LETTANIPOTE APPESO A UN FILO: NON È SOLO IL BANANA, ANCHE UNA PARTE DEL PD SPINGE PER IL VOTO ANTICIPATO

Goffredo De Marchis per "La Repubblica"

Adesso Enrico Letta vede all'orizzonte l'agonia delle larghe intese. E alla fine, ineluttabile, la crisi del suo esecutivo fra pochi mesi. L'ha messa nel conto, dopo il videomessaggio di Berlusconi. «Se cade un governo, se ne fa un altro. O si torna a votare », va dicendo ai suoi interlocutori da ieri sera.

«Non è quello il problema». Il problema, dicono a Palazzo Chigi, è che il Paese andrà gambe all'aria, «perché l'Europa ci controlla anche le virgole, com'è successo per l'abolizione dell'Imu, e teme lo sforamento del 3 per cento». Ma Berlusconi ha fatto capire che penserà solo a se stesso.

«Ci farà ballare sull'Iva, sulla legge di stabilità, su ogni singolo provvedimento economico». La domanda che Letta si pone è: mi posso permettere questo ballo? «No, non ce lo possiamo permettere - è la sua risposta - L'ho ripetuto mille volte: non governerò a ogni costo. Se non ci sono le condizioni, tornerò in Parlamento e chiederò un nuovo voto di fiducia». Questo momento appare oggi molto più vicino.

C'è un clima di paura nelle stanze del premier per quello che potrà succedere nei prossimi giorni. La strategia del Cavaliere è chiarissima. «Cavalcherà tutti i temi che piacciono alla gente. Meno tasse, meno burocrazia. Sposterà la conflittualità su quel terreno. E schiaccerà il governo e il Pd nell'angolo di chi difende le misure impopolari». È lo schema già adottato quando staccò la spina al governo Monti.

Funzionò consentendogli una rimonta clamorosa. Stavolta ha un'arma mediatica in più. Forza Italia all'opposizione e il Pdl dentro l'esecutivo con cinque ministri tra i quali il vicepremier. Il cortocircuito sembra inevitabile. Con le elezioni ad aprile o maggio.

L'esecutivo è stretto in una tenaglia. Da una parte la campagna elettorale permanente di Forza Italia e del suo leader, dall'altra il Partito democratico nel pieno di uno scontro congressuale. Il Pd non può svenarsi per la Grande coalizione con un alleato che lo attacca e investe come un carroarmato le istituzioni e la magistratura. «Enrico, devo reagire io con forza e devo alzare i toni contro l'eversione di Berlusconi. Prima che lo faccia qualcun altro nel Pd». È il succo di una telefonata volante tra Guglielmo Epifani e il premier dopo il video di Arcore.

Il segretario è ormai l'unico dirigente democratico a godere della fiducia di Letta. Il rapporto con Bersani e D'Alema si è logorato, in un gioco di sospetti. «C'è una parte del mio partito che tifa per il voto, pur di mantenere il controllo sugli organismi dirigenti e fermare Matteo», spiega Letta ai suoi collaboratori. E non si fida nemmeno di Renzi «che punta a un'accelerazione».

In queste condizioni diventa un'impresa governare e certo non basta il sostegno di Monti e Casini per guardare avanti. Quando il videomessaggio viene consegnato alle televisioni e ai siti, Letta e Napolitano sono insieme al Quirinale per il giuramento del neogiudice costituzionale Giuliano Amato. «Lo spazio si è ristretto, anche se è ancora percorribile», dice facendosi coraggio il premier.

Il capo dello Stato condivide: «Ma l'offensiva sull'economia rischia di essere insidiosissima». Bisogna cominciare a ragionare di un piano alternativo al cronoprogramma di 18 mesi immaginato al Colle. Anche perché i pericoli non vengono più solo dal centrodestra. Napolitano sottoscrive l'analisi di Palazzo Chigi sugli strani movimenti pro-voto che vengono da Largo del Nazareno.

Il Pd però deve pensare anche alla sua sopravvivenza, tanto più nel caso di un ritorno alle urne a maggio. «Visto cosa è capitato sull'Iva? Il Pdl ha attaccato e Fassina ha dovuto rispondere che l'aumento va evitato. Io lo capisco - spiega Dario Franceschini ai suoi fedelissimi -, non possiamo spianare un'autostrada a Berlusconi».

Il piano alternativo, per non rimanere ingabbiati nelle larghe intese volute da Napolitano e guidate da Letta, è sfidare Berlusconi a viso aperto. «Venerdì presentiamo in consiglio dei ministri il Def. Quella sarà l'operazione verità sui conti pubblici. Chi vuole rompere o alzare polveroni, si prenderà le sue responsabilità », è il rilancio del premier. Non c'è altra strada.

Non ci sono scorciatoie, soprattutto. La bacchettata del commissario europeo Rehn ha spaventato Palazzo Chigi e creato qualche frattura nel governo. Il ministro del Tesoro Fabrizio Saccomanni, a muso duro, ha lasciato intendere che non "coprirà" più provvedimenti come l'abolizione dell'Imu. «Ho già dato sulla casa. Non darò ancora sull'Iva», ha avvertito il titolare di Via XX settembre. «Il taglio delle tasse sul lavoro lo vogliamo tutti.

Allora tutti dovremo dire che non esistono margini per evitare l'aumento dell'Iva », ripetono a Palazzo Chigi. Queste sono le condizioni per scongiurare la crisi.
Ma il Pd non reggerà a lungo il doppio gioco di Berlusconi e la sua reazione eversiva alla condanna. Non accetterà le provocazioni del Cavaliere. L'esecutivo può impantanarsi nel braccio di ferro dei veti incrociati. «Vogliamo vedere come farà Berlusconi a staccare la spina», dicono nelle stanze del governo. Ora però le spinte contro le larghe intese non arriveranno più da una parte sola.

 

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