1. L’AUTUNNO CALDO SCIOGLIERÀ IL GELATO DI RENZI? PER SCOPRIRLO BASTA VEDERE COME IL PREMIER GIOCHERÀ LA PARTITA CHE CONTA DAVVERO: LA RIFORMA DEL LAVORO 2. I CAPITALI STRANIERI E I GRANDI FONDI SPECULATIVI VORREBBERO UNA LEGGE SUL LAVORO E UNA SPENDING REVIEW FATTA “ALLA SPAGNOLA” (ESEMPIO, VIA LA 13ESIMA AGLI STATALI) 3. SE RENZI NON FA LA RIFORMA DEL LAVORO ‘’ALLA SPAGNOLA’’ SI SCATENEREBBE LA SPECULAZIONE SUL NOSTRO PAESE E IL PREMIER SAREBBE TENTATO DI ANDARE A NUOVE ELEZIONI A TAMBUR BATTENTE. GLI ULTIMI SONDAGGI LO DANNO ANCORA MOLTO FORTE AL 36,5% 4. PECCATO CHE SULLA STRADA DELLE ELEZIONI ANTICIPATE, OLTRE ALL’OSTACOLO DI NAPOLITANO, RENZI SI TROVEREBBE DI FRONTE A UN BERLUSCONI CHE ATTENDE UN PRONUNCIAMENTO DI STRASBURGO PER RECUPERARE I PROPRI DIRITTI POLITICI PER CANDIDARSI 5. DOPO LA VISITA IN GINOCCHIO IN UMBRIA DA DRAGHI, RENZI ZERBINATO CON COTTARELLI 6. “LA REPUBBLICA” MENO RENZIANA: TUTTA COLPA DEL “PATTO” MARCHIONNE-RENZI-“STAMPA”

DAGOREPORT

 

matteo renzi gelato mattarellomatteo renzi gelato mattarello

L’autunno caldo scioglierà il gelato di Renzie? Per scoprirlo bisognerà aspettare di vedere come il premier giocherà le proprie carte sulla vera partita che conta, ossia la riforma del lavoro. E’ su questa riforma che si concentrerà il giudizio dei capitali stranieri e dei grandi fondi speculativi, ovvero di chi con pochi colpi di mouse può decidere l’impennata dello spread italiano sui titoli tedeschi e non solo.

 

Se Renzie vuole farsi del male ha due strade davanti a sé. La prima è quella, in parte già annunciata, di avviare la discussione sul Jobs Act di Giuliano Poletti e di portare poi a casa per fine anno una serie di leggi delega. La seconda è di preparare una riforma nuova di zecca, discuterla in qualche misura con i sindacati, arrivare a un compromesso finale e poi procedere con i soliti disegni di legge buoni per le conferenza stampa con slide. In entrambi i casi i fondi esteri azzannerebbero l’Italia.

RENZI LECCARENZI LECCA

 

La strada maestra per evitare “scherzi” è invece quella di presentare entro il mese di ottobre una riforma completa e di affidarla a un decreto legge. E la riforma che ci chiedono gli investitori esteri è una sola: quella spagnola. In Spagna la disoccupazione non si è ridotta, in compenso è aumentata di molto la flessibilità del mercato del lavoro ed è calato il costo del lavoro.

 

A voler riassumere per sommi capi la riforma spagnola della primavera 2012, si può cominciare con il ricordare che ha dato maggior peso ai contratti aziendali, con la possibilità di derogare ai contratti collettivi anche per quanto riguarda i salari e gli orari di lavoro.

 

MARIANO RAJOY E ANGELA MERKELMARIANO RAJOY E ANGELA MERKEL

Sul fronte dei licenziamenti, poi, è stata introdotta la possibilità di lasciare a casa i lavoratori dopo tre trimestri consecutivi di calo dei ricavi, sono state eliminate una serie di autorizzazioni amministrative e sono stati ridimensionati i casi in cui un licenziamento può essere impugnato in tribunale.

 

Sono inoltre stati concessi incentivi e rimborsi fiscali alle piccole imprese che fanno assunzioni a tempo pieno e indeterminato e che nei sei mesi precedenti non abbiano ricorso a licenziamenti. Infine sono stati bloccati a due anni al massimo i contratti a tempo determinato.

 

ocse ocse

L’Ocse ha dato un giudizio molto favorevole alla riforma del governo di Rajoy e lo stesso hanno fatto i mercati. Non stupisce quindi che a noi venga chiesto di fare lo stesso. Il pallino è nelle mani di Renzi. Deve solo trovare il coraggio di procedere con mano ferma e rapida.

 

Gli stessi fondi speculativi hanno fatto arrivare a Renzie il messaggio secondo il quale vorrebbero anche una Spending review fatta “alla spagnola”. Per dirne una, Rajoy non ha esitato a congelare le tredicesime ai dipendenti pubblici. E proprio a proposito di Spending review va raccontato che a fine luglio Pittibimbo ha convocato Lurch Cottarelli, al quale non aveva risparmiato critiche pubbliche, per chiedergli in qualche modo scusa.

 

Cottarelli a ottobre tornerà al Fondo Monetario e il suo giudizio sui nostri conti sarà importante. Inutile averlo come nemico. Dall’incontro, Renzie e Cottarelli sono usciti con l’impegno a coordinare meglio ogni dichiarazione pubblica sui tagli di spesa.

 

COTTARELLI COTTARELLI

Il comportamento conciliante tenuto con Cottarelli dimostra che Renzie, spesso accusato di fare lo spaccone, sa quand’è il momento di rientrare nei ranghi. L’esempio più fulgido di questo doppio registro resta la visita privata a Mario Draghi nella sua casa di campagna in Umbria.

 

Ma che cosa succederebbe se Renzie non facesse la riforma del lavoro nei tempi e nei modi che gli vengono suggeriti dalla finanza internazionale? Si aprirebbe uno scenario impazzito in cui si scatenerebbe la speculazione sul nostro Paese e il premier potrebbe essere tentato di andare a nuove elezioni a tambur battente. Anche perché gli ultimi sondaggi della Ghisleri, in mano anche al Cavaliere, lo danno ancora molto forte al 36,5%.

mario draghimario draghi

 

Peccato che sulla strada delle elezioni anticipate, oltre all’ostacolo di Giorgio Napolitano, Renzi si troverebbe di fronte a un Berlusconi che invece vuole aspettare un pronunciamento di Strasburgo per recuperare la propria candidabilità. Insomma, Renzie si troverebbe in un vicolo cieco.

 

Neppure aiuterebbe a uscire dall’impasse il sogno di giocare la carta Mario Draghi per Palazzo Chigi. Il banchiere italiano fu consigliato a frau Merkel da Josef Ackermann, ex boss di Deutsche Bank, e Angelona vuole che rimanga nell’Eurotower sino alla fine del suo mandato. Che è un mandato tedesco e del Nord travestito da italiano del Sud Europa.

 

SERGIO MARCHIONNE SERGIO MARCHIONNE

In attesa di vedere se il gelataio di Palazzo Chigi sopravviverà al suo autunno caldo, restano poche curiosità da quello che un tempo era il mondo dei poteri forti all’italiana. Adesso che possono essere rastrellati con quattro soldi alla Borsa di Milano, i poteri marci si gingillano con i giornali e ogni tanto tirano qualche calcetto a Renzi, reo di non considerarli.

 

Non così la “Stampa” di Torino, dove ci si attiene rigorosamente a una linea di pieno sostegno a Renzi, voluta personalmente da Sergio Marchionne. Carletto De Benedetti è venuto a sapere del “patto” Marchionne-Renzi e se l’è presa a male. Il risultato è che la sua “Repubblica” è molto meno renziana di un tempo. Ma davvero, sono inezie che poco spostano.

 

 

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