DACCÒ E NON USCIRÒ - IL RIESAME RESPINGE L’ENNESIMA RICHIESTA DI DOMICILIARI AVANZATA DAI LEGALI DEL FACCENDIERE CHE GRIDANO ALLA DETENZIONE INUMANA - UN EX MANAGER DEL SAN RAFFAELE INCETRIOLA PER BENE DACCÒ DAVANTI AI MAGISTRATI: “ERA PAGATO PER FAR APPROVARE DALLA REGIONE LOMBARDIA, LEGGI CHE FAVORISSERO L’OSPEDALE DI DON VERZE’ E LA FONDAZIONE. IN CAMBIO INCASSAVA DENARO IN NERO”…

Davide Carlucci e Emilio Randacio per "la Repubblica"

Una «allarmante indifferenza al rispetto delle regole». E «ai principi che dovrebbero governare i comportamenti in settori rilevanti quali quelli economici», in particolare «quelli che attengono al corretto esercizio di attività di grande impatto sulla collettività quale la cura e la salute».

I giudici del Tribunale del Riesame sono molto duri, nel descrivere il comportamento del faccendiere Pierangelo Daccò, nelle motivazioni con cui respingono l'ennesima richiesta di scarcerazione presentata dal suo difensore, Gian Piero Biancolella, che proponeva i domiciliari. Ieri l'avvocato, prima dell'udienza nella quale il suo assistito è stato interrogato per rogatoria a Milano dai magistrati di Lugano, ha denunciato con veemenza il trattamento nei confronti del suo assistito, in carcere a Opera da un anno: «È un caso di interesse per la Corte dei diritti dell'uomo».

E ha rievocato le polemiche sulla carcerazione preventiva ai tempi di Mani Pulite: «Oggi è stato condotto in tribunale con gli schiavettoni ai polsi». Biancolella denuncia «il silenzio della società civile» e un atteggiamento di «garantismo a singhiozzo: non trovo lo stesso virtuosismo garantista in tutte le vicende, indipendentemente dalla coloritura politica».

Il grande amico e anfitrione dei viaggi all'estero di Roberto Formigoni, è l'«unico detenuto», sottolinea Biancolella, nello scandalo sulla fondazione Maugeri che vede indagato per corruzione, fra gli altri, lo stesso governatore lombardo. E in questi giorni è al centro di un fuoco incrociato: su di lui indagano, oltre ai pm milanesi Greco, Orsi, Pastore, Pedio e Ruta, anche il procuratore svizzero Raffaella Rigamonti, che sta approfondendo le operazioni di riciclaggio da lui realizzate attraverso le banche elvetiche.

Condannato a dieci anni nel processo abbreviato per il crac San Raffaele, Daccò è però continuamente evocato nel dibattimento sull'ospedale San Raffaele che si sta svolgendo con rito ordinario e nel quale oggi è prevista la deposizione del fiduciario svizzero Giancarlo Grenci. A delineare quale fosse esattamente il ruolo di Daccò nella sanità lombarda, è stato, nell'udienza del 12 ottobre Mario Valsecchi: «Agevolava - ha spiegato l'ex direttore generale del San Raffaele - l'emanazione di normative o comunque provvedeva a facilitare la Fondazione nell'ottenimento della presentazione di richieste finalizzate all'ottenimento di certi benefici».

Quali, esattamente? Le norme emesse dalla giunta Formigoni che hanno evitato che l'ospedale finisse sul lastrico già nel 2004 («quando i debiti erano già intorno al miliardo di euro»), ma continuasse a vivere nonostante i debiti fossero già stratosferici (il crac da 1 miliardo e mezzo è stato dichiarato un anno fa).

All'«agevolatore» Daccò - secondo la versione di Valsecchi - in cambio dei «benefici» garantiti venivano girati fior di quattrini in nero. Nel 2008, per fare un esempio, gli furono girati «non so se 200 o 250 mila euro». «E questo quando avvenne?», lo incalza il pm di Milano, Luigi Orsi. «Dopo l'emanazione della legge», risponde Valsecchi. In cambio di leggi poi approvate dalla Regione, e che avrebbero oggettivamente permesso al San Raffaele di continuare a nascondere i propri spaventosi buchi di bilancio, Daccò si presentava all'incasso dei vertici della fondazione.

E, seguendo la versione dell'ex direttore generale, sarebbe successo almeno in due occasioni, con l'approvazione delle «leggi regionali numero 34 e 7». «Che comunque avevano portato della nuova liquidità e l'avrebbero portata nel futuro». Il salvagente lanciato a don Verzè dalla Regione grazie alla norma 34, ha permesso di erogare «finanziamenti a fondo perduto».

La norma numero 7, invece, «di vedere incrementato su alcune voci il proprio Drg (le prestazioni rimborsabili dal servizio sanitario, ndr), fino a un massimo del 25%». Attraverso questa riforma, secondo questa versione suggerita da Daccò ai piani alti del Pirellone, per i calcoli di Valsecchi al «San Raffaele garantì un incremento lordo di circa 45/46 milioni di euro».

 

 

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