IL CINEMA DEI GIUSTI - SBARCA L’ENNESIMA VERSIONE DELLA FIABA DI COLLODI, FIRMATA ENZO D’ALÒ SUI BEI DISEGNI DI LORENZO MATTOTTI - UN PARTO DURATO 10 LUNGHI ANNI PER AVERE UN CARTOON PER RAGAZZINI GODIBILE, CHE RIPRENDE FEDELMENTE SPUNTI DI TOSCANITÀ, PAESAGGI E PERSONAGGI (COME IL PESCATORE VERDE, DOPPIATO DA LUCIO DALLA) DIMENTICATI NEI PRECEDENTI CINE-ADATTAMENTI….

Marco Giusti per Dagospia

"Conoscevo tutta una famiglia di Pinocchi, il più ricco chiedeva l'elemosina". Lo sappiamo dall'inizio del secolo scorso. Diciamo dal "Pinocchio" di Giulio Antamoro del 1911 con Polidor giù giù fino al capolavoro di Walt Disney del 1940 a quello ugualmente bellissimo di Luigi Comencini per la tv a quello ricostruito sulle tavole di Attilio Mussino da Giuliano Cenci nel 1971, da quello a lungo sognato e mai realizzato di Federico Fellini, sparso però in tanti dei suoi film, al non riuscito e sfortunato burattino di Roberto Benigni.

Portare in scena, dal vivo o animato, il "Pinocchio" di Carlo Collodi è un'impresa. Non si capisce bene perché, ma chiunque rimanga attratto dall'operazione, rimane in qualche modo preso in trappola come dal pescecane che inghiotte Pinocchio e il suo babbino. Fellini lo sapeva e per questo se ne stava un po' alla larga, anche se era tentato dall'operazione. Spielberg lo trasforma in fantascienza, prima in "E.T" e poi nel capolavoro "Intelligenza artificiale", che è ancora più vicino al personaggio di Collodi.

Ma se lo prendi di petto rischi, come minimo, di rimanere anni a lavorare su un progetto che alla fine dovrà essere messo a confronto con quello di Walt Disney o di Comencini. Al punto che oggi, non si tratta tanto di fare un nuovo "Pinocchio", quanto di capire a quale dei tanti Pinocchi ti sei ispirato di più. Anche questo nuovo "Pinocchio" firmato da Enzo D'Alò, regista di fortunati lungometraggi d'animazione come "La gabbianella e il gatto" e "La freccia azzurra", è volontariamente caduto nella trappola pinocchiesca.

Dieci anni di patimenti, otto milioni di budget, coinvolgendo Italia, Francia, Belgio e Lussemburgo, per un "Pinocchio" che nasce da quello anni '90 disegnato da Lorenzo Mattotti, uno dei nostri più celebri e riconosciuti maestri del fumetto e del disegno. Ma se già il "Pinocchio" di Mattotti se la vedeva con altri "Pinocchi" italiani e non illustrati, da quelli storici di Carlo Chiostri e Attlio Mussino a quello di Gianluigi Toccafondo, sia in versione libro che cartoon, che è forse il "Pinocchio" più cinefilo e audace, con tanto di voce di Carmelo Bene, ma anche con quello della più giovane illustratrice Sara Fanelli, il "Pinocchio" di D'Alò a sua volta deve fare i conti oggi sia con i tanti Pinocchi animati della nostra infanzia sia con quello stesso di Mattotti.

Il tutto, però, diluito in dieci anni di tentativi, stop, partenze, intoppi, che hanno martoriato un progetto difficile in tutti i sensi, che si è ritrovato anche a dover superare la crisi di Cecchi Gori. Quel che viene fuori, alla fine, è un onesto compromesso, con un budget modesto per un film animato, fra il "Pinocchio" fortemente autoriale di Mattotti e un "Pinocchio" più infantile e leggero, quindi più adatto alla sala e alla tv, di D'Alò. I fondali, più o meno, sono quelli disegnati da Mattotti rifacendosi alla campagna toscana di Collodi, ma non tutti i personaggi sono quelli disegnati da lui.

A cominciare da un Pinocchio che non è più un burattino spigoloso dal naso incredibilmente lungo, ma un specie di Astroboy col faccino tondo e il nasino solo un po' più lungo del normale. La fatina turchina diventa un personaggio del tutto diverso da quello disegnato da Mattotti, mentre altri personaggi, dal Gatto alla Volpe a Mangiafuoco, dai carabinieri a Lucignolo, giù giù fino al Pescatore Verde, che è un gran bel recupero rispetto agli altri film che lo avevano sempre tralasciato, riescono a trovare un po' del tratto del disegnatore.

Se la sceneggiatura recupera tante delle frasi collodiane che amiamo, "Occhiacci di legno!" e cerca di riportare a galla un po' di toscano grazie alla presenza di Paolo Ruffini, che doppia Lucignolo, e di Maurizio Micheli, che doppia il Gatto, vengono censurate le immagine più crudeli del libro di Mattotti, con Pinocchio impiccato, che giustamente si rifacevano alla crudeltà stessa del romanzo. Come ben sa chi ha letto il testo di Collodi da bambino, "Pinocchio" ha molti spunti da horror e da romanzo fantastico e mette in scena una povertà dell'entroterra toscano difficile da spiegare ai piccoli di oggi.

Ovvio che D'Alò, alle prese con un film per un grande pubblico, abbia cercato di limare ogni spigolosità e ogni punta d'orrore. Ne viene fuori un film piacevole, con Geppetto doppiato dalla celebre voce di Peter Griffin, cioè Mino Caprio, e il burattino da quella del figlio, Gabriele, Mangiafuoco da quella molto meridionale di Rocco Papaleo, il Pescatore Verde da quella di Lucio Dalla, autore anche delle belle musiche in quella che è stata la sua ultima collaborazione cinematografica.

Qualcosa funziona bene, qualcosa un po' meno bene, esattamente come i personaggi e i fondali, belli, ma spesso troppo vuoti. Rispetto al "Pinocchio" di Benigni che cercava di ricostruire, nelle scenografie e nella scelta dei paesini, lì immagine fin troppo perfetta delle illustrazioni di Roberto Innocenti, qua si gioca molto sulla campagna toscana vista da Mattotti.

Ma sarebbe stato più giusto, allora, rispettare di più i suoi personaggi. Detto questo rimane un "Pinocchio" piacevole e fatto con estrema passione che molto piacerà ai ragazzini e che recupera qualche personaggio e qualche toscanità scomparse nelle tante versioni che abbiamo visto. In sala, con 200 copie, dal 21 febbraio.

 

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