CALIFFO E JANNACCI, VISTI E VISSUTI DA ORNELLA VANONI: “SIAMO RIMASTI IO E GINO PAOLI”

Ernesto Assante per "La Repubblica"

«Eravamo così giovani, avevamo vent'anni, stavamo sempre insieme. La morte di Enzo è per me una grandissima sofferenza». Il dolore di Ornella Vanoni è palpabile. «E poi Franco, con il quale avevo un rapporto molto diverso, meno profondo ma con cui mi sono divertita tantissimo».

Lei, una delle più grandi voci della nostra musica, era amica di entrambi, con i quali aveva lavorato molto, al Derby con Jannacci e poi in tv e a teatro, e per grandi canzoni con Califano, del quale ha portato al successo alcuni dei brani più belli.

«Ero profondamente legata a Jannacci» dice la Vanoni, «ci siamo conosciuti da giovanissimi, eravamo un gruppo straordinario che viveva gli anni del dopoguerra a Milano con un entusiasmo unico. Era un periodo bello, appassionato e incredibilmente leggero, anni lievi in cui tutto sembrava possibile»

Con Jannacci la musica e l'amicizia per lei diventavano una cosa sola...
«L'arte, le canzoni, gli amici erano una cosa sola, si stava sempre insieme. Bastava una telefonata e ci si vedeva in piazza, lui arrivava con la Vespa e poi trovavamo Gaber, Fo, Cochi e Renato, e il Derby era una casa per noi tutti. Jannacci era un vulcano, aveva mille idee e trovate. Sapeva cantare, scrivere, recitare e aveva un cuore grandissimo. Stare insieme era fantastico. Oggi non è più così, ci sono le email, gli sms, ed è sempre più difficile che gli artisti stiano insieme»

Amava le sue canzoni...
«Erano impreviste, poetiche. Lavorare con lui era un piacere. Lui mi è sempre stato grato perché sono stata la prima a portarlo in tv. Facevo una trasmissione con Antonello Falqui e gli chiesi di fare una scenetta con me. Abbiamo fatto due barboni con un carretto e non era niente male. Di recente io ho fatto una versione di L'Armando da Fabio Fazio, lui è venuto a salutarci, ma era già molto stanco e malato».

La vostra era una Milano che tutta l'Italia amava.
«All'epoca si, ma oggi è una città poco amata, una città usa e
getta, se hai una lira in tasca appena arriva il fine settimana te ne vai. Non c'è molto da cantare. Noi eravamo un movimento, come quelli dei pittori o dei poeti che creano le tendenze, inventano e cambiano le cose. Così come è stato rivoluzionario il cantautorato genovese lo è stato anche il movimento del cabaret di Milano. E in questo Jannacci era l'inventore di un genere, qualcosa che nessuno aveva fatto prima».

E Califano?
«Erano tempi diversi e un modo diverso di essere. Franco era esagerato, viveva una vita senza sosta. Avevamo poche cose in comune ma insieme ci siamo divertiti tantissimo. E poi era veramente bello, tutte volevano andare a letto con lui ma a me faceva ridere da morire. Voglio dire che Enzo e Franco non sono confrontabili, sono stati due artisti profondamente diversi. Jannacci era un matto e geniale, con una creatività straordinaria e sorprendente. Franco era un autore bravissimo e usava le parole con grande leggerezza».

Alcune delle sue canzoni sono diventate parte integrante del suo repertorio. Basta pensare a La musica è finita, titolo che è diventato un'espressione comune.
«Una frase che ancora oggi è di attualità, non crede? Franco era molto simpatico oltre che veramente bravo. Ricordo, ad esempio, che una volta eravamo insieme, Mino Reitano aveva scritto una bella melodia ma il testo era troppo semplice.

Ci siamo messi al lavoro e con Califano in una notte abbiamo scritto le parole di Una ragione di più. Lavorare era diverso e più semplice, ci si vedeva e si facevano canzoni. Adesso non è più così».

E oggi?
«Oggi siamo rimasti io e Gino Paoli, due gemelli, nati praticamente lo stesso giorno, ancora con tante cose da cantare».


2. CELENTANO: LO VEDO ENZO RIDE DA LASSÙ
«Era una forza della natura: che suonasse jazz o Rosamunda ci metteva lo stesso entusiasmo. Perché era amante della vita, nonostante facesse fatica a credere che un giorno potesse continuare».

L'amico Adriano Celentano ricorda Enzo Jannacci in un affettuoso post su Facebook. «Mi sembra di vederlo, seduto su uno dei rami di quella vita che non può finire. Bello, giovane come non lo è mai stato, e farsi due risate mentre qui da basso noi lo piangiamo. Era il 1956 quando nelle balere della vecchia Milano si aggirava uno strano tipo, morto di sonno a causa di un secondo lavoro.

L'appuntamento era in via Anfossi, nei paraggi di Porta Vittoria. Una sala prove dove Enzo, Gaber e io ci incontravamo per confrontarci sul grande repertorio di Haley».


3. VASCO: ERANO DUE GRANDI, LI PORTERÃ’ NEL CUORE
«Scompaiono due artisti bravi e diversi. Uno simpatico e caro amico, l'altro un maestro». Vasco Rossi ricorda così, su Facebook, Enzo Jannacci e Franco Califano. «Devo molto artisticamente a Enzo» aggiunge l'artista «bolognese «e dentro il mio cuore lui e Franco non moriranno mai».

«Ho scoperto Jannacci quando avevo 16 anni» ricorda Vasco «Le sue canzoni in milanese mi conquistarono subito. Erano divertenti e originali. Dipingevano personaggi disperati e sfortunati. Gli ultimi, non i primi. Gli antieroi, le persone comuni (l'Armando, Vincenzina...). La sua ironia amara, la sua satira sottile, sferzante, acuta e irresistibile lo portò a scrivere grandi capolavori. Vengo anch'io, Quelli che, Se me lo dicevi prima,
sono solo i primi che mi vengono in mente».

3. FIORELLO: FRANCO ED IO RITROVAMMO LA GRINTA
Fiorello è stato tra i primi a omaggiare Franco Califano alla Protomoteca in Campidoglio; lo aveva imitato nel suo show Stasera pago io «una rinascita per tutti e due». «Insieme abbiamo ritrovato la grinta.

Quando ho iniziato ad imitarlo eravamo entrambi in crisi e poi abbiamo superato questo momento», ha detto lo showman davanti alla camera ardente. «Califano è uno che la vita se l'è goduta».

E aggiunge: «Sono venuto qui per vedere la gente che c'è, ed è tanta, nonostante sia la Pasquetta. E noi tutti sappiamo come Califano non amasse i giorni di festa. Ha vissuto la sua vita fino all'ultimo. E come lui stesso ha detto: "Sarò vecchio cinque minuti prima di morire". E forse nemmeno quello. Ciao Franco».

 

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