IL TESORO DEI VINTI - SANGUE E OMERTA’: COME L’ORO DI DONGO È FINITO NELLE CASSE DEL PCI- LA STORIA TRAGICA DEL CAPITANO PARTIGIANO GIUSTIZIATO CON LA SUA FIDANZATA PERCHÉ NON VOLEVA ESSER COMPLICE DELLA “REQUISIZIONE”

Domenico Quirico per “la Stampa”

 

MUSSOLINI ARRESTOMUSSOLINI ARRESTO

L’oro di Dongo… Si sono ingrassati i settimanali popolari e i giornali del pomeriggio, fino ai Settanta, con il tesoro scomparso di Mussolini. Son loro forse gli unici ad essere diventati davvero ricchi con quel fantasma. L’Italia stantuffava nel Miracolo e ancora c’erano inviati di buona lena che scovavano, sulle rive del lago e tra i catecumeni del partito comunista, rivelazioni ovviamente ultimative, memoriali rimasti sepolti nella discrezione di cellule e parrocchie o affidati alla sepolcrale confidenza dei notai di provincia. 
 

Gli epuratori, che volevano cancellare ogni traccia di fascismo cominciando con il cancellare in se stessi il più lontano ricordo delle loro corresponsabilità, erano già rientrati nell’ordine. Lo sbrego del ventennio era stato rapidamente rattoppato. Restava l’oro: in sospeso, tra parentesi. Quello non sprofonda nell’oblio come i sogni dissipati dall’alba.

 

IL TESORO DEI VINTI COVERIL TESORO DEI VINTI COVER

Perché argomento in fondo senza rischi e scenografico. I regimi, per tradizione, affondano sempre tra turpitudini priapesche e lucri cessanti… Vicenda perfetta: miliardi, titoli al portatore, gioielli e morti ammazzati, giunture storiche tumultuose e dense di gente torbida, gerarchi orfani di idee di prepotenza e in cerca di una tana salvifica e partigiani pronti per definitive liquidazioni e remunerativi conti in banca. E soprattutto grande e opaca incertezza. L’Italia, in quei giorni di settanta anni fa, era una spugna di cose vissute e sofferte. 
 

Neppure la cifra esatta del tesoro che quanto restava del Ventennio aveva condotto con sé per la fuga finale è mai stata ben definita: per gli ottimisti otto miliardi di lire e sessantasei chili di oro, gioielli, fedi improvvidamente donate alla patria; solo duecento milioni e qualche valigia di preziosi per i prudenti. Tutta questa manna è finita nel lago! L’han portata in Germania i meticolosi alemanni! L’ha requisita il partito comunista, anzi no! gli Alleati. L’hanno nascosta i fascisti con l’ideuzza della «revanche»! Ma no! L’hanno razziata avidi testimoni spigolando nella confusione dell’ora nel convoglio fascista bloccato dai partigiani…

 

FINE FASCISMOFINE FASCISMO

Gianni Oliva, inesauribile investigatore della nostre disavventure recenti, prova a fissare il punto a capo: con un libro edito da Mondadori (Il tesoro dei vinti, il mistero dell’oro di Dongo, pp. 240, € 20) che ha l’incalzante ritmo di una inchiesta giudiziaria. Con una differenza, non da poco. La vera Giustizia, quella dell’Italia repubblicana uscita da quel tragico sconquasso, non è riuscita ad arrivare ad una conclusione e a chiudere il caso. Oliva sì.

 

Insomma uno almeno degli innumerevoli misteri d’Italia è catalogabile, si può dire, nell’archivio degli «affaire» risolti. Già. Il tesoro, piccolo o grande che fosse, è finito nella casse del partito comunista, preda bellica leggiadramente requisita senza rimorsi, per finanziare forse la seconda ondata, quella che avrebbe dovuto ripulire il paese e farlo entrare nelle latitudini dove sventolava la rivoluzione proletaria. All’epoca somatizzata nel sorriso tigresco del Padre dei popoli con pipa e stivaloni.

Fortunatamente la Storia ha liquefatto oro e palanche in epopee economiche più domestiche: probabilmente gli affitti di cellule e sezioni, la propaganda, le spese di cancelleria, gli stipendi agli impiegati della rivoluzione ormai in pantofole e mezze maniche.
 

MUSSOLINI CON RACHELE MUSSOLINI CON RACHELE

La storia del processo ha gli echi permanenti delle nostre vicende nazionali. Quando viene messo a ruolo l’oro di Dongo l’eco delle grida epuratrici dei nuovi giudici che vorrebbero fare dell’Italia una valle di Giosafatte si sono già spente. Dodici anni per arrivare in aula! La solita litania delle competenze: la giustizia militare, poi quella civile, poi la Cassazione, poi il tribunale di Como. Nel 1957 non si può dire che i fatti fossero ancora caldi.

 

Arrivarono a Como legioni di giornalisti da tutto il mondo, è ancora una Europa evidentemente intontita da quel sanguinoso fracasso. Sfilano testimoni per 43 udienze: garibaldini della 52a diventati onorevoli, testimoni più o meno diretti di quel giorno, partigiani rimasti insabbiati nelle loro epopee, «Bill», «Pedro», tutto nella prosa greve e goffa dei cancellieri di provincia.

 

benito mussolini 11benito mussolini 11

Anche storie tragiche, e infami, come quella di un partigiano, il capitano Neri, che sapeva tutto e non voleva esser complice della «requisizione», eliminato. Con la fidanzata ingenuamente venuta a cercare la verità. Poi il malore di un giurato e il rinvio in saecula saeculorum a nuovo ruolo, che ci priva, nota Oliva, della solita provvidenziale assoluzione per insufficienza di prove. Abituale happy end della nostrane fisiopatologie giudiziarie. 
 

Questa è in sintesi la storia. Ma affascina nel libro, ancor più, la ricostruzione di quei giorni e di quelle ore. E’ l’Italia di aprile, i giorni della rivoluzione che si apriva come un fiore di ferro, il vento che si leva. Sta per giungere l’ora X. Gli incerti fiutano l’aria, cercano segni, li interrogano.

 

I parassiti, che debbono tutto al despota e tolto lui affonderebbero, sperano ancora ringiovanisca come il re decrepito delle fantasie alchimistiche: vedrete, avrà qualche colpo di genio anche stavolta. E poi annunci di weltanschauung infuocate, di ultimi «ridotti» alpestri dove cercare la bella morte, la proclamata volontà di cupe disumane coerenze all’altezza di quanto stava accadendo nell’alleata Germania rocciosa gotica catafratta.

I CORPI DI BENITO MUSSOLINI E CLARETTA PETACCII CORPI DI BENITO MUSSOLINI E CLARETTA PETACCI

 

Il furor teutonicus in versione cisalpina, invece, si scioglie nella resa senza combattere: tutto marcio come si sapeva. Gli irriducibili, i fanatici e qualche avvilito si mettono in marcia. Infagottati in tabarri borghesi incolonnati con tedeschi già usciti dalla guerra, già casalinghi: trapanati dalla sconfitta come un dente guasto non dimenticano nello schiacciasassi della storie le valigie, quelle dei marenghi.

MUSSOLINI PIAZZALE LORETO MUSSOLINI PIAZZALE LORETO

 

MUSSOLINI LA TOMBA DI MUSOCCO MUSSOLINI LA TOMBA DI MUSOCCO IL CADAVERE DI MUSSOLINI ALLOBITORIO IL CADAVERE DI MUSSOLINI ALLOBITORIO Mussolini e Petacci - Piazzale LoretoMussolini e Petacci - Piazzale Loreto

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