GRANDE RIFORME? GNAM GNAM, RIAPRE IL RISTORANTE DEL SENATO!

Andrea Koveos per lanotiziagiornale.it

Le riforme necessarie al Paese? Ci vuole tempo con ampi margini di riflessione. Ma una cosa si può fare subito, senza indugio: riaprire il ristorante del Senato, chiuso il 31 gennaio scorso. E poi si mangia bene e costa poco. Praticamente nulla. La notizia arriva direttamente da ambienti di Palazzo Madama che confermano la riattivazione per metà giugno del servizio "mensa lusso" per i senatori. Un'urgenza inemendabile, assolutamente ricevibile, bipartisan, tripartisan. Attenzione, i senatori fino ad oggi non sono rimasti a digiuno.

Il Senato mette a disposizione il bar ristorante dei dipendenti. Ma quello non è posto adatto agli onorevoli che, salvo i recenti casi dei grillini, glissano l'invito. Eppure non è la prima volta che la taverna senatoria assurge agli onori della cronaca e non per essere menzionata dal Gambero Rosso, nonostante gli chef siano di altissimo livello. La vicenda, comunque, risale al 2011 quando l'allora presidente, Renato Schifani, decise di aumentare i prezzi delle portate per gli onorevoli.

Una manovra di facciata che, lungi dell'equilibrare i costi del Palazzo con quelli standard, tentava di mettere un freno ai cosiddetti privilegi della casta in fatto di abbuffate a gratis. Del resto per un primo piatto di penne all'arrabbiata si arrivava a strappare meno di due euro. Un risotto con rombo e fiori di zucca a 3,34 euro. Più caro il filetto di manzo a cinque euro. Formaggi a scelta a 1,74, frutta a 80 centesimi, dolci al carrello 1.79. Il servizio poi era e sarà impeccabile con camerieri in livrea.

Benché il ritocco delle cifre del menù fosse del tutto ragionevole, per non dire irrisorio, metà almeno dei senatori disertarono il ristorante per protesta. Un'astensione che, come è noto, al Senato equivale al voto contrario che provocò una perdita immediata per la Gemeaz società titolare del contratto d'appalto. Risultato, una ventina di lavoratori in cassa integrazione (che non arrivavano nemmeno a mille euro al mese) e un esborso di soldi pubblici per tentare di tamponare l'improvvisa penuria di avventori.

La riforma enogastronomica di Schifani andava oltre, interessando anche la buvette di palazzo Madama, che eliminava la somministrazione di pasti caldi e freddi, eccettuata la frutta. Solo caffè, cappuccini e cornetti, più le bevande. Intanto anche in altri ambiti non cessano i privilegi.

Il ristorante del Senato, in verità, rappresenta una goccia nel mare delle infinite strutture e sottostrutture di Palazzo Madama. Alle dipendenze del segretario generale, Elisabetta Serafin, ci sono 7 direzioni, 3 macroaree, 23 segreterie e una sessantina di uffici, compresa la struttura dei presidi sanitari, l'amministrazione dei senatori e i servizi ai senatori.

Un costo superiore a quello degli onorevoli. Per il personale dipendente, invece, se ne sono andati 260 milioni di euro, mentre per i senatori si sono bruciati 196 milioni; 96 milioni per le indennità, diarie e altri compensi, 61 milioni per i vitalizi e 38 milioni per le spese dei gruppi. Una valanga di soldi sottratta alla gestione ordinaria della spesa pubblica e convogliata verso altri lidi, più ameni. Sprechi assurdi che potrebbero essere facilmente eliminati se davvero ci fosse la volontà di farlo.

È di ieri la notizia dell'insediamento alla Camera del Comitato per gli affari del personale orientato appunto sull'esigenza di contenere i costi dei lavoratori, anche nell'ottica di riequilibrare le retribuzioni tra i due rami del Parlamento. Di un comitato che contenga i privilegi, però, nessun segno. Nel frattempo, però, a nutrire il fisico eletto non si può rinunciare meglio se all'interno della struttura in cui si legifera. Meglio se a prezzi modici ma con qualità eccellente. Cameriere, un'altra di Sangiovese!

 

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