C’EST FINI - DOVEVA ESSERE IL CAPO DI UNA “DESTRA NORMALE” RISPETTO A QUELLA SMUTANDATA DEL BANANA, E INVECE FINI È RIMASTO CAPOCCIA DI QUATTRO SFUTURATI (VI RICORDATE BOCCHINO E GRANATA, BRIGUGLIO?), BRUCIATO DALLA STORIACCIA DI MONTECARLO - E ADESSO CHE SI RITROVA INTRUPPATO NEL CALDERONE ACCATTO-CENTRISTA DEVE ANCHE INCASSARE LE SNOBBERIE CHOOSY DI CASINI E MONTEPREZZEMOLO…

Stefano De Michele per "il Foglio"

Ora che "in sul calar del sole" si trova la legislatura, e che "la mossa del cavallo" del Cav. (che altro?) ha (ri)gettato scompiglio sulla scacchiera tutta, brianzola e teutonica, mentre il centro s'aggroviglia pitonicamente, s'ingarbuglia, s'apparenta e si sparecchia, tutto nel giro di ventiquattr'ore - partiam! partiam!, e un passo non si schioda - ecco che il destino politico di un uomo pare giungere a compimento. Mesto compimento, purtroppo, al momento - quello di Gianfranco Fini.

Nei corridoi di Montecitorio - il Palazzo dove negli ultimi anni ha regnato, e dentro il quale, secondo alcuni dei suoi, si è perduto: come nella parete ricoperta di specchi del romanzo di Amitav Ghosh, che all'infinito pare moltiplicare il potere, e che infine il potere perde - c'è chi azzarda un paragone: quello tra Fini e Mario Segni, "che vinse la lotteria e perse il biglietto": il primo il potere cominciava a scalare, sulla scia del Cav., proprio mentre il secondo si preparava a dissiparlo.

Ci sono stati anni, praticamente tutti, fino all'anno scorso, in cui ognuno Fini avrebbe voluto: accanitamente Berlusconi, finché durò; i suoi avversari dopo l'epica del "che fai, mi cacci?". Era il fautore di una "destra normale". Rispetto a quella pop e un po' escortista del superiore politico, poi nemico numero uno del Caimano, sorta di "Defensor Fidei" per ogni cuore democraticamente vibrante, infine tessitore del centro, quella babelica e inconcludente postazione di Penelopi moderate che più che tessere la tela disfano.

"Piuttosto che Berlusconi...", si diceva in giro. Piuttosto che Berlusconi, settanta volte sette il presidente della Camera. Pareva che potesse scegliere qualunque suo destino - poi il destino e un disgraziatissimo bilocale monegasco decisero per lui. Ecco, adesso fa un po' impressione a spulciare tra le cronache di questi giorni e leggere, tra le righe (il primo segno dell'ingrata sorte: finire da decifrare tra le righe), che quelli che dovrebbero essere i nuovi compagni di viaggio di Fini - i Castore e Polluce del moderatismo biologico dell'orto montiano: Casini e Montezemolo - tendono un po' a oscurare la centralità della terza carica dello stato.

Più Luca che Pier, a dir la verità, ma insomma: il primo a mezza bocca fa conoscere il suo scontento, il secondo a mezza bocca difende la sua sorte. Era l'uomo, come quello di vecchio un profumo di quando eravamo tutti compagni e camerati, che "non deve chiedere mai", adesso, in certi giorni, pare rimesso alla clemenza degli alleati futuri. Dicono che faccia un po' il "choosy", Montezemolo, quando sente nominare Fini: arriccia il naso, scuote la chioma, sospira pensieroso.

"Nulla contro Fini, ma l'Italia ha bisogno di innovazione, tutta la nomenclatura degli ultimi vent'anni deve fare un passo indietro...", dicono i suoi - tirandosi comunque appresso Casini, di identica se non più impegnativa stagionatura politica. Gli uomini del presidente della Camera un po' si trattengono e un po' sbottano: "Montezemolo, per la verità, è uno che fa il ‘choosy' con tutti. Basti pensare alla sua battuta sulla prima fila dell'Udc... La verità è che adesso te la devi rischiare. Fini se l'è rischiata, questi altri vogliono provarci a rischio zero, con Monti in campo".

E' stato l'uomo, Fini, che ha avuto contemporaneamente in mano le sorti della destra e quelle del fantomatico centro - dicono che se le sia legate troppo, infine, per non abbandonare la poltrona di Montecitorio. "La presidenza della Camera lo limita", avvertiva già mesi fa Fabio Granata.

"Da vent'anni ci provano con lui: prima gli hanno dato del traditore, ora gli danno del vecchio...", sospirano i suoi, quasi rassegnati. Ma il suo Fli - la gloria di quel pomeriggio domenicale d'orgoglio e d'onore a Mirabello, il manifesto della nuova Italia, il sogno futurista e liberale - si è fatto, in pochi anni, da impetuoso movimento a partitino un po' onomatopeico: pare che sgoccioli - fli-fli-fli..., altro che "polo riformatore patriottico europeo".

Probabilmente alla fine, dopo la convention natalizia del 20 dicembre, Fini e Casini e LCdM la loro creatura centrista, alla meno peggio, la sistemeranno nella vetrina della politica nazionale (un po' troppo a ridosso degli imminenti saldi stagionali, forse): ma ciò che era, finianamente sperando, un momento di gloria, avrà certo un po' il sapore di un incerto attruppamento.

Che cosa è andato storto si sa: quella dannata casa a Monte Carlo - niente di penale, ovviamente, ma mediaticamente la campagna è stata rovinosa, l'incertezza che sempre ha dominato la breve e stentata vita di Fli, quella poltrona presidenziale che molti dei suoi avevano chiesto a Fini di lasciare (sulla stessa, per dire, si fecero cenere anche le speranze rifondazioniste di Bertinotti).

Casini, neo socio centrista, ha fatto la stessa esperienza, ma la caratura democristiana fornisce una capacità di resistenza che la caratura missina nemmeno si sogna - e nonostante questo, pure Casini annaspa, seppure fortificato dal corteggiamento bersaniano. Ma ci sono stati giorni - giorni lunghi come anni, e anni lunghi come lustri - in cui era Fini l'alleato ideale, sempre bell'azzardo di trasgressione in più tra le sue nuove convinzioni e il suo faticoso passato. Adesso, invece...

"Adesso, invece - replica un parlamentare a lui fedele - è l'intero nostro campo politico che frana. Frana, capito? A destra, oltre Renzi, non c'è niente. Niente! E tutti ci aggiriamo tra le macerie, tutti siamo ancora troppo ancorati al campo desolato, politicamente morto".

Con in più la consapevolezza che i giochi sono ormai fatti, che il destino è segnato, che le scelte non sono più nelle mani degli stessi che il 20 dicembre da protagonisti proveranno a presentarsi sulla scena. Bersani una volta allargava a Fini, Fini faceva lo sdegnoso (ecco), "non sapevo volesse entrare nel Pdl"; Vendola minacciava Bersani che apriva fino a lui, Renzi nel corso dell'ormai famoso faccia a faccia per le primarie glielo ha rimproverato: "Spero che nel pacchetto Casini non ci sia anche Fini", e D'Alema invocava l'anno scorso l'intesa con Fini, e di Fini si ritrova sulle cronache un'apertura "a sinistra" nell'estate scorsa. Poi, quando tutto ha cominciato a correre, attorno alla poltrona del numero uno di Montecitorio si è registrato uno strano, sospettoso trattenere il respiro.

E persino Santo Versace torna sulla "troppo imbarazzante" casa di Monte Carlo, persino Stracquadanio lo associa, "affondatore e co-affondatore", alla sorte del Cav., si invocano, nientemeno, "idiosincrasie" territoriali. Casini lo difende, certo - seppure c'è chi vede, nella difesa, innanzi tutto la difesa estrema di se stesso. "Se vuoi giocare sul sicuro non giochi - ripetono i seguaci finiani facendo spallucce - Dovrebbero tutti ricordare che senza Fini non ci sarebbe stato Monti".

Un giorno Fini evocò Saint-Exupéry, per raccontare la sorte che scrutava davanti a sé: "Se vuoi costruire una nave non far raccogliere legna e non organizzare gli uomini, ma evoca la nostalgia del mare". Nostalgia adeguatamente evocata, navigazione perigliosamente intrapresa. E alla fine, il tristissimo sospetto che siano andate perse tutte le mappe. O che l'isola dove si doveva approdare è semplicemente l'isola che non c'è.

 

Gianfranco Fini Silvio BerlusconiItalo Bocchino Granata e Bocchino CARMELO BRIGUGLIO Carmelo Briguglio PIER FERDINANDO CASINI MONTEZEMOLO-CASINI

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