UN BEIRUT IN FACCIA AI GIUDICI - DELL’UTRI CONDANNATO IN VIA DEFINITIVA A 7 ANNI PER CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA - MA L’ESTRADIZIONE DAL LIBANO E’ QUASI IMPOSSIBILE

1 - DELL'UTRI E LA MAFIA ORA LA CONDANNA A 7 ANNI È DEFINITIVA
Riccardo Arena per "la Stampa"

La parola fine su una vicenda cominciata in un giorno di giugno del 1996, con l'invito a comparire che fu pervicacemente e curiosamente negato - contro ogni evidenza - dall'allora procuratore aggiunto di Palermo Guido Lo Forte, è arrivata ieri sera poco prima delle 22. Sette anni erano e sette anni sono, per Marcello Dell'Utri non ci sono sconti ma l'imputato non c'è, è in Libano, in una corsia dell'ospedale Al Ayat di Beirut, in un reparto speciale per detenuti. Il Sostituto Procuratore Generale di Palermo Luigi Patronaggio ha emesso subito un ordine di carcerazione.

Concorso esterno in associazione mafiosa, per una continuità di vicinanza e di legami con Cosa nostra che, per l'ex senatore del Pdl, parte dai primi anni '70 e si prolunga fino al 1992, come ha sostenuto ieri nella sua requisitoria il sostituto procuratore generale Aurelio Galasso e come ha confermato la prima sezione della Cassazione, con una decisione firmata dal collegio presieduto da una donna, Maria Cristina Siotto. Che ha confermato la sentenza scritta da un'altra donna, il consigliere della Corte d'appello di Palermo Daniela Troja.

Come aveva già fatto nel 2012 in occasione del primo giudizio di fronte alla Suprema Corte, Dell'Utri non ha atteso in Italia il verdetto, inizialmente fissato per il 15 aprile e che però è slittato a ieri, per il contemporaneo impedimento fisico dei suoi due difensori.
Per arrivare al verdetto definitivo ce ne sono voluti cinque, di processi: due condanne di merito (a nove anni in tribunale, a sette nel primo processo di appello), poi l'annullamento con rinvio da parte della Cassazione, il 9 marzo 2012, quando l'imputato era verosimilmente a Santo Domingo: anche in quel caso non aveva atteso il giudizio finale in Italia.

La situazione non è però cambiata nel nuovo processo palermitano, celebrato davanti alla terza sezione della Corte d'appello, presieduta da Raimondo Loforti. L'imputato, secondo la ricostruzione fatta in primo grado dai pm Antonio Ingroia e Domenico Gozzo e in appello dai pg Nino Gatto e Luigi Patronaggio, oltre a contribuire alla fondazione dell'impero economico e imprenditoriale di Silvio Berlusconi e ad essere determinante per la nascita di Forza Italia, fu sempre in contatto con la mafia.

Come ha sostenuto ieri il pg Galasso, non c'è stata soluzione di continuità nel contributo «esterno» all'associazione mafiosa, dato che l'imputato era passato dalle "mani" dei boss della vecchia mafia come Stefano Bontate e Mimmo Teresi a quelle di Totò Riina.

Dell'Utri aveva portato ad Arcore, da Berlusconi, un mafioso conclamato come Vittorio Mangano, boss di Porta Nuova, e fatto pagare pizzo e protezioni all'amico Silvio, allora «re» delle costruzioni e delle tv. Mediatore interessato di un Berlusconi vittima consapevole, avevano scritto i giudici.

Ma la Cassazione aveva preteso di conoscere in che modo, dopo il '78, quando ci fu una temporanea frattura con l'ex premier, si era estrinsecato il contributo: e ieri Galasso ha avallato la tesi della continuità, dei contatti ininterrotti con Riina, dei pagamenti che andarono avanti fino al 1992.

Mentre i legali hanno dovuto difendere l'imputato non tanto o non solo dalle accuse di merito, ma anche dalla sua fuga all'estero, un macigno per la difesa: «È molto provato - ha detto l'avvocato difensore Massimo Krogh -. Vent'anni di indagini. Non lo giustifico, ma lo capisco. Può avere perso la testa, fatto una stupidaggine». «Siamo delusi - gli fa eco il collega Giuseppe Di Peri - ora ricorreremo alla Corte europea dei diritti dell'uomo».

2 - ESTRADIZIONE DAL LIBANO DIFFICILE. DECISIVO IL TRATTATO INTERNAZIONALE
Grazia Longo per "la Stampa"

No, Marcello Dell'Utri non aveva bisogno di fuggire in Sudamerica per garantirsi la libertà. Il trasferimento in Libano è più che sufficiente a risparmiargli il carcere. La possibilità che da Beirut arrivi l'ok per la richiesta di estradizione si profila, infatti, sempre più distante.

A sostenerlo non è solo il legale libanese del braccio destro dell'ex premier Silvio Berlusconi, Akram Azoury, ma anche l'avvocato Fausto Pocar, ordinario di diritto internazionale all'Università degli Studi di Milano.

«Non solo l'ex senatore non va estradato, ma non andava neppure arrestato il 12 aprile scorso - dichiara l'avvocato Azoury -. L'Italia, quando lo ha fermato all'hotel Phoenicia, ha violato l'articolo 20, punto C del trattato internazionale tra i due Paesi, secondo il quale l'estradizione non può essere concessa per reati prescritti in uno dei due Stati».

E, secondo il difensore, i reati per cui Dell'Utri è stato condannato sono ampiamente coperti dalla prescrizione in Libano «perché sono già passati 10 anni dal '92». Per non parlare, poi, dell'inconsistenza giuridica del «concorso esterno» in associazione mafiosa, non previsto dalla legge libanese.

Non è la prima volta che Azoury, agguerrito e con ampio margine di manovre politiche, assiste persone con ruoli istituzionali. Avvocato di primo piano in Libano, ha difeso tra l'altro l'ex capo della sicurezza nazionale Jamil Sayyed dall'accusa di aver partecipato all'uccisione dell'ex primo ministro Rafiq Hariri e dopo la rivoluzione in Tunisia nel 2011 è diventato legale del deposto presidente, il dittatore Ben Ali.

E se Azoury si spinge addirittura a chiedere la liberazione del cofondatore di Forza Italia, il professore Fausto Copar ammette che «il trattato internazionale con il Libano, del 10 luglio 1970, per regolare i rapporti di assistenza giudiziaria reciproca, non sembra a favore dell'estrazione dell'ex senatore.

Oltre all'articolo 20, infatti, anche il numero 16 complica il suo rientro in Italia, sia a scopi processuali, sia per l'applicazione di una pena definitiva. In entrambe le circostanze vale il principio della "doppia incriminazione", nel senso che sia il reato, sia la pena devono essere contemplate in entrambi i Paesi». Più nel dettaglio Pocar precisa: «Se per la legge libanese i reati sono davvero già prescritti, Dell'Utri ha l'opportunità di non essere estradato perché decadono i motivi. Idem per il "concorso esterno"».

Fiduciosi di centrare l'obiettivo sono, invece, al ministero della Giustizia. Il Guardasigilli, Andrea Orlando, ha inviato lunedì scorso la traduzione - in francese e in parte in arabo - della sentenza di secondo grado e i suoi allegati. Ora si limiterà a «comunicare che la sentenza è diventata definitiva e quindi l'estradizione viene richiesta per applicazione della pena e non per scopi processuali».

La strada verso l'esecuzione dell'estradizione è, tuttavia, lastricata di ostacoli e difficoltà. Alla luce delle dichiarazioni dell'avvocato Akram Azoury, tanto per capirci, si comprende meglio anche l'atteggiamento del procuratore generale della Cassazione libanese, Samir Hammud. Finora non solo non ha mai interrogato Marcello Dell'Utri, a cui ha concesso gli arresti domiciliari per motivi di salute, dal 16 aprile, nel reparto detenuti dell'ospedale Al Hayat. Ma ha sempre sostenuto che lo avrebbe incontrato «solo dopo aver letto tutte le carte».

Aspetta forse la sentenza definitiva per poi evidenziarne l'incongruità con la legge libanese? Inoltre, la sensazione più forte che arriva dagli ambienti giudiziari di Beirut è il peso politico della decisone finale.

 

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