UN LABIRINTO DELL’ARTE PER SCONVOLGERE LA BIENNALE

Alessandra Mammì per L'Espresso

Dimenticate le vecchie Corderie dell'Arsenale, così come le avete conosciute. La Biennale prossima ventura ha cambiato i connotati al grande refettorio che dai tempi della Strada Novissima di Portoghesi accoglie il corpo di quelle mostre che hanno la testa nel Padiglione centrale ai Giardini, ma il cuore e le viscere all'Arsenale.

Questa volta non ruoteremo gli occhi ai lati della navata, in quell'incedere composto, scandito dalle colonne al grido "c'è un video a destra, un'installazione a sinistra". Il pilota automatico del visitatore è andato smarrito. Il passo è sbarrato. Entrando dal calle della Tana, una rotonda ci porta in un ballatoio e da lì, come Pollicino, bisognerà decidere: perdersi a destra? O perdersi a sinistra?

Il viaggio nel dantesco girone delle immagini comincia ed è inutile spargere mollichine per non smarrire le strada. Qui lo smarrimento è d'obbligo. 55ma Esposizione internazionale d'arte. Titolo: "Il palazzo Enciclopedico". Regia di Massimiliano Gioni. Ispirato a una storia vera.

Quella di Marino Auriti, artista architetto autodidatta che nel 1955 depositò all'ufficio brevetti americano i progetti del suo palazzo enciclopedico. Aveva 65 anni quando calcolò che per contenere lo scibile umano necessitavano 700 metri di altezza, 136 piani e 16 isolati in quel di Washington. Ne ha 39 Massimiliano Gioni direttore di una Biennale di 100 mila metri quadri a quel palazzo ispirata.

Auriti lo aveva immaginato come una ziqqurat, Torre di Babele che si arricciola su se stessa fino a toccare il cielo. Gioni l'ha costruito invece in orizzontale come un labirinto, un paesaggio in carton gesso fatto di sentieri, radure, macchie e boschi. Doveva contenere tutte le invenzioni umane dalla ruota al satellite, il palazzo di Auriti. Dovrà contenere tutte le immagini possibili, la Biennale di Gioni.

Quelle belle e quelle brutte. Quelle benedette dall'arte o partorite dalla natura. Le figlie della professione e le allucinazioni dell'inconscio. La grandeur dello spazio, d'obbligo per installazioni muscolari, qui non serve. Nel moltiplicarsi di oggetti, segni e disegni stavolta c'è bisogno di tirar su pareti su cui appendere fogli, appoggiare mensole, puntare una luce, schermare il sole. «Forse non a tutti piacerà vedere l'Arsenale tanto cambiato», dice Gioni. Sì. Ma che importa?

Lui, il più giovane direttore di Biennale di tutti i tempi è qui per questo. Per cambiare, scuotere, muovere le acque di un evento che è il più atteso degli ultimi anni, almeno a dar retta alle prenotazioni alberghiere, ai palazzi che si apriranno su Canal Grande, alle feste annunciate, alle mostre collaterali che hanno occupato a caro prezzo anche le cantine della Serenissima.

E non ci saranno mezzi termini per giudicare questa decisamente insolita Mostra. Ma amore e odio, discussioni e passioni, pollice verso e recto. Era chiaro già nelle conferenze stampa tenute in giro per il mondo, fitte di giornalisti e addetti, ma povere di domande. Perché l'entusiasmo del nostro e la lista di nomi sconosciuti ai più intimidirono le platee.


«Chi sono ad esempio Greta Bratescu, Paulo Nazareth, Frederic Bruly Bouabré?», si sussurrava tra le file. Risposta, nell'ordine di domanda:

1) Figura di punta dell'avanguardia rumena, vissuta in isolamento gran parte della vita ma capace di inventare una mitologia con collage tessuti a macchina e ispirati a Medea;
2) Performer brasiliano trentacinquenne meticcio e arrabbiato; crea usando oggetti trovati lì per lì; due anni fa attraversò le Americhe a piedi e in bus, e solo quando dal Brasile arrivò a New York si lavò i piedi; simbolicamente nell'Hudson River;
3) Filosofo, mistico, veggente nato in Costa d'Avorio nel 1923, creò una nuova religione e la trascrisse in un alfabeto pittografico di sua invenzione per regalare un esperanto al Continente.

Non sono scelte stravaganti. C'è del metodo. Da anni l'enciclopedico Gioni cataloga e classifica immagini d'ogni provenienza e origine. Opere santificate dalla storia e dal mercato, prodotti commerciali, materiali dozzinali, dipinti religiosi nobili o bancarellari. Lo fa per riportare l'arte vicina ad altre espressioni figurative, per restituirle forza, farla uscire da un'impasse. «Isolare l'arte significa consegnarla alla dimensione dell'intrattenimento, lasciarla preda del mercato, ridurla alla tautologia del capolavoro», dice.

E deve così aver detto anche al presidente Baratta fino a convincerlo che valeva la pena di gettarsi in tanta impresa. In un panorama ossessionato dalla vanità del presente per Baratta il progetto di Gioni appare «una faustiana discesa nel regno delle Madri, forze vive e ispiratrici della creazione umana». Ragion per cui approvò e appoggiò: «Questa Biennale di ricerca più che di conferme. Non la fotografia dell'esistente ma uno scavo profondo verso le radici della contemporaneità».

Che, sappiamo, quanto di immagini sia fatta e come con le immagini parli più che con le parole. Lo sa soprattutto Gioni, figlio della generazione cresciuta con Internet e iper-nutrita con junkfood di figurine che trabocca dal Web e dai social network. «Quale spazio è concesso all'immaginazione e al sogno, alle visioni e alle immagini interiori in un'epoca assediata dalle immagini esteriori? E che senso ha cercare di costruire un'immagine del mondo quando il mondo stesso si è fatto immagine?», si chiede.

Anzi si è chiesto già nel 2009, quando diresse la Biennale di Gwuangju in Corea. La intitolò "10mila vite", si concentrò sui volti, s'interrogò sul senso del ritratto nell'epoca dello scorrere liquido e compulsivo di occhi - nasi - bocche sugli schermi al plasma dei nostri computer. Ridare la profondità di una esistenza e l'architettura di una grammatica a quell'inflazione globale di facce, fu la coreana prova generale della veneziana Biennale Enciclopedica.

Qui l'ambizione è più alta. Tendere il filo tra immagine, immaginazione, immaginario e non dare neanche confini cronologici. Semmai un percorso. Si parte dalla testa. Ovvero dal padiglione ai Giardini che apre come un Pantheon sulla stanza circolare con gli appena restaurati affreschi di Galileo Chini nella cupola. Al centro una bacheca e dentro la bacheca un libro rosso.

Anzi "Il liber Novus" di questa Biennale che raccoglie disegni pensieri e soprattutto sogni di Carl Gustav Jung. Quelli che Jung chiamava i «crittogrammi di sé», capaci di collegare il suo proprio destino a quello della collettività passata, presente, futura. "Urbilder": immagini primarie. Bussola dell'intera Biennale. Quelle che spiegano perché nella stanza accanto a Jung troviamo il calco del volto del padre del surrealismo, André Breton, che ben sapeva come la parola "imago" per i romani era la maschera di cera con cui si preservava l'immagine del volto dei defunti.

Quelle "Urbilder" che condurranno nella Babele dell'Arsenale ridisegnato da Gioni e dall'architetto Annabelle Seldorf seguendo lo schema di una barocca Wunderkammer dove opera dell'uomo e opere delle natura si mescolavano per affinità magiche, cromatiche, improvvise secondo misteriose regole combinatorie la cui unica legge era la meraviglia. Anche qui. In una meraviglia che passo passo arriva fino a noi. Dal minerale al digitale.

Dalle pergamene ai video, film, lightbox, foto, animazioni, performance e improvvise riproposizioni in chiave contemporanea dei "teatri del mondo", quelle cosmiche allegorie cinquecentesche sui segreti dell'universo.

«Che cos'è in fondo questa iperconnettività contemporanea se non una planetaria Wunderkammer basata sull'organizzazione di oggetti e immagini eterogenee? Non è forse vero che nella società della comunicazione e dell'immagine affiorano nuove corrispondenze tra conoscenza e segreto, sapere e iniziazione? E più indago più vedo che questa nostra era dell'onniscenza elettronica e della presunta accessibilità totale, si scopre mistica esoterica ed ermetica. Il "palazzo Enciclopedico" è una specie di preistoria dell'era digitale con le sue ansie di organizzazione e il sogno di conoscenza totale».

Già ci voleva un figlio di Internet, per guardare e farci guardare l'arte così. Libero da gerarchie, cronologie e forte di un sapere prensile che gli permette di nuotare in un mondo di immagini. Quello della prima vera Biennale del Terzo Millennio.

 

MASSIMILIANO GIONI MASSIMILIANO GIONImassimiliano gioniLA BIENNALE DI VENEZIA BY GIONI BIENNALE- foto ciani-bassettiBIENNALE- foto ciani-bassettiBIENNALE- foto ciani-bassettiGIANNI BARATTA auriti il palazzo enciclopedico a lui dedicata la Biennale di Gioni

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