ALTAN SULLE FINE DEL BERLUSCONISMO - UN NUOVO LIBRO, “TUNNEL”, PER IL FILOSOFICO VIGNETTISTA CHE HA INVENTATO IL CAVALIER BANANA: “PRIMA DELLE ELEZIONI DEL 2001, GIANNI AGNELLI DISSE CHE NON ERAVAMO UNA REPUBBLICA DELLE BANANE. È VERO, SCRIVEVO IO, NON SIAMO UNA REPUBBLICA DELLE BANANE, MA DEL CAVALIER BANANA. LA BANANA DIVENTÒ COSÌ UN SEGNALE, UN TERMOMETRO” - “ANCHE CIPPUTI SI SENTE RASSICURATO DA MONTI”….

Simonetta Fiori per "La Repubblica"

E ora, il cavalier Silvio Banana come lo salutiamo? «L´ideale sarebbe far finta di niente. Finalmente, che silenzio». Dopo gli eccessi da commedia, la grancassa, i funambolismi circensi, ecco l´insperata quiete. Si capisce che per Altan, un italiano dalla parola sobria e dal gesto essenziale, il berlusconismo debba aver funzionato da agente allergizzante.

I nomi che non corrispondono più alle cose, le formule precotte, le «campanelle rotte», come le chiama lui. L´impazzimento e la resa. In questi anni, con ammirevole tenacia, ci ha messo dinanzi alle nostre insensatezze, nel tentativo forse di restituire senso a ciò che non l´aveva più.

«Sono combattuto tra la testardaggine della volontà e la malinconia della ragione», dice il suo alter ego dalla copertina di Tunnel, la nuova raccolta di vignette che è uno straordinario romanzo per grafismi dell´ultimo decennio (Gallucci). Non c´è più tempo per l´ottimismo, solo per un´eroica ostinazione. E per comprenderne l´eccentricità, quel suo essere diversamente italiano, quella distanza-vicinanza su cui si esercitano molti esegeti, bisogna venire nella sua casa rurale di Aquileia, dove tutto sembra suggerire una segreta armonia.

La strada dall´«aerodromo» - Altan chiama così l´aeroporto - è immersa nel verde fiammeggiante dell´autunno, ininterrotti filari di pioppi che raccontano un paese non ancora ridisegnato dai capannoni. Un rassicurante giardino in stile pimpesco introduce alla grande magione di pietra, circondata dalle cascine d´una vecchia azienda agricola. «È un lascito di mio nonno, imprenditore e senatore del Regno. Venimmo a viverci sul finire degli anni Settanta insieme a mia moglie Mara. Lei voleva tornarsene in Brasile, così mio padre ci offrì questa casa».

Mara fa strada tra i cespugli di lantane e ortensie, riempendo di vitalità i lunghi silenzi del suo Checco. Doveva essere un genitore attento, Carlo Tullio Altan, oltre che studioso insigne. «È stato fondamentale anche nel mio lavoro. Da lui ho imparato parecchio, sull´Italia e sul carattere degli italiani, come siamo fatti, i nostri vizi antichi. Negli ultimi anni venne a vivere dall´altra parte del giardino, così riuscivamo a parlare ogni giorno. Talvolta s´infuriava. Aveva fatto la Resistenza nel partito d´Azione. Aveva scritto libri sulla religione civile degli italiani. Nutriva una concezione sacra della patria e della comunità, e ora le vedeva perdute».

L´aristocratica famiglia Altan risale al XIV secolo, un dipinto cinquecentesco al primo piano ne riproduce su uno sfondo agreste il rigoglioso albero genealogico. C´è anche un cavaliere veneziano giustiziato nel Settecento in piazza San Marco. «Gli avevano intimato di stare lontano dalla laguna, ma lui non rispettò l´ingiunzione», sorride Altan, forse un po´ fiero di quell´avo ribelle. Una storia antica, prima di entrare nell´officina in cui nascono i suoi omini dallo sguardo acquoso e dal boccolo ribelle, creature deformi ma depositarie di verità ultime - i figli dei Cipputi e dei Busdazzi - o mostruose e basta. Con il pennarello ora tratteggia un insolito Silvio Banana in apparente disarmo, la canottiera al posto del doppiopetto.

«È stato il malessere a ispirare il mio lavoro in questi anni. Talvolta un malumore reattivo, che provocava una risposta immediata. Talvolta un disagio più profondo, che è quello dell´impotenza». Tunnel è il titolo di quest´ultima raccolta. È prevista un´uscita?
«Al momento bisogna pensare che se ne può uscire. Più in là non mi spingerei».
Quando ci siamo entrati? «Parecchio tempo fa. Una mia vecchia vignetta riproduce un omino con la testa infilata nel water: "Sto cercando la luce in fondo al tunnel". Ne deduco che non sia una storia breve».

Come è nato il cavalier Banana? «La prima vignetta con Berlusconi risale al ´90. Lo ritrassi con Craxi. La didascalia recitava: "Sono come Re Mida. Tutto quello che toccano diventa loro"». Quasi una profezia. «Prima delle elezioni del 2001, Gianni Agnelli disse che non eravamo una Repubblica delle Banane. È vero, scrivevo io, non siamo una Repubblica delle Banane, ma del Cavalier Banana. La banana diventò così un segnale, un termometro».

Paragonabile all´ombrello? «Quello però riguarda più da vicino il nostro popolo, o meglio riguarda situazioni in cui ci siamo messi noialtri. Penso all´ombrello di Bertinotti: con autoscatto. La banana è un gingillo, talvolta una spilletta dei fedelissimi». Mascella larga, quarantaquattro denti, tacchetto colorato... «Il tacchetto variopinto è come un cartello stradale che richiama l´attenzione. O segnala un pericolo».

Anche in pantofole, rinuncia al sorriso ma non al tacco. «Come il pilone dello stadio, quando da bambino a Bologna andavo alle partite. Non riuscivo mai a vedere il campo. Così gli italiani si sono trovati davanti questo carattere da commedia dell´arte, e non hanno potuto evitare di vederlo. Specie negli ultimi anni, quando ha smesso di governare continuando a portare in scena il suo personaggio».

Il berlusconismo è stato un regime? «Penso di sì, nella forma che hanno queste cose nella nostra epoca. I regimi autoritari sono un´altra faccenda. Nessuno in questi anni ci ha impedito di parlare. Anche se qualcuno ha pagato sul piano professionale: penso a giornalisti come Biagi e Santoro, che sono stati cacciati dalla Tv pubblica».

La politologia sudamericana distingue "dicta-dura" da "dicta-blanda"... «Ecco, una cosa così. Una rottura democratica condotta pian pianino, senza dare nell´occhio: un pezzo di Costituzione di qua, una leggina di là. Quel che mi ha colpito non è solo l´afasia dell´informazione televisiva, i telegiornali che non danno più le notizie fondamentali, ma soprattutto lo svuotamento del linguaggio, ridotto a slogan e parole d´ordine. Al posto del pensiero, la formula precotta. Invece dell´analisi, un agitare di campanelle rotte. Uno spettacolo penoso, a cui non s´è sottratto nessuno».

Mettiamo da parte la banana e prendiamo l´ombrello del popolo di sinistra?
«Uno degli effetti più perniciosi del berlusconismo è che tutto è scivolato al livello più basso. E questo ci riguarda tutti: alla fine non siamo diversi dagli altri. Siamo tutti indisciplinati, come i ragazzini a scuola. Mi sembra che in questi anni il centro-sinistra abbia perso di vista le priorità, ossia trovare una risposta alle domande. Abbiamo continuato a tirarci i righelli sulla testa. Nella vecchia sinistra c´era rispetto per un´idea comune. E si contenevano i vizi».

Il berlusconismo in una vignetta? «"Un giorno finirà", dice una signora. "Ahimè, mi toccherà pulire", le risponde un´altra. Una specie di alluvione continua, poi però occorre togliere il fango». Quante generazioni occorreranno? «Mah, non si può prevedere. Credo che dipenda dalla nostra capacità di reagire. Queste cose vanno un po´ come a palla di neve: è il primo avvio che è difficile».

Il sentimento prevalente? «L´angoscia per la quantità di persone che non studiano né lavorano. Il futuro è diventato una prospettiva nebbiosa. Quando vado al cinema, una delle cose che mi emozionano di più è il riconoscimento della cosa ben fatta. Non so, il saggio finale in Saranno famosi. La cosa ben fatta è importante. Oggi il berlusconismo mi appare come un enorme tempo perso, un vuoto che si è riempito di cosacce».

Una delle vignette più personali recita: "Mi sento moderato, speriamo che passi". «Questo fine settimana mi sento moltissimo moderato. Abbiamo bisogno di far cambiare umore ai mercati, e non è questione da poco. Speriamo che mi passi, ossia speriamo che le condizioni cambino. Ma oggi anche Cipputi si sente rassicurato dalla scelta di Monti: lo reputa un rimedio necessario».

 

VERDE DI NOSTALGIA SOFFRIRE DAVVERO NAUFRAGARE IN QUESTA MERDA FATIMA ALLE ELEZIONI FACCIAMO BARACCA DIO DEL DUBBIO DEPRESSO CHI PUO BENDATI PER SEMPRE ITALIANO OGGETTO FUTURO NON DISPONIBILE

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