 2 - I PIANI ALTI OSTENTANO SICUREZZA: L’AZIENDA FA UTILI E COL PATONZA FUORI DALLA POLITICA MAGARI CI GUADAGNA PURE - I SOLDATI SEMPLICI SONO PIÙ PREOCCUPATI: “È SANA, MA IN DEFICIT DI QUALITÀ. ORMAI LA POLITICA QUA LA SI FA CON I CALZINI TURCHESI DEL GIUDICE MESIANO O CON LE INTERVISTE DI SIGNORINI A RUBY” - FEDE NON È SCOSSO DA DUBBI: “E PERCHÉ DOVREI PREOCCUPARMI? L’AZIENDA È SALDAMENTE IN MANO A PIERSILVIO E A CONFALONIERI”…

Michele Brambilla per "La Stampa"


Tutto è cominciato qui, quarant'anni fa o giù di lì: Milano 2, la prima tv via cavo, il primo telegiornale. Da qui è partito un impero che a un certo punto ha abbracciato ogni atto e ogni pensiero del nostro vivere: l'edilizia, l'informazione, gli spettacoli, il calcio, la finanza, la politica. È arrivato il giorno che segnerà la fine di un'epoca? Oppure è l'ennesimo falso allarme, l'ennesimo annuncio di un epilogo che non arriverà mai?

Sembra bizzarro, ma per raggiungere il centro di un'azienda che è stata un modello di modernità e innovazione ci si orienta come nella preistoria. Al taxista devi dire «mi porti alla pianta»: in tutta Milano sanno che l'indirizzo di Mediaset a Segrate non è una via, ma una pianta. Da lì arrivi a piedi al lago dei cigni, il cuore di Milano 2, sul quale si affacciano le vetrate di ciò che dell'impero è rimasto qui: Tg4, Studio Aperto, Striscia la notizia e l'Agenzia delle News, il nuovo telegiornale «accaventiquattro» di Mario Giordano, che partirà il 27 novembre.

In portineria sono molto gentili. Chiediamo se avvertono tensione e preoccupazione, oggi, tra la gente che viene e la gente che va. «No, è un giorno come gli altri», ci dice uno. Quello dietro sorride: «Come gli altri da un po' di tempo a questa parte. Si parla di dimissioni del capo, e c'è un po' di paura». È l'ora di pranzo e i dipendenti escono per andare al self service.

Antonio Ricci non ci riceve: è in riunione, e comunque preferisce non parlare. Quelli che parlano non mettono la faccia, ed è più che comprensibile. Comunque banalizzando diremmo così: ai piani alti si è tranquilli, si dice che un'azienda come questa sopravviverebbe anche a un'uscita di scena del Cavaliere dalla politica; e anzi forse ne guadagnerebbe, avrebbe meno pressione addosso. In tv si potrebbe perfino tornare a parlare di politica. «L'azienda è sana, fa utili», ti assicurano.

Ma soprattutto nei soldati semplici la preoccupazione c'è. Ti dicono che l'azienda è sì in utile, ma in deficit di qualità. «Questa tv», ci dice un collega, «ha perso Mentana. E ha lasciato che i giovani bravi "di area", o comunque che lavoravano in testate del gruppo, andassero da altre parti: Porro, Telese e Nuzzi sono a La 7, Facci sta per andarci. Cruciani, quello della Zanzara, l'abbiamo preso per parlare di calcio». Un altro sente e annuisce: «Ormai la politica qua la si fa con i calzini turchesi del giudice Mesiano o con le interviste di Signorini a Ruby».

Chi non ha problemi a metterci il nome e la faccia è Emilio Fede, il direttorissimo. È in sella da 23 anni. Fu lui a fare il primo tg «vero» dell'azienda. Ci riceve nel suo ufficio, a pian terreno; le sue vetrate danno sul lago dei cigni. È tranquillo e sereno come un bimbo svezzato in braccio a sua madre: «E perché dovrei preoccuparmi? L'azienda è saldamente in mano a Piersilvio e a Confalonieri, che i figli del Cavaliere chiamano zio. Giornalisti preoccupati? Macché. Vieni, ti faccio fare un giro in redazione così puoi chiedere a loro».

La notizia data in mattinata da Giuliano Ferrara ha provocato un terremoto ovunque tranne che qui al Tg4: «Secondo me Giuliano non accetta un ruolo da comprimario e ha fatto quella sparata per guadagnarsi il palcoscenico. Io questa mattina non gli ho creduto nemmeno per un attimo. E nell'edizione che abbiamo mandato in onda non l'ho proprio considerato».

Via, la notizia che stava facendo sobbalzare i mercati ignorata come un cane che morde un uomo. «Guarda che io Berlusconi lo conosco bene e ti dico che non si dimetterà mai. O meglio: non si arrenderà mai. Le dimissioni come atto tecnico per preparare una riscossa potrebbero anche starci: ma l'accettazione di una sconfitta, mai». Tutto però sembra giocare contro di lui, obiettiamo: «Ma tutto cosa? I giornali, italiani e stranieri. L'opposizione. La politica della spallata.

Ma lui può sempre contare su un partito che mal che vada avrà il 22-24 per cento. Craxi governò con il 14 per cento». Ha sentito Berlusconi? «Sì». L'ha trovato preoccupato? «Preoccupato no. È amareggiato perché stanno emergendo figure squallide, come quella Milly Carlucci». Gabriella, direttore: Gabriella, non Milly. «Sei sicuro? Bah, comunque quella era un nessuno che ha avuto tutto da lui, e adesso lo tradisce. Come quell'altro, come si chiama? Antonione. Quando succedono queste cose Silvio ci rimane male, lui è generoso, non farebbe del male a nessuno».

Siamo lì che stiamo per chiedergli se quella di Ferrara non è stata, invece, una mossa escogitata con il Cavaliere per chissà quale raffinata strategia, quando telefona Cicchitto. Da quel che i due si dicono sembra di no, nel Pdl sono rimasti sorpresi: «Ferrara ha combinato un bel casino», dicono. Quando riattaccano chiediamo al direttore che cosa pensava il capogruppo del direttore del Foglio: «Sicuramente non era divertito».

Usciamo. Sul lago dei cigni pioviggina, e questo non aiuta a stare allegri. A essere poi un po' cattivi nel cercare infauste suggestioni, viene in mente che a pochi metri in linea d'aria c'è il San Raffaele, dove un altro geniale fondatore ha imboccato il viale del tramonto. Se poi oltre che cattivi si vuol essere carogne, ci si ricorda pure che, sempre a pochi metri di distanza, c'è anche via Olgettina. Dove qualcuno ha corretto il cartello mettendo una «r» al posto della «l». I bagordi degli ultimi tempi come simbolo di una decadenza? Tutto può succedere, e il Cavaliere ha già dimostrato che le sue vite non sono sette ma settanta volte sette. Però pure lui qualche giorno fa ha ricordato che passa la gloria di questo mondo.

 

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