NON DITE AI GIORNALONI APPESI AL SOBRIO LODEN DI MONTY CHE A LUI PIACCIONO LE BARZELLETTE DEL BANANA (“PERSONA DI PROROMPENTE CORDIALITÀ”) - E SOPRATTUTTO NON DITE AI DEMOCRISTIANI CHE OGGI INCASSANO MINISTERI E LUSTRO CHE SECONDO MONTY PYTHON DOBBIAMO ALLA DC (E A CRAXI) LA TRAPPOLA DEL DEBITO PUBBLICO CHE CI STA UCCIDENDO: “I DECENNI SCORSI SONO STATI UN IMBROGLIO SISTEMATICO VERSO I NOSTRI FIGLI”…

Stefania Rossini per "l'Espresso" del 30 giugno 2005

Proporre un'intervista sentimentale a Mario Monti è un atto di presunzione che si paga quasi subito. L'uomo è cortese, disponibile, pronto a concedere più del solito notizie su di sé e giudizi sul mondo. Ma a condizione di guidare lui, se non gli argomenti, almeno lo stile della conversazione. E di essere seguito in quella dimensione più alta dove l'Italia si guarda con occhi europei, la politica quotidiana con il distacco del grande esperto internazionale, mentre il linguaggio vigila sulle sfumature e l'understatement è d'obbligo.

Il Monti privato somiglia inoltre così tanto al Monti pubblico che è difficile separare il funzionario rigoroso dal marito devoto, l'economista dal padre di famiglia, il presidente della Bocconi dal tifoso del Milan. Ci proveremo con alterne fortune, scoprendo qua e là frammenti di passioni, piccole superstizioni e qualche peccato d'orgoglio.
L'ex commissario europeo alla concorrenza che si conquistò il nomignolo di Supermario multando Bill Gates per mezzo miliardo di euro e facendo saltare più volte i nervi a qualche capo di Stato, ci riceve nel grande studio dell'Università milanese che lo ha visto studente, professore, rettore e infine presidente, in un percorso di fedeltà che la dice lunga su di lui. [...]

Incarichi a parte, com'è il suo rapporto personale con Berlusconi?
«Di simpatia. Non abbiamo mai avuto difficoltà di dialogo nelle non numerose occasioni in cui ci siamo incontrati. È una persona di prorompente cordialità».

Non è facile immaginarla mentre, a tavola, ride alle barzellette del premier.
«Ma si sbaglia. Anche se sono incapace di ricordarle e di raccontarle, le barzellette mi piacciono. E Berlusconi ha una vera arte in questo genere. Se poi la mette in mostra con altri capi di governo, non so. Non è il mio girone».

Monti, lei ha fama di impassibilità, ma non risparmia sottotesti. L'ha imparato alla scuola dei gesuiti?
«Al Leone XIII di Milano, dove ho studiato per dieci anni, ho appreso semmai altre capacità. Se ne accorse una volta anche il cancelliere Schröder che alla fine di un'estenuante trattativa in cui io non potevo concedere ciò che voleva, mi chiese: "Lei ha studiato dai gesuiti? Sì? Ah, ecco perché argomenta, argomenta, argomenta e non concede mai niente"».

Qui invece dovrà concederci un po' di vita privata.
«Proviamo, ma non prometto niente».

Lei è sposato da quasi quarant'anni con la stessa donna. È stato anche il suo primo amore?
«Sì, e non intendo parlarne».

Perché no? In fondo lei è persona dalle molte monogamie.
«Questa è una definizione che mi piace. È vero: la Bocconi, l'Europa, il Corriere della Sera, sento il valore della continuità. Neanche Gianni Agnelli riuscì a convincermi a scrivere per La Stampa. Gli dissi: "Vedrà che verrà prima lei al Corriere". E poco dopo infatti lo comprò».

Che figlio è stato, professore?
«Del tutto normale, cresciuto nel rispetto verso un padre direttore di banca con una schizzinosa distanza dalla politica e una madre che aveva la dote dell'allegria. Non ho ripreso da lei, purtroppo».

Non sembra triste.
«Ma non sono neanche allegro. Non ho il dono della convivialità splendente. Può immaginare quanti dinner speech ho dovuto fare in tutti questi anni e in tutti i Paesi del mondo. Ogni volta è stata una piccola fatica».

Ha intenzione di raccontare sessant'anni di sobrietà? Rintracci almeno un attimo di irrequietezza. Anche lei sarà stato adolescente.
«Un po' tardivo, per la verità. Non ero precoce da nessun punto di vista. Studiavo, ero appassionato di ciclismo e passavo molte notti ad ascoltare la radio ad onde corte. L'ho fatto per anni».

Le serviva per evadere?
«No. È stato utile un po' per conoscere le lingue e molto per capire il mondo. Ascoltavo trasmissioni dall'Australia, dai Paesi dell'Est e dall'Africa. Nel 1958 ho capito da parole in codice che era scoppiata la ribellione in Algeria. Nel 1960 ho sentito in diretta il discorso di insediamento di John Kennedy».

È nata lì la sua vocazione sovranazionale?
«In parte. Quando ho avuto 16 e 17 anni mio padre mi ha anche portato qualche settimana in Urss e poi negli Usa. Voleva che mia sorella ed io ci facessimo un'idea personale delle due potenze».

Funzionò?
«Sì, anche se mi procurò un piccolo infortunio con i gesuiti del mio liceo. Avevo apprezzato il sistema scolastico russo e lo avevo onestamente raccontato in un articolo per il giornalino "Giovinezza nostra". Poco dopo mi arrivò una lettera del padre rettore: mi spiegava che aveva cestinato lo scritto perché avevo avuto un approccio ingenuo verso un sistema pericoloso sul piano etico. Lui aveva ragione, ma avevo ragione anch'io e strappai la lettera in un impeto di rabbia».

Ha visto che abbiamo scovato un piccolo gesto di ribellione. Continuiamo?
«Non credo che troverà altro».

Il suo primo incarico universitario è stato alla facoltà di Sociologia di Trento. Era il 1969 e molti suoi coetanei erano nel movimento. Lei partecipò?
«Ero un docente e mi comportavo come tale. Capo del movimento era Marco Boato e ricordo che il primo giorno lui e altri leader studenteschi, che davano del tu ai docenti, dissero quasi incidentalmente: "Ah, naturalmente faremo l'esame politico a ognuno di voi". Quella notte non ho mica dormito».

Come andò l'esame?
«Non lo feci. E in fondo anche Trento è stata un'esperienza interessante. L'anno dopo mi spostai a Torino, e in seguito alla mia amata Bocconi, che è stata la cosa più importante della mia vita professionale».

Professor Monti, lei crede in Dio?
«Sì, ma lo considero un fatto importante per me, non un elemento di identità pubblica».

Con i tempi che corrono questa è una grande risposta. Come si è schierato nel dibattito intorno alle radici cristiane dell'Europa?
«Non l'ho considerata una questione decisiva. Nelle Costituzioni le parti declaratorie sono importanti, ma il fatto che l'Italia sia una Repubblica fondata sul lavoro garantisce forse la piena occupazione? Nell'Europa dei Trattati c'è già valore etico, non solo mercato. Lo ha capito anche la Conferenza episcopale polacca».

A cosa si riferisce?
«Alla visita che una delegazione presieduta dal cardinale Glemp fece a Bruxelles nel 1996. Volevano decidere quale posizione prendere per orientare il governo polacco sull'ingresso o meno nell'Unione. Pensavano che l'Europa fosse solo roba di mercato, monete e banche».

Non è così?
«È anche così, ma dietro quella moneta e quel mercato c'è la possibilità di ristabilire un rapporto eticamente corretto tra le generazioni successive. Io spiegavo il caso Italia dei decenni scorsi, Paese che si proclamava guidato da istanze etiche, cattoliche, marxiste o un misto di entrambe, ma che primeggiava nell'imbroglio sistematico verso i propri figli caricandoli di debiti prima ancora che nascessero».

A proposito di figli, lei ne ha due ormai adulti. Che padre ricorda di essere stato nella loro infanzia?
«Un padre non abbastanza presente, persino a sentir loro che, come tutti i ragazzi, potevano essere più infastiditi dall'eccesso di attenzioni che dall'assenza».

Siamo alla fine, professore, e mi viene in mente che un suo collaboratore avrebbe detto: «Sono di quelli che l'hanno visto ridere». Non mi spiego più la battuta: lei oggi ha riso parecchie volte.
«Un po' troppo in realtà, forse mi sono distratto. Ma vuole sapere una cosa veramente ridicola sul mio conto?».

Certo.
«Ho paura dei gatti neri che attraversano la strada. Specie se provengono da sinistra. Non me ne chieda la ragione, ma è così».

E quando accade che cosa fa?
«Mi fermo e aspetto che qualcuno, passando prima di me, si prenda il carico di irrazionale sfortuna di quel povero gatto».

 

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