EGITTO CON I MORSI DELLA FAME - LA DEMOCRAZIA CON LO STOMACO VUOTO NON FUNZIONA

Alberto Stabile per "La Repubblica"

«La nostra forza risiede nella nostra unità», era stato lo slogan con cui Mohammed Morsi si era presentato alle elezioni che lo avrebbero visto, primo presidente civile e non militare, prevalere sia pure per soli 883 mila voti, poco meno di due punti percentuali, contro Ahmed Shafiq, l'ultimo premier nominato da Mubarak quando il destino del vecchio raìs sembrava ormai segnato.

Ma come altre sue roboanti affermazioni, quello slogan è rimasto a fluttuare nell'aria, parole al vento, mentre dalla caserma della Guardia Presidenziale, dove si troverebbe costretto, non gli resta che contemplare un Paese in rovina, attraversato dall'odio fra le fazioni, dominato dall'illegalità e costretto a invocare l'intervento dei generali per tentare una difficile risalita.

Le premesse e le promesse, inutile sottolinearlo, erano ben altre. Anche se non è che Mohammed Morsi sia stato scelto come punta di lancia della Fratellanza Musulmana, capace di coronare con una vittoria annunciata le prime libere elezioni nelle storia dell'Egitto, per le sue qualità di leader, o per il suo acume politico. Gli stessi confratelli, che in quanto a malizia non sono inferiori ai loro avversari, quando, a conclusone di una travagliata gestazione, emerse il nome di Morsi, lo definirono «una ruota di scorta», un candidato di ripiego.

E però, dopo esser asceso fino alle vette del partito Libertà e Giustizia, bracco politico della Fratellanza Musulmana, Morsi si vide proiettato sul trono che era stato di Mubarak, di Sadat e di Nasser, con l'arduo compito di cancellarne la memoria e di costruire sulle ceneri di quella che era stata un'autocrazia sostenuta dalle Forze Armate uno stato democratico capace di rispondere alle esigenze di libertà sprigionate dalla Primavera araba e a bisogni materiali degli egiziani, il 40 per cento dei quali erano e sono costretti a sopravvivere con due dollari al giorno.

Di Morsi, è vero, si sapeva non molto di più delle sue umili origini e dei suoi studi d'ingegneria al Cairo, completati con un dottorato conseguito negli Stati Uniti, dove sono nati tutti e quattro i suoi figli, e di cui egli stesso ha ottenuto la cittadinanza. Nonché lo zelo religioso ostentato quando, da deputato eletto al Parlamento dal 2000 al 2005, denunciò il governo per aver permesso la pubblicazione di riviste che presentavano in copertina immagini di nudo e la trasmissione in tv di scene considerate "immorali".

Con lo stesso furore chiese la soppressione del concorso di Miss Egitto, contrario, secondo lui, alle "norme sociali", alla Sharia, la legge islamica, e alla Costituzione. Un chiodo fisso. Ma sarebbe semplicistico liquidare una vita come quella di Morsi soltanto in base a questi precedenti.

Piuttosto che un fanatico moralista, nell'anno in cui ha retto lo scettro del comando del più grande paese arabo del Medio Oriente, Mohammed Morsi è apparso come un uomo conteso tra l'arroccamento ai valori tradizionali del suo retroterra e lo slancio di poter diventare quel "presidente di tutti gli egiziani", che aveva promesso di essere nel suo lungo discorso d'insediamento. Non c'è riuscito.

Eppure, gli esordi erano sembrati promettenti. Lo rivediamo mentre si aggira in punta di piedi, sfiorando ora un telefono, ora la poltrona da lavoro, tra i marmi, gli stucchi dello studio di Mubarak. «L'era dei superman è finita. D'ora in poi la presidenza sarà
(soltanto) un'istituzione», disse. Ma quando a novembre del 2012, neanche cinque mesi dopo la sua elezione, vide che i lavori per redigere la nuova Costituzione arrancavano, decise di dare la spallata. E la sua parabola cominciò la fase discendente.

Non poteva essere altrimenti, dopo aver emesso un decreto in cui, oltre a far approvare dall'oggi al domani una Costituzione basata su un diretto riferimento alla legge islamica, poneva le sue decisioni al di fuori di qualsiasi verifica politica e, soprattutto, giurisdizionale. La modestia delle sue origini era stata sopraffatta dal senso religioso della missione: «Salvare la rivoluzione».

Non gli è rimasto che aggrapparsi al credito ricevuto dagli americani e di riflesso dall'Europa, pronti ad appoggiarlo in quanto espressione della sovranità popolare. Un credito dettato da cattiva coscienza o dal senso di colpa derivante dall'aver trescato per decenni e senza nulla chiedere in cambio, tranne il mantenimento dello
status quo (vale a dire la pace con Israele e la "guerra al terrorismo", ma non l'applicazione dei diritti di libertà per le popolazioni) con i satrapi del mondo arabo.

Ma si sa, agli occhi dei sudditi, la politica estera non attenua la fame, se mai l'esaspera. Ed è proprio lì che Morsi è fallito, quando il suo governo, a maggioranza composto dai fratelli musulmani, non è stato capace di negoziare con il Fondo monetario un prestito vitale. E il paese ha cominciato a boccheggiare: con il turismo in crisi, la disoccupazione dilagante, le riserve in valuta prossime all'esaurimento, le lunghe code davanti ai distributori.

In un gesto di apparente resipiscenza Morsi ha ammesso di aver commesso alcuni errori («chi non sbaglia»), ma al tempo stesso s'è trincerato dietro la sua missione. Troppo tardi. Perché l'altro grande potere egiziano, quella casta militare che con i Fratelli Musulmani ha un conto aperto da 40 anni, dai tempi di Sadat, preparava la sua vendetta.

 

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