I MORTI NON PARLANO, GIANCARLO PERNA SI’: LA FIRMA DEL “GIORNALE” SBUCCIA LEOLUCA ORLANDO “SINDACO DELL’ANTIMAFIA” CHE DELEGITTIMÒ FALCONE ACCUSANDOLO, ALL’EPOCA DELLA “PRIMAVERA DI PALERMO”, DI “NASCONDERE LE CARTE NEL CASSETTO” - DOPO I VELENI SULL’ATTENTATO ALL’ADDAURA, IL GIUDICE DISSE AL CSM: “NONOSTANTE UN SINDACO COME ORLANDO, LA SITUAZIONE DEGLI APPALTI A PALERMO CONTINUA A ESSERE LA STESSA E CIANCIMINO CONTINUA A IMPERARE SOTTOBANCO”…

Giancarlo Perna per "il Giornale"

Si potrebbe senz'altro definire Leoluca Orlando «vecchio arnese della politica», se la parola «arnese» non evocasse qualcosa di utile, cosa che il politico palermitano non è mai stato. Naturalmente dotato fin da giovane - prese la migliore maturità d'Italia del suo anno - ha sempre rovinato tutto per il suo troppo odiare e spargere veleni. Rieletto ora sindaco di Palermo per la quarta volta, dopo un lungo purgatorio, Orlando si è riallacciato al quindicennio, 1985-2000, in cui dominò la scena cittadina. Prosperò nelle brighe.

Si autopromosse denigrando i rivali. Se non gradiva il risultato di un'elezione accusava l'avversario di brogli elettorali o di avere rastrellato voti mafiosi. Usò il metodo anche con il socialista Claudio Martelli che nel 1987, per capriccio, si fece eleggere alla Camera a Palermo. Martelli se lo legò al dito e quando Orlando, nel '93, fu rieletto sindaco gli dimostrò che era stato votatissimo nei quartieri più coppoluti: Kalsa, Zen, Ciaculli. Leoluca fece spallucce, perché quello che vale per gli altri non vale per sé, e continuò metodicamente a «mascariare» il prossimo.

Tuttora, che ha 65 anni (in agosto), non ha perso il vizio. A marzo invalidò, nella sostanza, le primarie palermitane della sinistra, gridando come un ossesso, «brogli, brogli» senza averne le prove. Con questa scusa, si è autocandidato sindaco contro il vincitore della lizza e suo ex pupillo, Fabrizio Ferrandelli e ha vinto con il 72,4 per cento dei voti contro il 27,5 di Ferrandelli. Senz'altro un trionfo sull'avversario, ma un fiasco in termini assoluti. Essendo stata l'affluenza inferiore al 40 per cento, ne deriva infatti che solo il 28 per cento degli aventi diritto ha votato Orlando e che il restante 72 si è ben guardato dal farlo.

Questo ripudio di una parte cospicua della città è la sola attenuante che i concittadini di Giovanni Falcone possono invocare per avere scelto come sindaco il suo nemico più subdolo. L'elezione di Orlando è infatti uno schiaffo alla memoria del giudice ucciso.
Per non dimenticare. La sera del 17 maggio 1990, il faccione di Leoluca, anche allora sindaco, fece capolino nella trasmissione Samarcanda di Michele Santoro. L'ospite mise il solito broncio da intrigante e sparò: «Il giudice Falcone nasconde le carte nel cassetto». L'accusa si riferiva a un episodio dell'anno prima: i presunti favori di Falcone ad Andreotti e ai suoi uomini in Sicilia, Salvo Lima, in primis.

All'osso, il sindaco col ciuffo sosteneva che il Divo Giulio fosse «punciutu», cioé avesse stretto con i mafiosi il patto di sangue- dito bucato contro dito- e che affiliati fossero i suoi amici politici. La colpa di Falcone invece - sempre ai suoi occhi - era di non essersi lasciato infinocchiare da un mafioso, certo Giuseppe Pellegriti, pseudo pentito che godeva però della piena fiducia di Leoluca. Costui aveva «rivelato» che fu Lima a ordinare l'omicidio di Piersanti Mattarella, avvenuto nell'80.

Falcone capì al volo la panzana e incriminò Pellegriti per calunnia. Ciò scatenò la rabbia del sindaco e dei suoi professionisti antimafia che volevano invece incastrare gli andreottiani e avevano passato il tempo a catechizzare Pellegriti (come rivelerà Falcone al Csm). Questo l'antefatto della «denuncia» di Orlando allo show di Santoro, in cui l'interessato fu aggredito in sua assenza e contro il principio di lealtà.

L'accusa mise Falcone nelle peste. Il giudice che da anni era l'icona della lotta alle cosche viveva un momento delicato. Preso di mira per il suo rigore dai fanatici che confluiranno nella Rete (il partito orlandiano), finì nel tritacarne della «primavera» di Palermo, l'orrida stagione dominata dal duo Orlando- Padre Pintacuda al motto imbecille: «Il sospetto è l'anticamera della verità».

Al punto che perfino l'attentato alla villetta all'Addaura, di cui Falcone fu vittima, si ritorse contro di lui. Sventato con la scoperta in extremis della carica di tritolo, il giudice ne trasse due indizi: che la mafia lo voleva morto e che tentava di ucciderlo adesso perché lo considerava più vulnerabile. Gli orlandiani sparsero la voce che era stata una messinscena di Falcone. La figura di Falcone, più che specchiata fino allora, perdeva smalto. Il Csm volle vederci chiaro e convocò il giudice a Roma.

La seduta si tenne il 15 ottobre 1991. In mezza giornata, di fronte a un sinedrio attento, Falcone smontò la trappola, fece alcune rivelazioni e inchiodò Orlando con alcuni giudizi che lo dipingono per l'eternità.«Orlando-disse-sarà costretto a spararle ogni giorno più grosse. Lui e i suoi sono disposti anche a passare sui cadaveri dei loro genitori. Questo è cinismo politico. Mi fa paura». Spiegò che, contrariamente alle accuse del sindaco, «nei cassetti non c'erano prove, perché ormai erano stati tutti svuotati» e gli eventuali accantonamenti erano solo «indagini fatte male».

Se poi il sindaco si è incattivito, è perché non ha digerito l'arresto di Vito Ciancimino, il mafioso. Ma come proprio Orlando, che dell'antimafia ha fatto una religione, prende cappello se sbattono don Vito in gattabuia? Eh sì, rivela Falcone- e questa è davvero bella- «perché nonostante un sindaco come Orlando (ironia?, ndr ) la situazione degli appalti a Palermo continuava a essere la stessa e Ciancimino continuava a imperare sottobanco...». Ecco, dunque, messi a nudo gli altarini: Leoluca ce l'aveva col giudice perché gli aveva arrestato il Cianci. Oltre, naturalmente, avergli mandato a monte il piano contro Andreotti.

Verso la fine dell'udienza,il giudice fa un affresco della Palermo del duo Orlando-Pintacuda. «Non si può andare avanti in questa maniera... è un linciaggio morale continuo... Facendo come fanno loro le conseguenze saranno incalcolabili. Ma veramente incalcolabili». Le ultime parole dell'arringa sono da incidere nel bronzo: «La cultura del sospetto non è l'anticamera della verità; la cultura del sospetto è l'anticamera del khomeinismo». Poi, prima di lasciar il Csm, il giudice aggiunse stancamente, senza sapere - o forse sì? - quanto fosse profetico: «Mi stanno delegittimando. Cosa Nostra fa così: prima insozza la vittima, poi la fa fuori».

Falcone morì sette mesi dopo, il 23 maggio 1992, dilaniato con moglie e scorta dall'ordigno di Capaci. Orlando andò al funerale, ciuffo in doglie e aria del cane bastonato. Sul sagrato della chiesa, Maria Falcone, sorella dell'ucciso, lo affrontò: «Hai infangato il nome, la dignità, l'onorabilità di un giudice integerrimo».

E gli girò le spalle. Leoluca piagnucolò: «È una cosa che mi fa molto male». Di Orlando ci sarebbe molto altro da dire. Ma ho preferito utilizzare lo spazio per riassumere la vera storia tra lui e Falcone. Chi oggi li accomuna, come se fossero stati sulla stessa barricata, mente. I morti non parlano ed è sul silenzio di Falcone che retori e scribacchini hanno creato il gemellaggio fasullo del giudice e del sindaco, mettendoli sullo stesso altare. Chi è dalla parte di Falcone non può stare con Orlando. Ecco perché la scelta elettorale di Palermo è un brutto indizio.

 

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