CORNA-BOOK - FACEBOOK È LA PIÙ GRANDE MACCHINA ROVINA-FAMIGLIE DELLA STORIA: È COINVOLTO IN UN TERZO DELLE CAUSE DI SEPARAZIONE - IN RETE CI SI SENTE PIÙ PROTETTI E PIÙ SCIOLTI, E SI PENSA CHE SIA PIÙ DIFFICILE ESSERE SCOPERTI - MA IN REALTÀ SI TRATTA DI UN’ARMA A DOPPIO TAGLIO: LE PROVE VENGONO SALVATE E SI MOLTIPICANO - FACEBOOK CREA UNA REALTÀ ILLUSORIA CHE FACILITA LE RELAZIONI - NASCE LA “POLIFEDELTÀ”…

1- QUANDO GLI AMORI FINISCONO IN RETE

Cesare Rimini* per "La Stampa"
*Professore ordinario di diritto Privato nell'Università di Milano

Il fatto che pochi giorni fa Mark Zuckerberg si sia sposato ha portato, per una di quelle associazioni fra parole e idee che animano la Rete, alla diffusione su Twitter di una notizia: gli atti processuali di un terzo delle cause di divorzio discusse nel Regno Unito menzionano la parola Facebook. La ricerca è stata pubblicata dal sito web «Divorce Online» ed è stata realizzata sulla base di un campione di 5000 cause.

L'indagine inglese è stata ripresa da un blog del «Wall Street Journal» e ha dato origine a un intenso dibattito: è vero che oggi Facebook è una delle principali cause di divorzio? L'80% degli iscritti all'associazione degli avvocati di diritto di famiglia americani risponde che certamente Facebook e tutti gli altri strumenti di comunicazione nati sulla rete hanno un ruolo importantissimo nelle cause di divorzio. La giurisprudenza nordamericana non ha tardato ad adeguarsi: ha affermato che un giudice può ordinare a un coniuge di fornire in giudizio la password di accesso alla propria pagina Facebook.

E in Italia? Nessun giudice ha mai ordinato a una persona di rivelare la sua password. Tuttavia, anche da noi, le relazioni nate su Internet hanno un ruolo ormai rilevante nelle cause di separazione. I social network creano nuove tentazioni e, soprattutto, rendono più facile realizzarle. Su Facebook si incontrano nuovi amici e nuove amiche, si riallacciano antichi legami che la vita aveva sciolto.

Leggendo gli atti dei giudizi di separazione e divorzio si ricava l'impressione che allacciare una relazione con la mediazione iniziale di un computer sia più facile e riduca i sensi di colpa. I fascicoli depositati in tribunale si riempiono di messaggi, sempre più intensi e appassionati, in un'interazione che rimane a lungo virtuale. Dai vari contributi al dibattito, anche questo virtuale nato sul blog del «Wall Street Journal», emerge una conclusione ragionevole e sensata: Facebook offre nuove opportunità di relazioni facendo sentire i protagonisti sicuri e innocenti. E scrivere su una tastiera è più facile e meno impegnativo che uscire per un appuntamento galante.

La sensazione di sicurezza di chi allaccia un legame su Internet è una questione rilevante. Chi intrattiene una relazione utilizzando la Rete, è convinto (o convinta) di non poter essere scoperto: le carte processuali spesso dimostrano che ha torto. Le nuove tecnologie lasciano tracce ovunque, le password vengono spesso indovinate, i file compromettenti vengono malamente cancellati. Non solo: i nuovi programmi di sincronizzazione moltiplicano all'infinito prove definitive.

Facebook e i nuovi mezzi di comunicazione elettronica non sono dunque solo causa di nuove infedeltà, ma sono anche, e forse soprattutto, un nuovo strumento di prova; permettono di scoprire infedeltà che un tempo rimanevano nascoste, permettono di scoprire comportamenti e stili di vita che possono incidere sulle decisioni relative all'affidamento dei figli. Infine Facebook è oggi all'origine di nuovi conflitti dopo la crisi del matrimonio.

Frequente è la lite fra i genitori separati in relazione all'opportunità di concedere ai figli ancora piccoli l'apertura di una pagina a loro nome. Oppure la lite fra i genitori originata dal fatto che uno di loro ha postato sulla sua pagina la fotografia di un bambino. In Italia non siamo in grado di contare quale percentuale di cause di separazione o divorzio contengono negli atti la parola Facebook: per farlo la nostra giustizia dovrebbe attrezzarsi per imporre il deposito degli atti processuali in formato elettronico. Ma questo è un altro problema.


2- VIZI PRIVATI, SEMPRE PIÙ PUBBLICI
Gianluca Nicoletti per "La Stampa"

Non si torna indietro, Facebook è sopra ogni altra sua funzione una scuola di libertinaggio. Nessun patto o giuramento o contratto riuscirà a mettere in crisi il suo rappresentare il grande gioco della roulette emotiva. L'umanità ha scoperto quanto sia facile allacciare passioni attraverso le galeotte protesi elettroniche e prima o poi doveva accadere che questo appassionato training globale, in qualche Paese, iniziasse a compromettere la solidità delle unioni matrimoniali con tutta questa euforica ondata di tampinamenti, corteggiamenti, sussidi alla mestizia quotidiana, esplosivi esperimenti di plurima pratica amorosa.

Facebook ci sta tutto nella veste di gran ruffiano e potenziatore di ogni più nascosto pensiero libertino. Il neo sposo Zuckerberg, di sicuro, si meriterà la fama per avere messo sul mercato il più formidabile strumento rovina-famiglie che sia mai potuto esistere. L'obiezione immediata è che la perdizione colga chi a lei si abbandona, ma è innegabile che la più inequivocabile funzione del social network sia proprio quella di fluidificatore straordinario di ogni cedevolezza alla tentazione fedifraga.

Non a caso Twitter, il maggiore antagonista di Facebook, forse lo supera in sintesi e per immediatezza di diffusione, ma è uno strumento soprattutto politico, un esaltatore di lussuria ideologica e quindi medium eunuco, in quanto deprivato di strumenti seduttivi.

La vetrina di Facebook, al contrario, ha da sempre messo a disposizione immediata dei suoi utenti tutta una gamma di marchingegni atti alla costruzione di realtà illusorie, una sorta di potenziatori di fascino capaci di condizionare il flusso delle connessioni con un clima piacevolmente allusivo. La più recente versione grafica del diario, con la grande foto di copertina, rende ancora più evidente la funzione della creatura di Zuckerberg di essere «catalogo del proprio splendore quotidiano».

Tra tutti quelli che ogni mattina vediamo aprire la giornata con la loro massima di vita, con la loro ultima foto strategicamente assorta, con l'immagine tenera di un cucciolotto da coccolare, possiamo scommettere che nella maggior parte dei casi sono messaggi mirati; strali digitali diretti come frecce di Cupido verso qualcuno che sa, che immagina, che condivide un livello più esclusivo di contatto che un innocente «mi piace» sulla bacheca.

Non è prevedibile se poi tutto questo brulicare di attese, inseguimenti, passioni e sbocconcellamenti onirici riuscirà a generare una mutazione radicale nelle strutture base della società. Ne parla Jacques Attali quando profetizza «una nuova tipologia di relazioni» che lui chiama Netloving, in analogia con networking.

Il poliamore, la polifamiglia o la polifedeltà, sono tutte categorie immaginate dall'economista francese come esiti possibili di un'umanità destinata a trasportare nella prassi quotidiana quello che ancora è mero esercizio di trasgressione. In attesa dell'ufficializzazione condivisa di nuove forme giuridiche che regolino questo possibile scenario, il dato più evidente è la progressiva rivelazione pubblica di quel che cova sotto i display azzurrini della barra di Facebook.

Non è certo la maniera migliore per osservare un fenomeno sociale, quella di vedersene spiattellato il lato più triste nelle carte dei tribunali. È anche molto intuibile quanto sia facile che nel social network restino impigliati frammenti imbarazzanti di connessioni, non sempre giustificabili in un tradizionale rapporto di coppia, nelle continue contaminazioni con centinaia di applicazioni per smartphone e tablet che comunque in qualche maniera condividono informazioni con Facebook, quindi moltiplicano di conseguenza le tracce di ogni uscita dal sentiero della virtù coniugale.

 

 

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