donald e melania trump

IL CICLONE (DEI) TRUMP - HILLARY, CHE FINORA HA TIFATO IL TYCOON, ORA HA BUONE RAGIONI PER TEMERLO: TRUMP HA LA DEMAGOGIA CHE MANCA A LEI - LA PRIMA INTERVISTA IN TV DI MELANIA: VI PROMETTO UN AMERICAN DREAM A 24 CARATI

 

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Mattia Ferraresi per “Il Foglio”

 

Barack Obama continua a credere che Donald Trump non sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti, perché ha "fiducia nel popolo americano", il quale sa che guidare il mondo libero è "un lavoro serio", non basta prendere un po' di insulti e trasformarli in una strategia di marketing.

 

La convinzione di Obama è anche quella di Hillary Clinton e dell' establishment democratico, che fin qui ha considerato Trump l' alleato ideale: devastante nelle primarie di un partito che già annaspa per motivi suoi, innocuo alle elezioni generali, dove il bacino elettorale si allarga, gli animi si moderano ed entra in scena il leggendario valore dell' eleggibilità, di cui Hillary dispone in abbondanza.

 

Per mesi i circoli democratici hanno suggerito a bassa voce ai loro affiliati di contribuire ad alzare il profilo di Trump, di votarlo nei sondaggi online, di rispondere con entusiasmo alle email della sua campagna elettorale, per contribuire a rendere credibile l' incredibile.

 

Ora che Matt Drudge chiama the Donald soltanto "the nominee" e l' architetto di mille campagne repubblicane, Karl Rove, dice che il tempo è quasi scaduto per fermare il fenomeno populista, anche a sinistra spingono le sguardo un po' più avanti, verso novembre, e lo scenario non è roseo come lo avevano immaginato mesi fa.
 

Visto con gli occhi di oggi, Trump non appare privo di punti di forza per le elezioni generali. Hillary lo sa, e ha già consiglieri che lavorano sulla simulazione dello scenario ideale, che poi tanto ideale non è. I sondaggi sulle elezioni nazionali, per quello che valgono a questo punto, la danno in vantaggio rispetto al competitor populista di meno di tre punti. Quali sono i punti di forza di Trump a novembre, in un' eventuale scontro con Hillary?

 

Innanzitutto, Trump non dovrà fare alcuna manovra di riposizionamento. Di solito per vincere alle primarie bisogna spostarsi verso le estremità ideologiche del partito, agitare le passioni degli intransigenti, esagerare un po', e poi con cautela tornare al centro, mostrandosi positivi e presidenziali dopo la stagione delle manganellate agli avversari impuri.
 

Trump fin qui ha soltanto fatto la parte di se stesso. Non ha inseguito nessuna ortodossia di partito né si è spacciato per l' ideologo che non è. Ha creato un brand e a quello rimane fedele. Hillary invece ha dovuto inseguire il furore socialisteggiante di Bernie Sanders, tanto da modificare in corsa alcune posizioni.

 

La "public option" nel sistema sanitario - l' idea che lo stato diventi uno dei provider di copertura sanitaria in competizione con i privati - è entrata nel programma elettorale dopo che la candidata ha sempre detto di preferire il sistema in stile Obamacare. La "public option" funziona in una lotta intrademocratica sbilanciata a sinistra, si presta meno a recuperare l' elettorato moderato.
 

Trump, poi, è dinamico, entusiasta. E' portatore di messaggi grevi ma vitali, carichi di promesse (promessa suprema: "Make America Great Again") che hanno esaltato un elettorato che si credeva apatico, quello della middle class bianca. L' entusiasmo popolare non è il pezzo forte della campagna di Hillary. Non mobilita le donne né i giovani, che sono l' ossatura della militanza democratica, fatica tremendamente con gli ispanici. Gli under trenta del Nevada hanno votato all' 82 per cento per Sanders.
 

Otto anni dopo aver perso contro la valanga popolare di Obama, non è diventata il "black cool guy", come dice la sua imitatrice al Saturday Night Live, Kate McKinnon. David Axelrod, già mente delle campagne di Obama, ha una teoria: dopo una presidenza di otto anni l' America tende a scegliere un presidente il più possibile in contrasto con quello uscente, al quale vengono attribuite le colpe di qualunque male nel mondo.

 

Hillary è la figura in continuità, non in contrasto con Obama. Se la teoria di Axelrod è valida, e l' America chiede il "change" - giusto o sbagliato, purché si cambi - Hillary risponde con ricette per il consolidamento dello status quo. Se poi Micheal Bloomberg, definitivamente scocciato dallo spettacolo della politica, decidesse di entrare in corsa, porterebbe via più voti ai democratici, lui che è un liberal sulle questioni sociali e supera a sinistra Hillary su ambiente e armi da fuoco.
 

Trump ha posizioni vaghe, tendenzialmente irrealizzabili, ma estremamente popolari. La guerra commerciale contro la Cina fa presa, il protezionismo a stelle e strisce ha una sua forza comunicativa, le retorica anti immigrazione è legata a doppio filo al tema del lavoro, bruciante per una classe media che ha migliorato la sua condizione più nei dati del Census Bureau che nella realtà. Il taglio delle tasse da 9.500 miliardi di dollari è un animale mitologico: non esiste ma è bellissimo crederci (George W. Bush, che non è stato affatto timido nei tagli, si era fermato a 1.300 miliardi).

 

L' isolazionismo militarizzato è un' antica postura conservatrice e libertaria che sta benissimo anche a sinistra. Insomma, le sue parole d' ordine funzionano, il ritornello ideologico non è raffinato, ma è orecchiabile.

 

Come ha sottolineato il giornalista conservatore Matthew Continetti, il "caos globale aiuta Trump", specialmente dopo otto anni in cui l' approccio del presidente cool con la laurea ad Harvard e uno stuolo di menti argute che stanno dalla parte giusta della storia ha aumentato la confusione: "Perché non tentare la fortuna con il miliardario muscolare?". Già, perché no?
 

Questo è il ragionamento di un pezzo dell' elettorato americano, ed è il "perché no?
"che fa più paura a Hillary, lei che è tutta protesa a spiegare perché è più qualificata a guidare l' America. Paul Begala, vecchio consigliere clintoniano dell' entourage buono, incaricato di preparare la campagna agli scenari peggiori, ha già coniato lo slogan: "Be Afraid. Be Very Afraid".

 

2. IL DORATO SOGNO AMERICANO DI MELANIA

Ma.Fer.per “il Foglio”

 

Qualunque cosa Melania Trump abbia detto nella prima intervista televisiva dall' inizio della campagna elettorale è stata superata dal luogo in cui l' ha detto. I concetti, pur riferiti in modo chiaro e in un inglese slavizzante che ha una sua musicalità, si sono affievoliti di fronte al trionfo luccicante dell' atrio della Trump Tower prescelto,

 

le parole fra lei e Mika Brzezinski sono state inghiottite dalle sedie in stile Luigi XIV ritoccate dall' arredatore di Kanye West, dai lampadari di cristallo, dai marmi, dalle colonne, dall' abbacinante sfarzo accuratamente scelto e messo in posa. Un oligarca russo avrebbe suggerito un po' di sobrietà.

 

Quale immagine potrà mai trasmettere l' ex modella slovena immersa in questo lussuoso luccicare alla classe media irrequieta che Trump pasce? Io ho vinto, potete vincere anche voi.

 

Altro che tasse ai ricchi e condivisione delle sofferenze, altro che banchieri da soffocare con il caviale e cinghie da stringere ancora di un buco. Il particolare brand populista di Trump non prevede che il grande magnate favolosamente ricco si abbassi al livello del popolo, si finga povero per esercitarsi con l' empatia, ma espone il suo sibaritico stile di vita a chi lo brama. Io non scendo, venite su voi. Quella dell' aspirante first lady non è un' intervista, è una pacchiana promessa di prosperità, è il sogno americano a 24 carati.
 

Poi, certo, c' è la difesa d' ufficio del marito, l' elogio di un rapporto adulto in cui ciascuno ha la sua autonomia, i suoi diritti, i suoi spazi, tanto che il Donald ne esce quasi come un' icona femminista, c' è lo sguardo magnetico di una quarantacinquenne che fra le cornucopie che traboccano dobloni e i putti che versano Veuve Cliquot dice "sono una full time mom"; ma quel che prevale è la promessa implicita nella scenografia.

 

Il gran populista democratico Huey Long aveva un motto: ogni uomo un re. Non voleva tutti gli uomini impiegati in appartamenti standard arredati Ikea, ma coperti d' oro come sovrani 

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