C’ERA UNA VOLTA L’IMPERO AMERICANO - LA CAPACITÀ DEGLI USA DI “GOVERNARE” IL MONDO E’ MINACCIATO DAL POTERE DELLE LOBBY - CON I POLITICI SEMPRE IMPEGNATI A RACCOGLIERE FONDI PER VINCERE LE ELEZIONI, I LOBBISTI GOVERNANO AL POSTO LORO

Lucio Caracciolo per “la Repubblica”

 

congresso americano congresso americano

Per quasi tutti America è sinonimo di impero. Persino alcuni intellettuali americani, per un paio di secoli educati a pensare l’impero come negazione assoluta dei propri valori, se non come Satana (“Impero del Male” era il nome del Nemico), ora pronunciano questo sostantivo con agio. In senso descrittivo, financo positivo — l’Impero del Bene. L’opposto della valutazione corrente nella bocca dei peggiori critici degli Stati Uniti, usi a bollare l’”imperialismo amerikano” quale centro d’irradiamento di una (pre) potenza incivile e arrogante. In un modo o nell’altro, l’equazione “America=impero” pare ovvia. Lo è davvero?

 

Nel prossimo volume di Limes (U. S. Confidential, in uscita l’8 maggio), che sarà presentato a Udine nel corso dell’XI edizione del Festival Vicino/Lontano (7-10 maggio), tentiamo di verificare la pregnanza di questo accostamento. In ossequio al titolo del Festival, dedicato a Totem e Tabù. Per questo conviene scavare contemporaneamente nella sfera semantica della parola “impero” e nella pancia dello Stato americano.

CONGRESSO AMERICANO CONGRESSO AMERICANO

Quanto all’impero: non ne esiste definizione univoca.

 

Né sarebbe possibile, essendo questo nome accostato indifferentemente all’Egitto dei faraoni e alla Roma dei Cesari, alla Francia di Napoleone e alla Russia (degli zar prima, dei soviet poi), dal Giappone espansionista al Reich hitleriano, per concludere con i dominatori a stelle e strisce del secondo Novecento, dei quali molti pronosticano l’irreversibile declino. Ma fra i caratteri comunemente assegnati ai diversi imperi spiccano la multietnicità, a partire da una nazione fondante e/o dominante, e la conquista di ampi spazi geopolitici. Sotto questi profili gli Stati Uniti d’America possono essere senz’altro ascritti alla famiglia degli imperi.

 

Congresso Americano Congresso Americano

Con una fondamentale differenza: salvo la parentesi delle Filippine, detenute per mezzo secolo (1898-1946), Washington non ha mai avuto vere e proprie colonie. Non ne ha bisogno, perché da un secolo almeno la sua ragione di esistenza non è l’espansione territoriale ma la protezione dell’American way of life, il suo stile di vita.

 

Peculiare miscela di soft e hard power. Alla quale concorrono fattori immateriali — i valori americani di libertà e progresso, reputati universali, quasi l’America li custodisse a nome dell’umanità intera — e materiali — la conquista dei mercati esterni grazie al signoraggio del dollaro, all’egemonia tecnologica e alla strapotenza militare, decisiva per il controllo delle vie marittime di comunicazione e dei relativi flussi commerciali.

 

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Sotto specie geopolitica, gli Stati Uniti d’America possono quindi rientrare, a modo loro, nella categoria imperiale. È sotto il profilo politico, ovvero del modo di gestione della potenza imperiale, che sorgono i problemi. Non solo semantici. Siamo infatti in regime repubblicano.

 

Una repubblica che si vuole modello di democrazia, anche se serba alcuni tratti oligarchici con cui i padri fondatori vollero proteggerla dalla “tirannia delle masse”. Se guardiamo poi alla costituzione materiale — ovvero a come lo Stato funziona — notiamo tre caratteri che segnano la democrazia americana e ne condizionano la stessa geopolitica “imperiale”.

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Primo: gli Stati Uniti non hanno un imperatore, hanno un presidente. Il quale non è leader assoluto né centro del sistema, come leggenda vorrebbe. Il cuore politico della repubblica resta il Congresso. Dal Campidoglio si possono condizionare in modo decisivo le scelte della Casa Bianca, specie (ma non solo) quando le due istituzioni sono di diverso colore partitico. La stessa iniziativa geopolitica del presidente è fortemente delimitata dal Congresso, come il caso del faticoso accordo con l’Iran, voluto da Obama e osteggiato dalla maggioranza dei parlamentari, dimostra ad evidenza.

 

Secondo: i poteri del centro federale sono sfidati dai cinquanta Stati dell’Unione, alcuni dei quali, come la California o il Texas, di dimensioni tali da farne delle rispettabili potenze globali in caso di indipendenza. Gli Usa sono una confederazione, non una federazione organica. La frattura Nord-Sud, germe della guerra civile (1861-65), non è del tutto sanata, come confermano le nostalgie sudiste e le relative diffidenze nordiste. Alcuni Stati, poi, conducono vere e proprie politiche estere alternative a Washington.

 

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Terzo: il potere delle lobby sta diventando incontrollabile, al di là dei tentativi di regolamentarne l’invadenza. In un sistema nel quale i professionisti della politica dedicano gran parte del tempo alla raccolta dei fondi per vincere le elezioni, il lobbismo minaccia di rendere le istituzioni largamente disfunzionali.

 

E di facilitare l’intrusione di interessi esterni (antiamericani) nel motore a stelle e strisce, per limitarne o deviarne la potenza. Sarà anche per questo che nel mondo ingovernato e ingovernabile agli Stati Uniti riesce sempre più arduo agire da impero. Per illudersi, forse, di potersi occupare degli affari di casa, lasciando che gli altri si scannino fra loro. Quanto di meno americano (e di meno imperiale) si possa immaginare.

 

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