FRATELLI (MUSULMANI) D’ITALIA - LA FRATELLANZA SI ESPANDE A COLPI DI BROCCOLETTI E PATATE? DIETRO L’APERTURA DI MIGLIAIA DI NEGOZI DI ORTAGGI C’E’ IL “WELFARE” DEL GRUPPO ISLAMISTA FINANZIATO DA SAUDITI E QATAR - PIU’ MODERATI DEI SALAFITI, I FRATELLI MUSULMANI HANNO DUE VOLTI: INTEGRALISMO RELIGIOSO E DIALOGO POLITICO CON L’OCCIDENTE - L’OBIETTIVO E’ UTILIZZARE L’ITALIA COME PONTE VERSO EUROPA E RUSSIA…

Vladimiro Polchi per "la Repubblica"

Rashid vende frutta e verdura. Il suo negozio ha due ampie vetrine che si affacciano su una piazzetta pedonale in un quartiere di Roma Sud. È aperto fino a tarda sera, anche la domenica. A denunciarne la nazionalità è un foglio di papiro appeso sopra la cassa, raffigurante un'antica divinità egizia.

A svelarne la fede, versetti del Corano in argento su stoffa nera all'ingresso.
Per il resto è lui a mettere le cose in chiaro: «Sì, sto coi Fratelli musulmani, qui quasi tutti lo siamo, almeno chi fa questo lavoro». Nelle sue parole la conferma di un movimento sotterraneo: l'espansione della Fratellanza nel nostro Paese. L'obiettivo? La conquista del milione e 650mila musulmani d'Italia. Una "campagna acquisti" rilanciata dalla Primavera araba, che i Fratelli conducono con più mezzi: aiuti economici alle imprese degli immigrati in Italia, finanziamento dei centri islamici, dottrina e fede. Ma chi sono i nuovi "padroni" dell'Islam italiano? Quali sono le loro parole d'ordine? E come si muovono nel nostro Paese?

LA PORTA PER L'EUROPA
La Fratellanza è una influente organizzazione internazionale, fondata nel marzo del 1928 da un insegnante egiziano di nome Hassan al-Banna. Dopo la repressione subita negli anni della presidenza Nasser, i Fratelli musulmani rialzano la testa e abbandonano le posizioni più estremistiche della lotta armata in vista di una legittimazione politica. «La Fratellanza ha un fine preciso - spiega Massimo Campanini, docente di Storia dei paesi islamici a Trento - che è quello di islamizzare la società e pervenire nel lungo periodo alla realizzazione di uno Stato islamico».

Un movimento fondamentalista che, cavalcando la Primavera araba, ha preso il potere in Tunisia, Marocco e soprattutto in Egitto col presidente Mohamed Morsi. Il motto dell'organizzazione è: «Allah è il nostro obiettivo. Il Profeta è il nostro capo. Il Corano è la nostra legge. Il jihad è la nostra via. Morire nella via di Allah è la nostra suprema speranza». E l'Italia che c'entra? Lo spiega il 29 giugno 2012 Ezz Eldin Naser, esponente della Fratellanza musulmana egiziana, che si trova a Roma per incontrare alcuni imprenditori italiani: «Consideriamo l'Italia la nostra porta per l'Europa e la Russia». Traduzione: i Fratelli sono partiti alla conquista della complessa galassia dell'Islam italiano ed europeo.

Lo confermano alcune informative dei servizi segreti occidentali. Quest'estate un rapporto dell'intelligence Usa fotografa i movimenti della Fratellanza in Europa, Italia compresa, seguiti al successo politico ottenuto in Egitto. In Francia l'ottobre scorso, l'ex capo del Dst (il controspionaggio francese), Yves Bonnet, indica Arabia Saudita e Qatar quali fonti del finanziamento delle reti islamiste radicali (compresi i Fratelli) nel Vecchio continente. Quanto all'Italia, l'ultima relazione dei servizi segreti al Parlamento si limita
a mettere in guardia da un possibile e generico «nuovo attivismo di militanti islamisti galvanizzati dalla caduta dei regimi ».

Non tutto il mondo arabo guarda però con favore l'espandersi della Fratellanza. Stando al quotidiano al-Khaleej, che cita una fonte anonima vicina alle indagini, il primo gennaio scorso le autorità degli Emirati arabi uniti hanno arrestato una «cellula egiziana dei Fratelli musulmani », impegnata ad addestrare degli islamici locali per rovesciare alcuni governi arabi. La cellula, composta da oltre dieci persone, reclutava egiziani negli Emirati e finanziava alcune attività commerciali per recuperare fondi volti a sostenere l'organizzazione madre. Ma torniamo all'Italia: per quali vie i Fratelli musulmani si ramificano nel nostro Paese? E dove si è fatta più visibile la loro presenza?

IL BUSINESS DEI NEGOZI
Rashid è solo la punta dell'iceberg: quella dei fruttivendoli egiziani pare un'avanzata inarrestabile. Lo confermano i numeri della Camera di commercio di Milano. In Italia quest'anno sono attive oltre 30mila imprese che commerciano in frutta e verdura. Il loro numero è in calo rispetto al 2011. A tenere sono solo i titolari stranieri, impermeabili alla crisi, con un boom degli egiziani che nell'ultimo anno hanno aumentato di ben il 20% i loro negozi: record di presenze a Milano e Roma (qui i fruttivendoli provenienti dal Cairo sono ben 233).

Il segreto del loro successo è raccontato da Mohamed, che ha due negozi nella capitale: «Facciamo rete e quando andiamo ai mercati generali, compriamo grandi quantità di merce per rifornire fino cinque negozi, più qualche ristorante e albergo del centro, così abbattiamo i costi». Ma chi copre l'investimento iniziale?

«È tipico della Fratellanza aiutare economicamente i propri affiliati: in tal caso investono all'estero e in cambio ricevono consenso - sostiene Naman Tarcha, giornalista di origine siriana in Italia - In base alla mia esperienza posso dire che appartengono quasi tutti alla Fratellanza e la stessa scelta di questo lavoro è halal, non toccano infatti materia impura, cosa che invece può capitare se lavori in un bar con la birra, o in una pizzeria con il prosciutto». Rashid, fruttivendolo, lo spiega chiaramente: «Tra Fratelli ci si aiuta anche col denaro, che male c'è? Non siamo estremisti, Mubarak era un dittatore, ora vediamo cosa farà Morsi, mettiamolo alla prova». Insomma, nulla da nascondere: dopo le vittorie politiche nel Nord Africa, i Fratelli escono allo scoperto e rivendicano la propria identità.

IL GIALLO DEL CARPENTIERE
Una conferma della forza della Fratellanza tra gli immigrati sta nella notizia che l'Italia è il solo Paese occidentale in cui la maggioranza degli egiziani residenti abbia votato a favore della costituzione voluta da Morsi (1.165 hanno votato a favore e 1.039 contro). Sulla Fratellanza è dura la posizione di Souad Sbai, presidente dell'Associazione donne marocchine in Italia ed ex deputata Pdl: «Prima i Fratelli musulmani finanziavano le moschee fai-da-te, ora si sono dirottati sulle attività commerciali.
I soldi arrivano dall'estero, anche dai sauditi. In cambio hanno valuta pregiata di ritorno e la crescita della loro sfera di influenza tra gli immigrati musulmani in Italia. Arrivano con valigie piene di contanti, come nel caso di quell'egiziano fermato poche settimane fa a Malpensa».

La Sbai ha pochi dubbi. La deputata di origine marocchina si riferisce alla vicenda di un carpentiere proveniente dal Cairo (ma del quale non è provato il legame con la Fratellanza), al quale i finanzieri di Milano - Malpensa l'11 dicembre scorso hanno sequestrato parte dei 110mila euro in contati contenuti dentro un borsone e non dichiarati alla frontiera. L'uomo ha cercato di eludere le verifiche dei finanzieri nascondendo la somma all'interno di grosse sacche, piene di vestiti e altri effetti personali, sperando che il volume dei suoi bagagli avrebbe scoraggiato i controlli. Così non è andata.

LA "PRESA" DELLE MOSCHEE
Stando a un dossier segreto del Viminale (datato aprile 2007), solo le moschee di via Pallavicini a Bologna e di via dei Frassini a Roma sono in mano ai Fratelli musulmani. Ma negli ultimi anni le cose sarebbero molto cambiate: «Oggi nei centri islamici la maggioranza delle iniziative legate al culto è collegata a qualcuno della Fratellanza - conferma Yahya Pallavicini, imam a Milano e vicepresidente della Coreis (Comunità religiosa islamica) - la loro espansione si è fatta via via più forte negli ultimi tempi tra tutti gli immigrati, con la sola eccezione di senegalesi, turchi e di qualche pakistano.
Oggi si sentono più potenti perché legittimati dall'Occidente quali mediatori col mondo islamico, dopo i successi elettorali incassati in giro per il mondo. Ma attenzione: va ricordato che il loro fondamentalismo ha come priorità strategica la presa del potere e un islam politico».

Non manca una nota positiva: «Prima dell'11 settembre - ragiona Pallavicini - si consideravano i soli puri, ora hanno abbandonato l'arroganza dell'esclusivismo e dialogano con le altre realtà dell'islam, anche se alla fine rivendicheranno per loro la leadership». Non lontana dalla Fratellanza viene considerata l'Unione delle comunità islamiche (Ucoii).

Oggi il suo presidente, Izzeddin Elzir, conferma solo che «una minoranza dei nostri membri aderisce alla Fratellanza» e quanto al finanziamento delle attività commerciali non crede che «dietro ai fruttivendoli egiziani ci siano i Fratelli musulmani e comunque non ci sarebbe nulla di male, né di illegale, nell'aiuto economico tra connazionali». Ma qual è il rischio connesso all'espansione della Fratellanza in Italia? Qual è il loro progetto non solo religioso, ma politico?

LA RADICALIZZAZIONE DEGLI IMMIGRATI
«Il loro progetto di realizzazione di una società islamica non implica un elemento intrinseco di estremismo - ci tiene a chiarire il professore Campanini - e la loro espansione non ha nulla a che vedere con rischi terroristici. Ciò detto, la loro lettura fondamentalista dell'Islam può portare a una limitazione dei diritti umani, soprattutto delle donne e rendere le comunità islamiche in Italia meno integrabili.
Ma è pur vero che la Fratellanza ha sempre dimostrato un notevole pragmatismo, che potrebbe portare a smussarne la radicalità e poi ricordiamoci che rispetto ai salafiti passano per dei moderati». Stando ad alcuni documenti rinvenuti dopo l'11 settembre in Svizzera, la Fratellanza disporrebbe di una rete finanziaria imponente.

«La loro ricchezza - spiega Campanini - viene dalle donazioni dei fedeli, dal lavoro volontario dei loro affiliati e dai finanziamenti provenienti da alcuni ricchi Stati arabi». Dove sono presenti, i Fratelli musulmani forniscono alla popolazione anche assistenza sanitaria e scolastica. E questa è la spiegazione principale della loro forza e del crescente consenso. Per questo il boom dei fruttivendoli egiziani non sorprende Campanini: «Finanziare gli immigrati all'estero? È tipico del loro welfare».

 

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