tony pitony

"TONY PITONY": FINTO ELVIS, VERO PROVOCATORE - CHI È IL MISTERIOSO CANTANTE CHE SI ESIBISCE INDOSSANDO UNA MASCHERA-CARICATURA DI ELVIS: È PASSATO IN POCHI MESI DALLE NICCHIE DI TIKTOK ALLA SERATA COVER DI SANREMO - ALBERTO PICCININI: "È LÌ PER DIVIDERE IL PUBBLICO: QUELLI CHE CAPISCONO IL GIOCO E QUELLI CHE NO, E QUINDI SI SCANDALIZZANO" - I TESTI DELLE CANZONI DI "TONY PITONY" (AUTO-DEFINITOSI "ARTISTA DELL'ANO"): "DI ORIFIZI TU NE HAI TRE, QUANDO STO CON TE MI DIVENTA DURO. MI DEVI DARE IL CULO" - "SPUTO SUI CIECHI, DICO CHE PIOVE", "NON LO DICIAMO A NESSUNO, SBORRO COME NETTUNO" - IL VIDEO DI TONY PITONY CHE CANTA "MY WAY" TRASVESTITO DA BERLUSCONI

 

 

Estratto dell'articolo di Alberto Piccinini per il “Venerdì di Repubblica”

 

tony pitony 8

Chi è davvero Tony Pitony? Perché nessuno, finora, ha avuto davvero voglia di sapere chi c'è sotto la sua maschera da Elvis Presley? Perché in così pochi hanno chiesto conto delle parolacce nei suoi versi, l'immaginario parodia del maschio millennial, l'eventuale effetto sulle menti più deboli?

 

Si vedrà. Il fenomeno più istantaneo del pop italiano è passato in pochi mesi dalle nicchie di TikTok e Instagram alla top ten fino alla serata delle cover di Sanremo. Ha pure scritto l'inno del Fantasanremo Scapezzolate, e probabilmente avrebbe potuto ottenere di più se le sue canzoni non rivoltassero il solito cuore/amore in versi espliciti, di traffici erotici e desideri impresentabili.

 

Canzoni normali, persino "suonate" da un vero gruppo di musicisti, che non sfigurerebbero in un talent o in un festival se in bocca a Olly o Marco Mengoni. "Resterò per te come uno schizzo disegnato da Monet" è il contagioso ritornello che si apre – come dicono in gergo i cantanti – in Donne Ricche. "E non importa se non me la dai" è il verso di Culo che accompagna la punch-line, come dicono i comici, tutto in bello stile r&b come un Franco 126 qualunque. Ma potrebbe benissimo essere una sofisticata citazione degli Squallor e della loro goliardia vintage.

tony pitony 9

 

Perché a ogni generazione dal dopoguerra a oggi, si può dire, è toccato almeno un Tony Pitony. Natalino Otto e Carosone nei pudicissimi anni Cinquanta, gli Squallor che con la mano sinistra scrivevano le canzoni per Sanremo e con la destra le distruggevano, gli Skiantos che applicavano al rock l'ironia radicale del Movimento del '77, tutti i loro discendenti demenziali fino a Elio e le Storie Tese che a Sanremo andarono nel 1996 e rischiarono di vincere. Oggi si dicono suoi fan.

 

Come Fiorello, che ha fatto un endorsement nel suo programma e ha poi aggiunto: «Comunque a Sanremo tutti si preoccupavano di Pucci ma non della vera mina vagante, Tony Pitony. Pucci in confronto è un boyscout». In fondo, ogni generazione attorno ai trenta ha il piacere di ritornare bambina ai tempi di caccapupù, e questa forse è la prima spiegazione.

 

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La seconda è che la canzone italiana è sempre stata retorica, eccessiva, melodrammatica per via della sua storia: Puccini, D'Annunzio, la censura ai tempi del fascismo, il perbenismo di Sanremo. C'è qualcosa di liberatorio nello svelarne i non detti. Anche un po' complice. La terza è l'idea di dividere in due il pubblico: quelli che capiscono il gioco e quelli che no, e quindi si scandalizzano. [...]

 

Il trentenne sotto la maschera di Tony Pitony è nato a Siracusa nel 1996 ('97 secondo altre fonti) e continua a vivere lì. Il suo "progetto" viene dai tempi del Covid, coinvolge amici musicisti come il coautore principale Sam Cammarana e il suo manager Luigi. Da assoluto dilettante che era (faceva il rappresentante di canapa per le aziende farmaceutiche),

 

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oggi Tony Pitony è diventato un team di una ventina di persone che si occupa della musica e della distribuzione, produce gli spettacoli dal vivo (già annunciata una ventina di date estive) e alcuni videoclip come il recente Giovanni regia di Gianpiero Santoro ("Giovanni dice sei gay/ che ti piace proprio il ca**o", con twist finale sulle vere inclinazioni di Giovanni).

 

Tony Pitony si è mosso fin qui nella logica produttiva del web: con il suo canale YouTube, l'appartenenza all'estetica del lol e dei meme, una popolarità cresciuta nelle bolle di studenti universitari e giovani maschi disimpegnati. Il suo exploit è uno dei miracoli che tanto piace raccontare a chi a sua volta si muove in questo mondo.

 

Ma non si capirebbe nulla della differenza tra Tony e il resto del web se non si ricorda che dietro la sua messinscena ci sono sette anni passati a Londra e la frequentazione della Laine Theatre Arts, una scuola di spettacolo di quelle che qua possiamo sognare solo nei telefilm.

 

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Tony è molto poco italiano, proprio nel senso del vecchio Stanis La Rochelle di Boris. L'uso delle maschere, un certo gusto del grottesco, il controllo della messainscena, il senso per il musical, appartengono a una tradizione di teatro e tv che ha partorito qui I soliti idioti e poco altro. Lui cita Andy Kaufmann e Jim Carrey come modelli. Tra i riferimenti esotici l'australiano Tim Minchin, una specie di finto cantautore alla Checco Zalone, non dialettale.

 

 All'Elvis Presley della maschera (scelta dice lui per caso) unisce una passione per Frank Sinatra ereditata dal nonno e un certo debole per i gangsterismi italoamericani. Chiude gli spettacoli cantando My Way all'ukulele volando sospeso a qualche metro da terra.

 

La sua cover sanremese The Lady is a Tramp, ospite di Ditonellapiaga.  [...] Nel 2020 comparve a X Factor cantando una versione di Hallelujah con buffi abbellimenti da neomelodico, nell'«intento di dimostrare che i talent sono più tv che talento», come ha raccontato allo stesso podcast Bsmt. Fu lasciato a casa da una giuria composta da Mika, Emma, Hell Raton e Manuel Agnelli. [...]

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