LA TV È UNA COSA SERIAL - ORMAI MEGLIO DEI FILM, ECCO LA GUIDA MANCUSO ALLE SERIE TV AMERICANE - NUOVE STAGIONI DI “GAME OF THRONES”, “BOARDWALK EMPIRE”, “DOWNTON ABBEY”, “MAD MEN”, “HOMELAND”, “THE WALKING DEAD”, E LA GAGLIARDA NEW ENTRY “GIRLS” - “THE HOUR” MEGLIO DI “THE NEWSROOM”, CRITICATA MA MOLTO PARACULA - “30 ROCK” FINISCE, DA SOSTITUIRE CON “THE NEW NORMAL” - “ELEMENTARY”, ENNESIMO MA BEN FATTO SHERLOCK HOLMES…

Mariarosa Mancuso per "Il Foglio"

"Binge watching" lo chiama Indiewire, ricchissimo sito dedicato al cinema indipendente. E non solo, visto che parliamo di serie tv. Modellato su "binge eating" e "binge drinking", mangiare da bulimici e bere da alcolizzati, facciamo "binge watching" quando approfittiamo del fine settimana o di un'influenza o di una caviglia slogata non per leggere il classico che da anni vogliamo tirare giù dallo scaffale (prima che la voce della coscienza letteraria taccia per sempre) ma per vedere il serial rimasto indietro. Da maniaci: un episodio dopo l'altro, in dosi massicce, senza rispettare la scadenza settimanale.

Magari siamo rimasti indietro, magari abbiamo scientemente messo da parte il bocconcino per tempi meno affannosi. Altre varianti: ritrovare un piacere sicuro e garantito (come i bambini che vogliono sempre la stessa storia, e guai a cambiare una parola) o decifrare quel che era sfuggito. Come dimostra Steven Johnson nel saggio "Tutto quello che fa male ti fa bene", nei trent'anni da "Dragnet" ai "Soprano", le serie hanno abbandonato il monopersonaggio e la monotrama conclusa alla fine di ogni episodio adottando personaggi e trame multiple, con fili narrativi che si annodano parecchi episodi più avanti (anche se non si intitolano "Lost", e non provocano discussioni da antica sofistica su cosa è successo davvero, su chi è morto, su chi è vivo, e su chi vaga in un universo parallelo).

Abbiamo ritrovato i nostri feuilleton, segno che la natura umana ha una certa persistenza nei secoli, almeno per quanto riguarda i piaceri della narrazione. Feuilleton nel senso del racconto a puntate, praticato dalla letteratura oggi gratificata come "alta" quando era popolare. Solo che Dickens era uno, l'Inimitabile, in gara con due campioni altrettanto generosi come Anthony Trollope e Wilkie Collins (sfortunati per la coincidenza temporale che li mette in secondo piano: da soli bastavano per allietare schiere di lettori ottocenteschi, quando gli analfabeti erano più di adesso).

Tra le nuove stagioni di "Game of Thrones", "Boardwalk Empire", "Downton Abbey", "Mad Men", "Homeland", "The Walking Dead", la new entry "Girls" che riprende a gennaio, il tempo che resta è risicato. In cima alla lista dei "recuperandi" sta "The Hour", serie della Bbc scritta da Abi Morgan, più brava in tv che al cinema (sia "The Iron Lady" sia "Shame" avevano parecchi difetti, il primo tirava giù dal piedistallo Margaret Thatcher inchiodandola all'Alzheimer, il secondo mischiava avanguardia artistica e sessuologia spicciola).

E' ambientata nel 1956, quando i telefoni erano appesi al muro e avevano il filo a treccina. I giornalisti della tv tenevano la matita dietro l'orecchio, fumavano in studio e si poteva dire "isterica" alla vicina di scrivania senza prendersi uno schiaffone. Si poteva anche chiamarla Moneypenny, come la segretaria di James Bond (in materia, l'ultimo film di 007 diretto da Sam Mendes ha un tocco di geniale revisionismo). C'è aria da "Mad Men", con l'innesto di una trama spionistica che prende il via dalla morte misteriosa della ricca debuttante Ruthie.

Anche da "Downton Abbey", quando la ragazza working class diventata produttrice nonostante la mamma biondo Marilyn trascorre il fine settimana in una villa di campagna, e si sente dire dalla padrona di casa, che quasi allunga la mano per accertamenti: "Bel vestito. Di seta vera? Oggi con quelle fibre sintetiche a poco prezzo non si può mai dire". Pare la nipote di Maggie Smith, e l'attrice appartiene all'aristocrazia dello spettacolo: è Oona Chaplin, pronipote di Charlie Chaplin e del drammaturgo Eugene O'Neill, (ha la stessa faccia lunga, ma assai più latina per via del padre cileno, di sua madre Geraldine).

"The Hour" è il nome del nuovo programma di attualità, somigliante a "60 minutes" il programma in onda sulla Cbs dal 1968. Una scrivania, l'orologio sullo sfondo, tre telecamere ognuna con la sua lucetta rossa intermittente e l'anchorman Dominic West che non riesce mai a guardare quella giusta. L'hanno preso per la sua bella presenza, e per via della moglie nata bene (un fratello si occupa invece di gialli, trasmessi in diretta con il pubblico presente, gli attori davanti al microfono e i rumoristi con le ventose, i vetri da rompere, le campanelle, gli scarponi, tutto il necessario per la colonna sonora).

Quello che sa di giornalismo è un giovanotto che non sa chiudere il colletto della camicia, farsi il nodo alla cravatta, indossare vestiti della sua misura. L'attore è Ben Winshaw, che era Q in "Skyfall" di Sam Mendes (anche il reparto gadget di 007 attraversa una crisi paurosa, le macchine con razzi e accessori da fumetto sriducono a una penna-radio) ed era il poeta William Yeats in "Bright Star" di Jane Campion.

Il suo rivale Dominic West, già poliziotto in "The Wire", sta recitando a Londra il musical "My Fair Lady", nella parte del professor Higgins: cantare e ballare sono uno scherzo, per un inglese capace di rifare l'accento di Baltimora in una serie che, se non avete pratica di bassifondi, va guardata con i sottotitoli.

"The Hour" si colloca in un punto di titoli di testa che annunciano "Newsroom", la nuova e parecchio criticata serie di Aaron Sorkin in onda sulla Hbo dallo scorso giugno (il programma a cui la redazione lavora ha per titolo "New Night", e ogni tanto aggiungono 2.0). Come "Homeland" - ormai anche le sigle sono una girandola di citazioni, "The Hour" rende omaggio a Saul Bass, al pari della sagoma umana che vola giù dal grattacielo di Madison Avenue - consiste in un montaggio di immagini d'archivio: l'evoluzione del giornalismo televisivo, rispettivamente le minacce agli Stati Uniti visti con gli occhi della ragazzina che ai genitori dice "da grande voglio lavorare alla Cia".

La serie inglese nostalgica e la serie americana contemporanea sono entrambe apparentate con "Dietro la notizia", film del 1987 con Holly Hunter, Albert Brooks, William Hurt. La somiglianza spiega, almeno in parte, perché "The Hour" sembri così moderna e perché "Newsroom" ha rischiato di appannare la carriera del genio che sta dietro "The West Wing" e "The Social Network". C'è un produttore dello show, donna in entrambi i casi: Romola Garai in abiti e spille anni Cinquanta, Emily Mortimer nello studio dove arrivano le prime notizie del disastro petrolifero in Louisiana.

Ci sono le ragioni della telegenia, le ragioni del giornalismo d'inchiesta, le ragioni dell'audience da coltivare, in un "mexican standoff" da film di Quentin Tarantino o di John Woo: tre uomini armati che si tengono a vicenda sotto tiro. Una sottotrama sentimentale, sempre gradita perché non di sole inchieste vive lo spettatore, impone che la produttrice e il giornalista abbiano avuto una storia o ne avranno una, con le gelosie e gli sgambetti del caso. "Dietro la notizia" scodella gli stessi dibattiti di oggi, al netto delle nuove tecnologie e del tormentone di una mail privatissima inviata all'intera redazione anziché all'interessato.

E' lecito inserire, per una giusta causa quale la violenza sulle donne, il controcampo del giornalista con la lacrima, anche se la lacrima non poteva essere ripresa dall'unica telecamera che registrava l'intervista? (infatti è stata aggiunta dopo, segue dibattito sulla deontologia professionale). Il vizio di illustrare i servizi con scene prese da film, o comunque non dalla cronaca, che sembra tanto attuale, era già norma: serve un'illustrazione di Norman Rockwell, per un tocco di colore, e l'unico dettaglio che rivela l'epoca è il fattorino mandato a casa della produttrice per procurarsi il libro. Internet, in effetti, qualcosa l'ha cambiata: si risparmiano le suole dei fattorini.

"Newsroom" non è "The West Wing", che guardava alla politica americana con più intelligenza, di quanto non facessero (e non fanno) i registi di cinema, fermi al modello inaugurato da Frank Capra: un giovane idealista che si avvicina al potere e viene amaramente disilluso. Al solito parlatissima, la serie ha l'agenda scandita dalla cronaca. Il disastro ecologico nel Golfo del Messico e l'avvento dei Tea Party, accomunati ai sessantottini in un dialogo da antologia per la scorrettezza politica. Bella sorpresa, a controbilanciare i più scontati proclami dell'anchorman Jeff Daniels, che da ciclotimico un giorno spiega agli studenti "perché gli Stati Uniti non sono il più grande paese del mondo", e il giorno dopo ripone ogni speranza nel giornalismo delle notizie certe, quindi esita a dare per morta Gabrielle Giffords dopo l'attentato.

Non mancano la primavera araba e la cattura di Osama Bin Laden ("The Hour" scatta invece con la nazionalizzazione del Canale di Suez, raccontata in diretta da un giornalista al telefono). Il piacere provato da Aaron Sorkin nell'intrecciare le dinamiche di redazione - tra i giovanotti, un nero di nome Gary Cooper e un indiano forte in informatica e social network - con le news battute dalle agenzie buca lo schermo. Non sempre però i giochi di bravura che allietano lo sceneggiatore rallegrano nella stessa misura lo spettatore. Siamo comunque a livelli molto sopra la media.

Pur in assenza del cinismo sfoderato in altre occasioni dallo showrunner (che in vista della seconda stagione cambierà il team di scrittura, pur giurando che tutti i copioni sono di sua personale responsabilità, per non dire di sua mano: "Invento le serie per il piacere di scriverle") "Newsroom" crea dipendenza.

La settima (e ultima) stagione di "30 Rock" di - e - con Tina Fey è cominciata lo scorso ottobre negli Stati Uniti, quindi presto dovremo dire addio a Liz Lemon, a Jenna, al boss Jack Donaghy e all'usciere Kenneth che ha studiato "Bibbia e televisione, l'unica vera forma d'arte americana".

Toccherà adottare in sostituzione "The New Normal", di Ryan Murphy (nel curriculum "Glee" e "American Horror Story") con Allison Adler. Come certe gag di Sarah Silverman, che nella stessa battuta riesce a mettere in burla gli ebrei e i cattolici ("Il mio fidanzato mi ha regalato una medaglietta di San Cristoforo e mi ha detto ‘se non ti brucerà la pelle, ti proteggerà'"), la serie scaglia molte frecce avvelenate. Due gay decidono di avere un bambino, tramite madre surrogata. La scelgono povera in canna, con il sogno di diventare avvocato messo nel cassetto dopo una gravidanza in giovanissima età, e una figlia somigliante alla mocciosa spogliarellista di "Little Miss Sunshine".

Velo nero in testa, imita le due matte del documentario anni 70 "Grey Gardens": anziana signora e già matura rampolla che vivono in una casa fatiscente a East Hampton, zia e cugina decadute di Jacqueline Bouvier maritata Kennedy. La madre in affitto - ha lasciato il marito dopo essere uscita di casa per sei minuti ritrovandolo a letto con l'amante giapponese - è stata cresciuta dalla nonna Ellen Barkin, ancora sconvolta perché un nero occupa la Casa Bianca. Figuriamoci quando incontra la coppia di maschi desiderosi di paternità - da noi l'Arcigay protesterebbe subito per abuso di stereotipi, calzoni aderenti portati con i mocassini senza calze, manie "ossessivo chic".

L'insulto "Hello Kitty" è il nuovo "muso giallo" ("e comunque grazie per aver costruito le ferrovie" aggiunge la terribile stronza). Quando si parla di famiglie dove le madri spariscono e i figli riescono comunque nella vita, agli etero viene in mente Barack Obama, e ai gay Mariah Carey. Volendo ci sarebbe anche John Lennon, cresciuto da zia Mimi, non certo il primo nome che salta in testa a un trentenne americano. Benedict Cumberbatch e Jonny (senza l'acca) Lee Miller si erano sfidati al Royal National Theatre di Londra nel "Frankenstein" scritto da Nick Dean e diretto da Danny Boyle, scambiandosi i ruoli ogni sera. La creatura senza nome dei giorni dispari era il Victor Frankenstein dei giorni pari. Tornano a sfidarsi su Sherlock Holmes.

Benedict Cumberbatch era il detective nella miniserie della Bbc di Mark Gatiss e Steven Moffat: annoiato, aristocratico, capriccioso al punto da sparare alla tappezzeria (come Oscar Wilde che in punto di morte trovò la forza per l'ultimatum: "O io o lei"), ben introdotto alle nuove tecnologie: per sputtanare l'ispettore di Scotland Yard manda sms con il blackberry, smentendo puntualmente ogni affermazione ufficiale. Aveva per Watson Martin Freeman, a cui non perdoneremo mai il ruolo da Hobbit nell'ultimo film di Peter Jackson (quasi mai: la Bbc girerà la terza stagione nei primi mesi del 2013). Jonny Lee Miller è Sherlock Holmes in "Elementary" serie americana in onda sulla Cbs dal settembre scorso.

Altro trasferimento nel Terzo millennio il personaggio di Conan Doyle, che come altri arredi dell'epoca vittoriana non ha granché bisogno di essere rivisto per sembrare contemporaneo: c'erano i messaggi di posta consegnati più volte al giorno, c'era la droga, c'erano i serial killer, appunto c'erano i romanzi in molte puntate, e gli scrittori che un bel giorno uccidevano il personaggio che li aveva resi famosi, tranne farlo risuscitare a furor di lettore.

"La noia mi uccide più della febbre", spiega il detective al suo Watson, femmina e con gli occhi a mandorla (l'attrice è Lucy Liu, nata a New York da genitori immigrati taiwanesi). Gliel'ha messa a fianco il genitore, dopo un periodo di disintossicazione: per questo il detective sta a Manhattan invece che a Baker Street. La velocità di ragionamento è come sempre fulminea, affidata perlopiù a un registratore: a Manhattan nessuno ha pazienza di starti a sentire, facendo le domande dello sciocco che servono soltanto a ragguagliare il lettore.

Questa è la vera differenza: le serie tv, più del cinema, trattano gli spettatori da adulti, senza bisogno di tenerli per mano. Sono sempre un passo avanti, e procurano un solletico intellettuale che altrove si sperimenta di rado. Su chi sia più bravo, tra Benedict Cumberbatch e Jonny Lee Miller, preferiamo non pronunciarci. Il primo amore non si scorda mai, ma nulla impedisce di averne un secondo.

 

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