L’AMARA VERITÀ DELLE “FEMEN”, COMANDATE DA UN MACHO: “GLI UOMINI FANNO DI TUTTO PER IL SESSO: IO HO CREATO IL GRUPPO PER AVERE DELLE DONNE…”

Valeria Fraschetti per "La Repubblica"

Si sono spogliate per Putin, urlandogli «l'Ucraina non è Alina», alludendo alla presunta amante del capo del Cremlino. Hanno scoperto i loro seni a Milano contro "l'utilizzatore finale" Berlusconi. Hanno sfidato in topless persino il gelo svizzero di Davos, dove il presidente ucraino Yanukovich aveva invitato gli investitori a vistare il suo Paese in primavera «per ammirare le sue donne svestirsi». Ma le Femen non sono mai apparse così nude come in Ukraine is not a brothel,

"L'Ucraina non è un bordello", documentario fuori concorso al Festival di Venezia che rivela come le disinibite attiviste dell'Est non sono in realtà quelle guerriere del femminismo che dicono di essere, ma piuttosto delle vittime di quello stesso maschilismo che giurano di combattere.

La scomoda verità delle Femen è un fiume carsico che emerge lentamente nel film di Kitty Green, proprio come lei, 28 anni, australiana di madre ucraina, pian piano si è guadagnata la fiducia delle attiviste condividendo con cinque di loro, per un anno, un appartamento in uno dei fatiscenti palazzoni sovietici che ingrigiscono Kiev. Un anno in cui la giovane regista segue le ragazze fra proteste, denunce e arresti, finendo lei stessa più volte in manette, anche a Roma.

Le ascolta riflettere sulla loro battaglia per l'emancipazione femminile dal giogo di una società maschilista: a partire dall'Ucraina. Che, appunto, «non è un bordello » come recita uno slogan delle Femen, benché qui le giovani sembrino vedere poche alternative nel loro futuro oltre a quello di prostitute o spose di mariti prevaricatori. «Il 99% delle ucraine neanche sa cosa sia il femminismo», dice la bellissima e biondissima Sasha.

Per questo, nel Paese che non ascolta le sue donne, le Femen scelgono di mostrare il corpo per far sentire la propria voce. La nudità come strumento pacifico e mediatico: di attiviste, tra l'altro, selezionate con criteri estetici. Una strategia di marketing tanto riuscita da far piovere sul movimento donazioni da fan di mezzo mondo. Da uomini soprattutto, «perché sono loro a possedere il denaro su questo pianeta».

Ma a questa mancanza di indipendenza non sfugge neanche lo stesso movimento. Man mano che la telecamera della Green diventa una presenza abituale per le Femen, questa rivela l'ombra ingombrante di un uomo nelle loro vite. All'inizio, Viktor è solo una voce che impartisce ordini via Skype.

Come alla vigilia della protesta contro la Uefa, «complice» nel promuovere il turismo sessuale in Ucraina durante l'ultimo campionato europeo di calcio: «Dite ad Alexandra che non avrà i suoi 200 dollari se non farà bene la performance». Finché è lui stesso, Viktor Svyatskiy, l'ideologo delle Femen, il padre (non la madre!) del femminismo pop dell'Est ad ammettere di fronte alla telecamera: «Gli uomini fanno di tutto per il sesso: io ho creato il gruppo per avere delle donne».

E s'inalbera: «Spero che grazie al mio comportamento patriarcale loro rifiutino quel sistema che rappresento». Invece di quel sistema loro, le sedicenti femministe, sono vittime come tutte le altre. Di fronte alle disposizioni di Viktor sbuffano, ma si mettono in riga, come colpite da una specie di sindrome di Stoccolma. E svelano, quasi senza rendersi conto della contraddizione: «Senza un uomo dietro non saremmo mai venute fuori».

Paradossi di un femminismo nato da un copyright sbagliato, stramberia di un movimento incapace di liberarsi della cultura machista in cui è cresciuto. Ma non per questo destinato al suicidio, almeno non a Parigi. È lì che, dopo le pressioni subite dalle forze di sicurezza, fugge Inna Shevchenko, la cattiva ragazza che proverà ad emanciparsi davvero. Ed è proprio lì che giorni fa sono atterrate altre tre Femen dopo l'ennesima accusa, probabilmente artefatta, della polizia contro le scomode attiviste: possesso di armi illegali.

 

Inna Shevchenko leader femen LE PROTESTE DI FEMEN DAVANTI ALLA CASA DI BARBIE A BERLINO tunisinabis femen amina topless Victor Svyatskiy femen femen femen femen

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