danny lanzetta kevin spacey

‘QUANDO AVEVO 13 ANNI, KEVIN SPACEY MI HA MESSO UNA MANO SULLA COSCIA, E…’ - IL RACCONTO DI DANNY LANZETTA, EX ATTORE-BAMBINO CHE LAVORÒ PER MESI CON SPACEY: ‘ERA FANTASTICO, DIVERTENTE, FACEVA DELLE IMITAZIONI PERFETTE. DOPO L’EPISODIO, LASCIAI IL CAST DELLO SPETTACOLO. L’ULTIMA SERA MI PRESE IN BRACCIO, E MI REGALÒ UNA CONSOLE ATARI LYNX PORTATILE’

Danny Lanzetta è uno scrittore, fan sfegatato dei Knicks e direttore accademico di Highbridge Voices. Questo articolo è stato pubblicato su www.huffingtonpost.com ed è stato tradotto da Milena Sanfilippo per www.huffingtonpost.it

 

 

Quando avevo tredici anni, Kevin Spacey mi ha messo una mano sulla coscia.

 

danny lanzetta kevin spacey

Non è la cosa più oltraggiosa che ha fatto, lo sappiamo grazie ad Anthony Rapp. L'episodio descritto da Rapp a BuzzFedd si verificò qualche anno prima del mio e, cosa più inquietante, Rapp si trovava in una situazione stranamente isolata. Quando ho letto il suo racconto dell'accaduto, mi sono sentito sollevato. Mi sarebbe potuta andare molto peggio.

 

Per fortuna, non è stato così. Io e Rapp non ci siamo mai incontrati all'epoca – lui è un po' più grande di me – ma sembra che abbiamo avuto un'infanzia simile, in un certo senso. Non credo ci sia una sorta di "fratellanza" tra gli ex attori-bambini anche se, di certo, tutti noi ne sappiamo qualcosa delle stranezze di quell'esperienza. Ancora oggi, se racconto a mia moglie di quando prendevo lezioni private sul set per tre ore al giorno o che, dopo la scuola, passavo diverse ore seduto in una macchina, diretto a New York per tre audizioni, lei scuote la testa e dice: "Hai avuto un'infanzia proprio strana".

 

Sarà. Ma la adoravo. Non tanto la recitazione in sé. Una volta adulto l'abbandonai, ero molto più interessato a John Milton che ad Al Pacino. Quello che amavo davvero erano le opportunità: di viaggiare, di restare sveglio fino a tardi molto più dei miei compagni di classe, di essere trattato come un adulto. E, soprattutto, d'incontrare alcune delle persone più interessanti che io abbia mai conosciuto. Molto di ciò che penso del mondo, oggi, deriva dal privilegio di quella "strana" infanzia.

 

danny lanzetta attore bambino

Io e Kevin Spacey eravamo nel cast di "Lost in Yonkers", nel 1991. Andavamo molto d'accordo. Lui era un tipo alla mano, divertente, come sa chiunque lo abbia visto al "Saturday Night Live". Bravissimo nelle imitazioni. Una persona con cui era facile parlare. Divertimento garantito. Ricordo che ero affascinato dalla sua caratteristica cicatrice sul viso, ma troppo spaventato per chiedergli di parlarmene. Però, scommetto che non gli sarebbe dispiaciuto se l'avessi fatto.

 

E non dimenticherò mai quella volta in cui ero seduto nella hall di un albergo durante una notte gelida a Winston-Salem, North Carolina. Parlammo dello spettacolo, delle mie vicissitudini da adolescente, della sua età (per qualche motivo non riuscivo a credere che avesse appena 32 anni). Fu una notte davvero bellissima. Ero ammaliato; i miei genitori erano ammaliati. Andai a dormire contento che Kevin Spacey fosse mio amico.

 

Tornati a New York, lo spettacolo ottenne critiche entusiastiche e vinse un mucchio di Tony Award. Io e Kevin eravamo insieme in uno dei successi più grandi di Broadway. Diventammo buoni amici. Andavamo a cena fuori, cazzeggiavamo nel backstage, e decidemmo addirittura che mi sarei fermato nel suo appartamento nei giorni in cui avevamo la matinée. Perlopiù, ce ne stavamo nel suo camerino. Kevin aveva uno di quei camerini "di lusso" dall'altra parte del teatro. Era spazioso. C'erano un divano e una TV, e uno di quegli eccentrici specchi hollywoodiani con tutte le lampadine intorno. Passammo molte serate lì dentro prima di andare in scena, a guardare le partite di basket, soprattutto durante i playoff.

 

Fu proprio durante una di quelle sere, con i maledetti Celtics sullo schermo, che Kevin Spacey mi mise una mano sulla coscia.

 

danny lanzetta

Dire che mi ricordo le circostanze precise o fin dove arrivò la sua mano, sarebbe una bugia. Da ossessivo-compulsivo, spesso ho dubitato della mia memoria. In effetti, ho appena concluso una telefonata con mia madre e lei dice che, quel giorno, non riuscivo neanche a descrivere con certezza assoluta quello che era successo esattamente. Ma sapeva che ero spaventato.

 

E – sapendo che suo figlio non era uno che inventava storie tanto per attirare l'attenzione – venne a prendermi, e a casa di Kevin non ci andai. Ma credo che il mio disturbo ossessivo-compulsivo abbia frenato i miei genitori. Dovevano già gestire un bambino che scriveva folli liste dei suoi sensi di colpa, che all'età di quattro anni si era spogliato nudo in un supermercato a causa di un impulso irrefrenabile, e che era fissato con il numero cinque. Magari quello era un altro aspetto di una malattia che non capivano?

 

Così non dicemmo niente. E non facemmo niente. A dire il vero non ho mai pensato, fino ad ora, di dire qualcosa, neanche in età adulta. Anzi, diverse volte ho usato i dettagli dell'episodio come una specie di "aneddoto da festa", qualcosa per risvegliare l'interesse di persone mezze ubriache, assiepate in gruppetti mezzi ubriachi, accanto agli antipasti e spesso concludevo la storia con un disinvolto: "Le sanno tutti queste cose su Spacey".

KEVIN SPACEY

 

Se ripenso a quei momenti adesso, mi vergogno.

 

Sto cercando di capire perché ne sto parlando, perché la rivelazione di Anthony Rapp mi ha fatto venir voglia di sedermi e trovare le parole. La risposta più semplice: scrivere è la mia vita. Uso le parole per chiarirmi le idee. Non comprendo mai una cosa se prima non provo a scriverne. Quel momento con Kevin non mi hai mai colpito molto. Non so perché. Qualche anno dopo, accettai perfino un invito da parte sua alla proiezione di "Americani". Ma c'è dell'altro, qualcosa con cui combatto dal giorno della confessione di Rapp. E tutto quello che mi viene in mente è...

 

kevin spacey

Nel 1951, William Faulkner scrisse: "Il passato non muore mai. Non è neanche passato" E, in breve, questo è quanto. Non possiamo mai sfuggire al nostro passato. Io non posso, Kevin Spacey non può, e neanche Anthony Rapp. Consideravo quella situazione con Spacey alla stregua di una barzelletta, una storiella divertente da sfoderare alle feste. E adesso sono costretto a fare i conti con la serietà di una cosa che io, e i miei genitori, avremmo dovuto affrontare diversamente. Per quanto riguarda Kevin, lui è riuscito ad evitarlo per anni. Ma non adesso. Non più.

kevin spacey 2

 

Voglio essere generoso e dire che, a un certo punto, anche Kevin è stato ferito – fottuto da una società che ti punisce per la tua onestà. La pedofilia è un disturbo psichiatrico in cui si prova attrazione per bambini in età prepuberale. Sono tantissime le persone che provano queste sensazioni e non danno loro seguito. E se a Kevin Spacey fosse stato concesso lo spazio per parlare delle sue attrazioni senza temere una sanzione culturale? Ne staremmo ancora parlando? Ma ovviamente Kevin, da attore di successo, avrà avuto più possibilità di farsi aiutare rispetto alla maggior parte delle persone.

 

KEVIN SPACEY

E infatti, le sue scuse non hanno giustificato per niente il suo comportamento, ed hanno contribuito a fondere la sua sessualità con i suoi intenti predatori. Mi piacerebbe perdonarlo. Mi piacerebbe credere che sia redimibile, se non altro perché mi scagionerebbe dalla leggerezza della mia reazione. Ma finché Kevin non chiarirà tutto, non si merita l'assoluzione per peccati che non riesce neanche a comprendere.

KEVIN SPACEY

 

Per quanto riguarda Anthony Rapp, faccio un plauso alla sua decisione di parlare, alla sua volontà di riaprire una vecchia ferita. Ma sa bene di non essere lui la storia, qui. Come ha detto Rapp dalla sua pagina Twitter: "Ho reso pubblica la mia storia seguendo l'esempio di donne e uomini coraggiosi che hanno parlato, per gettare luce, nella speranza di fare la differenza, come loro hanno fatto per me". Ha ragione. La verità è che questa è una storia infinita con una lista infinita di eroi e vittime. E tantissima gente nel mezzo.

kevin spacey 3

 

Non tornai più nel camerino di Kevin. Doveva aver saputo che era successo qualcosa. E cercava di essere gentile. Io fui il primo, tra i membri del cast originale, a lasciare "Lost in Yonkers". In realtà, Manny Azenberg, il produttore, acconsentì alla rescissione anticipata del contratto così da permettermi di arrivare in California in tempo per l'inizio delle riprese di "Brooklyn Bridge – Oltre il ponte".

 

KEVIN SPACEY

Dopo il mio ultimo spettacolo, il cast e la troupe quasi al completo andarono da McHale's, un vecchio pub irlandese che, da allora, è stato demolito. Daisy Eagan, che quell'anno vinse un Tony Award all'età di undici anni, era lì. Avevamo recitato insieme in "Les Misérables" qualche anno prima. Kevin era in gran forma. C'è anche una foto di quella sera che ci ritrae insieme: lui che mi solleva in aria, sorridendo alla telecamera e io, che agitando braccia e gambe fingo preoccupazione.

 

KEVIN SPACEY

Più tardi, mi diede una console Atari Lynx portatile come regalo d'addio. La scatola non c'era e, all'interno, era stato già inserito un videogioco. Ebbi l'impressione che l'avesse comprata per sé e avesse deciso che, magari, quel dono era un buon modo per entrare nelle mie grazie. Ci giocai per ore e ore sul sedile posteriore della Toyota Previa dei miei genitori, mentre attraversavamo il paese.

KEVIN SPACEY Anthony RappAnthony Rappanthony rapp

 

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