LA BOLOGNA DEL CHISSENEFREGA – SUI SOLDI ALLA SCUOLA CATTOLICA VINCE IL NO MA AL REFERENDUM PARTECIPANO 86 MILA PERSONE SU OLTRE 300 MILA AVENTI DIRITTO

Andrea Malaguti per "La Stampa"

Bologna, quartiere Murri, in un piccolo parco che si chiama Lunetta Gamberini. Sorella Anna, orgogliosamente vestita di nero, occhiali sottili che faticano a reggersi su un naso francese, occhi scuri, leggermente obliqui, estrae da una tasca misteriosa la sua carta d'identità. Lo scrutatore la guarda perplesso. «E' qui per votare, sorella?».

Non una gran domanda, in verità. Per che cosa se no? E' un quarto d'ora che fa la fila. La suora coglie lo stupore e risponde con un sorrisetto diabolico e la voce in angelico falsetto. «Alla scuola cattolica mi hanno insegnato che è un diritto-dovere». E calca le parole «scuola» e «cattolica» come se fosse una dichiarazione di voto. Croce sulla B. Si nasconde nella cabina numero due per una manciata di secondi e allontanandosi si segna come se stesse abbandonando il tempio. Amen. Dio è con lei? Di certo lo è la Curia locale, che a questo risultato ha lavorato per mesi.

Alle dieci di sera, orario di chiusura dei seggi, il referendum dei referendum, cresciuto come un fungo velenoso nella pancia irrimediabilmente sconvolta del centrosinistra emiliano, la sfida all'Ok Corral voluta dal Comitato articolo 33, presieduto onorariamente dal presidente mancato della Repubblica Stefano Rodotà, e appoggiato da Sel, Movimento 5 Stelle, Collettivo Letterario Wu Ming e partito degli attori e cantanti (qui esiste), si trasforma ufficialmente in un gigantesco flop.

L'affluenza più bassa nella storia recente delle consultazioni popolari cittadine: 90% per quella sul traffico, 65% per l'acqua pubblica, 36% per le farmacie e per la nuova stazione, 28,71% stavolta. Meno di 86 mila persone su oltre 300 mila aventi diritto. Impossibile assecondare la volontà della maggioranza dei pochi votanti. Bologna la rossa è diventata rosa - e questo già da un po' - o forse bianca. Indifferente? Indifferente no. «Abbiamo costretto il Paese a parlarne per settimane. Non solo Bologna. Io lo considero un successo», spiega con l'aria di chi vuole buttare giù un muro a pugni l'attivista Angela Agusto. «Il Comune ha fatto di tutto per ostacolare la corsa della A», sussurra.

Eppure per arrivare a questo punto la città sembrava essersi spaccata dopo una barando da tempi belli, con una discussione politica seria, purissima, quasi alta - preferite il pubblico o il privato? - che non aveva risparmiato nessuno. Da Prodi a Francesco Guccini, dal filosofo Bonaga all'economista Zamagni. E che sembrava anticipare in maniera precisa lo scontro nazionale, con la classe dirigente apparentemente incapace di ascoltare la propria gente.

Un dibattito nato dalla crisi. Con il Comitato Articolo 33 a chiedere al Comune di mettere tutti i soldi destinati alle scuole d'infanzia negli istituti pubblici. E il sindaco Pd, Virginio Merola, a rispondere: «non ci penso neanche, su trentasei milioni di budget, uno lo giro alle paritarie, come facciamo da vent'anni. Accolgono 1500 ragazzi. Noi con un milione in più ne ospiteremmo 150». Uno scontro - come sempre accade quando il tessuto politico non esiste più - di scarso valore pratico ma di enorme significato simbolico. Che aveva perciò prodotto il referendum consultivo: croce sulla A (la metteranno appena 6 elettori su dieci, meno di cinquantamila bolognesi) per lo stop ai privati, croce sulla B per appoggiare il sindaco, il Pd, il Pdl, la Chiesa e le 25 (su 27) scuole cattoliche paritarie. La nuova sinistra contro il nuovo superinciucio?

C'era chi aveva provato a venderla così. Tanto che nel braccio di ferro erano intervenuti i big nazionali. Primo fra tutti il Professor Rodotà. Che aveva ricordato il dettato dell'Articolo 33 della Costituzione: «Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti d'educazione, senza oneri per lo Stato». Un rigurgito di statalismo legalitario o una sana forma di solidarismo? Francesco Guccini (sostenuto da Isabella Ferrari, Riccardo Scamarcio e Ivano Marescotti) era corso al suo fianco. Ispirato. «Non posso che fare mia la lezione di Piero Calamandrei: bisogna, amici, continuare a difendere nelle scuole la Resistenza e la continuità della coscienza morale».

E lo schieramento opposto? Imponente. Blasonato. L'economista Zamagni, Monsignor Vecchi e persino Matteo Renzi e il ministro Carrozza, guidati dall'altro presidente mancato della Repubblica, Romano Prodi. Che, prima di votare B e di commentare: «Ha votato solo chi ha bambini», aveva consegnato al suo blog due riflessioni precise. La prima - presumibilmente fondata sull'idea che esista un'ala sinistra decisa a trasformare il Pd in una lumaca ottusa, una nullità senza speranza - più strettamente politica: «Il referendum si doveva evitare, perché apre in modo improprio un dibattito che va oltre i ristretti limiti del quesito stesso».

La seconda di tipo vagamente autobiografico: ««Perché argomenti che potrebbero essere risolti con condivisione e serenità devono sempre finire in rissa?». Parlava di sè, della sinistra, di Bologna, del mondo? Dibattito che continuava fino a notte inoltrata anche alla Lunetta Gamberini, dove il cittadino Dino Ricolfi, padre di due gemelli treenni, metteva sconsolato la cinica epigrafe alla storia. «Che grande, inutile, casino».

 

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