NON TI PAGO! - LO SBLOCCO DEI PAGAMENTI ALLE IMPRESE SI INCAGLIA SULLO SCOGLIO-BUROCRAZIA

Sergio Rizzo per "Il Corriere della Sera"

Non c'è purtroppo la bacchetta magica, lo sappiamo. Che affrontare il problema dei pagamenti della pubblica amministrazione potesse poi risultare più difficile del previsto, andava messo nel conto. Nessuno, però, poteva immaginare quanto lo sarebbe stato. Soprattutto alla luce dei numeri.

L'associazione dei costruttori presenta oggi alla sua assemblea annuale un documento che denuncia come nello scorso mese di maggio il ritardo medio dei pagamenti abbia raggiunto il massimo storico di 160 giorni oltre i termini fissati dalla legge vigente all'epoca degli appalti. Ovvero, altri 75 giorni. Il che porta il ritardo effettivo medio, e soltanto nei confronti delle imprese edili, a poco meno di otto mesi: 235 giorni.

E pensare che la direttiva europea diventata operativa anche in Italia a gennaio del 2013, cioè cinque mesi prima del conseguimento di quel primato, stabilisce che le pubbliche amministrazioni debbano onorare i propri impegni non più entro i due mesi e mezzo di cui sopra bensì nel termine tassativo di trenta giorni.

Il che rende ancora più evidenti le dimensioni che aveva assunto la faccenda mentre, a maggio, il Parlamento stava per convertire in legge il decreto sui pagamenti dei debiti verso i fornitori. Una mossa necessaria, sollecitata dalle imprese anche per tamponare gli effetti di una crisi sempre più feroce, ma incappata anch'essa nella morsa della burocrazia. Con esiti talvolta davvero incomprensibili.

L'Ance cita per esempio una circolare della Ragioneria generale dello Stato, secondo cui i crediti a valere sui cosiddetti residui passivi «perenti», cioè le somme non spese in via di eliminazione dal bilancio pubblico, vanno pagati a un anno (un anno!) dalla presentazione dell'istanza. Altro caso: la stessa Ragioneria, alle prese con le comunicazioni da inviare entro il 30 giugno alle imprese sulla data di pagamento prevista per gli arretrati, ha stabilito che «in caso di dubbio sulla data è meglio non effettuare alcuna comunicazione». Non mancano le lentezze che riguardano le Regioni.

I costruttori, avendo stimato in 19 miliardi l'importo dei ritardati pagamenti solo nei confronti dei lavori pubblici, ben due terzi dei quali ascrivibili agli enti locali, lamentano che a oggi soltanto Lazio e Piemonte avrebbero completato le procedure di loro competenza.

Già dalla ricognizione dei debiti prevista dal decreto, del resto, erano arrivati segnali non proprio confortanti. Al termine perentorio del 29 aprile fissato per la registrazione elettronica necessaria a certificare i crediti, erano arrivati i dati di appena 5 mila Comuni (su oltre 8 mila), 89 Province (su 109) 18 fra Regioni e Province autonome (su 21) e sei Provveditorati alle opere pubbliche (su 11).

Omissioni e reticenze sicuramente dovute in gran parte al disordine amministrativo, ma talvolta anche al fatto che l'esposizione verso le imprese può riguardare appalti e forniture eseguite senza la relativa copertura, con debiti fuori bilancio imbarazzanti da dover giustificare. Ma la circostanza non ha esattamente reso più semplice un lavoro già di per sé complicato. Nel quale, per giunta, non è stato considerato il rischio insito nelle sovrapposizioni con la già citata direttiva europea.

Perché ci sono anche quelle. Come detto, le nuove norme prevedono un limite massimo di 30 giorni: questo significa, teme l'Ance, che i pagamenti per i nuovi lavori potrebbero «diventare prioritari» a scapito degli arretrati visto che risulterebbero più costosi in caso di ritardo per le sanzioni da applicare in base alla direttiva. Anche se il rispetto delle norme europee, a quanto pare, sembra per ora una pia illusione.

Si moltiplicano i bandi e le circolari «in cui vengono disattese esplicitamente le regole sulla tempestività dei pagamenti», come pure i casi di amministrazioni che dopo l'appalto rinunciano «a sottoscrivere contratti per incompatibilità del programma dei pagamenti con i vincoli del patto di stabilità». La conclusione, per l'Ance, è che «la corretta applicazione della direttiva non è possibile senza un intervento per sanare tutto il pregresso e per cambiare le regole strutturali che hanno determinato la formazione degli arretrati».

A cominciare, appunto, dal famigerato patto di stabilità interno, capace di «favorire la formazione di debiti arretrati consentendo il rispetto solo formale dei vincoli europei». È stato calcolato che nelle casse degli enti locali giacciano 5 miliardi e 255 milioni paralizzati dalle regole di quel patto. In testa c'è la Lombardia, con un miliardo 87 milioni, seguita da Veneto (605 milioni), Piemonte (545), Campania (487), Sicilia (328), Puglia ed Emilia-Romagna (291 ciascuno), Toscana (285), Marche (280), Lazio (217).

 

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