ORNAGHI, MINISTRO-DISASTRO – NON SOLO IL CASINO CHE HA SOLLEVATO METTENDO LA MELANDRINA AL MAXXI, MA HA PIAZZATO TUTTI AMICI SUOI - CHE DIRE POI DI UN MINISTRO CHE TACE (E ANZI FUGGE) DAVANTI AI TAGLI CHE STANNO DEVASTANDO IL SUO DICASTERO? - L’EDITORE ALLEMANDI FURIBONDO: “CON ORNAGHI MONTI HA DIMOSTRATO DI CONSIDERARE I BENI CULTURALI UN MINISTERO DI SERIE B”…

1 - MINISTRO A SUA INSAPUTA
Enrico Arosio e Paolo Fantauzzi per "L'Espresso"

Il diavolo si annida nei dettagli. Il 5 luglio scorso, nelle ore in cui il Consiglio dei ministri in seduta fiume varava la spending review, Lorenzo Ornaghi era a Pechino. Mentre il governo Monti, come previsto, tagliava con crudeltà il capitolo dei Beni culturali, anziché battere i pugni sul tavolo il ministro responsabile presenziava all'inaugurazione cinese della mostra sul "Rinascimento a Firenze" (suggerendo polemiche a Italia Nostra e al mondo universitario sulla spedizione oltreoceano di opere assai delicate).

Dettaglio due. Il governo si è insediato nel novembre 2011. Ma solo lo scorso settembre, dieci mesi dopo, il ministro Ornaghi si è deciso a recarsi all'Aquila, tuttora sbarrata dopo il sisma del 2009. Nonostante disti un'ora da Roma, c'è voluta l'insistenza del ministro Fabrizio Barca, impegnato per reperire i fondi europei per la ricostruzione. Ha visitato i pochi cantieri avviati prima della sua nomina, come il Teatro Comunale e il palazzetto dei Nobili, da uomo pio si è soffermato sulle chiese, e quanto ai 206 milioni destinati nel triennio 2013-15 ha ceduto la parola al collega economista.

Dettaglio tre. A maggio, a Milano, c'era da rinnovare il consiglio di amministrazione del Teatro alla Scala. Per sostituire il finanziere-pianista Francesco Micheli, inventore del festival MiTo e leone dei salotti, il ministro ha nominato un giovin signore ignoto ai più, Alessandro Tuzzi, vice direttore amministrativo dell'Università Cattolica, ma soprattutto allievo prediletto del rettore uscente: che è Ornaghi. A lui ha affiancato un'altra sorprendente consigliera, Margherita Zambon, la cui famiglia controlla un gruppo farmaceutico con sede a Vicenza.

Così, quando il ministro-che-non-c'è, il devoto professor Ornaghi dai completi grigi, ha piazzato Giovanna Melandri, figura tutta politica, alla presidenza dell'ambito Maxxi di Roma, è scoppiata una bomba in sagrestia, con fumi, feriti e infermieri. Diradato il polverone, il ministro ha voluto rimarcare che la figura di lei (che avviò il progetto Maxxi durante il governo D'Alema) è stata da lui scelta in totale autonomia. Ma si sospetta l'astuto zampino del Richelieu del dicastero, il dg per lo Spettacolo dal vivo, Salvo Nastasi, capo gabinetto bipartisan degli ultimi ministri, forse in cerca di sponda a sinistra e comunque genero di Giovanni Minoli, cugino di Melandri (non a caso nei mesi scorsi era circolato per il museo proprio il nome di Minoli).

Il Maxxi è tuttora in affanno, nonostante la buona lena con cui il commissario straordinario, Antonia Pasqua Recchia, è riuscita, pare, a portare in pareggio il prossimo bilancio 2012, a far risalire il contributo degli sponsor privati, e a chiudere l'anno con 300 mila visitatori. Perché da mesi si viaggia a mostre ridotte, acquisizioni congelate, personale tagliato. Tanto che qualcuno si augurava che il commissario restasse più a lungo o che entrasse nel consiglio di amministrazione. Oggi circa il 40 per cento del personale è pagato dal ministero.

Ornaghi è un ministro controvoglia. Preferiva l'Istruzione. Un po' come Giuliano Urbani nel governo Berlusconi: anch'egli politologo, ambiva a tutt'altro. Che l'ex rettore della Cattolica, il professore di Villasanta, presso Monza, un cosiddetto "milanese arioso", zitellone alla Testori ma noiosone nell'eloquio, avesse la testa altrove è confermato da alcune sue decisioni che hanno stupito tutti. Alla presidenza del Consiglio superiore dei beni culturali, massimo organo consultivo, dove avevano operato personalità come Federico Zeri, Salvatore Settis e Andrea Carandini, Ornaghi ha nominato un filosofo del diritto, Francesco Maria De Sanctis, e come consiglieri altri amici accademici, il rettore della Statale di Milano Enrico Decleva, una politologa emerita, Gloria Pirzio Ammassari, e l'immancabile collega della Cattolica, Albino Claudio Bosio, preside di Psicologia; l'unico che mastichi d'arte è Antonio Paolucci, che in verità già dirige i Musei Vaticani. Squadra singolare.

Ma colpisce di più che l'uomo caro alla Conferenza episcopale abbia subìto tacendo l'eliminazione dei comitati tecnico-scientifici, cuore pensante del ministero: un passo vivamente deplorato sul "Corriere della Sera" dallo stesso Carandini, che prevede fondi ulteriormente dimezzati, 86 milioni appena, per l'anno prossimo. Mastica anche più amaro («Ornaghi ha la genuflessione facile») l'antichista Salvatore Settis, che nel governo Monti poteva essere candidato naturale alla poltrona di cui parliamo. Ma così è.

Un altro dei primi atti ornaghiani al ministero (Mibac) è stata la conferma delle sottocommissioni che erogano i contributi alle opere cinematografiche, un'infornata di esponenti in quota Pdl fatta dall'uscente ministro Galan, tra cui le mogli del commissario Agcom Antonio Martusciello e del senatore Antonio D'Alì. Nel campo dei consulenti, che in genere mutano con lo spoil system, è rimasto intoccato un altro Invisible Man come lo scrittore Alain Elkann.

Ma a confermare lo status quo senza troppo controllare si rischiano gaffe ben più serie. Il 24 maggio Marino Massimo De Caro, consigliere per l'editoria dai tempi di Galan, è finito agli arresti con l'accusa di aver sottratto una quantità di libri rari alla Biblioteca dei Girolamini di Napoli, alla Nazionale, alla Capitolare di Padova, quella del seminario di Verona e forse anche di Montecassino. Una performance sbalorditiva, se verrà confermata in giudizio, dinanzi alla quale Ornaghi ha commentato con aplomb alla David Niven: «Non l'ho nominato io».

Dentro al Mibac il ministro controvoglia avrebbe una guida esperta e fidata, l'ex segretario generale Roberto Cecchi, ora sottosegretario. Ma Cecchi, scontratosi con il potente Nastasi, appare tenuto a distanza da Ornaghi. All'ultima conferenza stampa sul restauro del Colosseo finanziato dal gruppo Della Valle, operazione nata proprio con Cecchi, questi nemmeno era presente.

Il ministro guadagna bene, 194 mila euro lordi. Non si sposta volentieri. Ma sa sopire e troncare con garbo. Ha definito strategici tre temi prioritari, Colosseo, Pompei e Grande Brera a Milano. Visita di mostre? Se proprio si deve, come alla "Resurrezione di Lazzaro" del Caravaggio, su insistenza del ministro dell'Interno Cancellieri. Taglio di nastri? Qualcuno, come a Vicenza (dove lui non c'entra nulla) per la Basilica Palladiana riaperta dopo sei anni grazie alla Fondazione Cariverona.

All'Associazione dei musei di arte contemporanea l'hanno atteso per mesi, mentre il Madre di Napoli langue paralizzato e al Castello di Rivoli si procede con attività ridotta. A Pompei aspettano entro la fine dell'anno la destinazione di 105 milioni di euro stanziati dal commissario europeo Johannes Hahn, ma i primi bandi per il recupero di alcune domus arrivano a 6 milioni, non di più.

A Milano invocano il trasloco dell'Accademia di Brera per dare spazio alla Pinacoteca? Ornaghi dice: pazientare. Il sindaco Alemanno chiede aiuto per la Fontana di Trevi? Ornaghi traccheggia. Il Maggio fiorentino reclama 100 milioni a quattro ministeri per completare il Parco della Musica? Ornaghi assicura «un'azione concertata».

E qui ritorniamo al suo imprinting Cei e Cattolica. Per dare le dimissioni da rettore ci ha messo dieci mesi. E tuttavia ha mantenuto in Cattolica la direzione dell'Aseri, l'Alta scuola di economia e relazioni internazionali, dove il politologo Vittorio E. Parsi figura come delegato ma non lo ha sostituito. Ornaghi vanta un buon rapporto con Cl, i cui spazi dentro l'ateneo sono cresciuti senza che lui ponesse ostacoli; rispettava l'ex cardinale Tettamanzi, ma preferisce il cardinal Bagnasco.

Tenace equilibrista, ha soprannomi come Ponzio Pilato o Sor Tentenna, e non è nuovo agli incarichi paralleli. Fino al 2011 è stato consigliere di "Avvenire", il giornale della Cei, fino al 2009 consigliere del Policlinico; è membro della commissione Giustizia e Pace della Diocesi di Milano, dirige la rivista "Vita e pensiero". Varie cose, purché non si parli di Michelangelo o di Boccioni.

Un capolavoro dell'arte di divagare sono le sue interviste all'"Avvenire", rilasciate a Marco Tarquinio, il direttore. Hanno qualche vezzo accademico, un tono educato a tratti pedante. Il clou è del 20 settembre, quando il ministro si dilunga sul bipolarismo imperfetto, la lontananza del ceto politico dagli elettori, il ruolo dei cattolici, e riesce a non nominare mai, in una paginona intera, quelle due parole a lui straniere: beni culturali.


2 - MA L'ERRORE L'HA FATTO MONTI
E. A. per "L'Espresso"


Per far perdere l'aplomb a un liberale torinese ce ne vuole. Specie all'editore Umberto Allemandi, che pubblica "Il Giornale dell'Arte" (e "The Art Newspaper" a Londra e New York), alieno al teatrino politico. Il ministro Ornaghi c'è riuscito. Deluso dalla nomina?
«Deluso dal governo Monti: un esecutivo di tecnici che si vuole di alto profilo e poi nomina una figura inadatta ai Beni culturali. Trattati, ancora una volta, come un ministero di serie B; quando ci vorrebbe un tecnico vero per una materia di straordinario impegno».

Ornaghi ha la biografia sbagliata?
«Ho il massimo rispetto per la sua biografia intellettuale. Ma averlo collocato lì mi ricorda quegli antichi governi che duravano meno di un anno, dove ai Beni culturali erano piazzate figure incomprensibili, Bono Parrino, Gullotti, Facchiano, Vizzini, per dar soddisfazione a partitini o correnti. In confronto ai quali un ministro come Alberto Ronchey,
che pure chiamavamo Ron-ron-Ronchey, giganteggiava».

Cosa l'ha colpita di Ornaghi finora?
«Niente. È come se avessero messo Carlo Rubbia. Un corpo estraneo».

Anche Giuliano Urbani, ministro del governo Berlusconi, era un politologo. In più aveva il sottosegretario Sgarbi che lo tormentava.
«Questa tortura almeno gli è risparmiata, siamone grati. Ma Urbani se non altro mostrava di studiare, di volersi applicare».

Lei pubblica un organo autorevole. Darebbe un paio di consigli al ministro?
«Senza essere scortese, idee non ne regalo. Non mi pare che lo meriti».

 

MELANDRI ORNAGHI FOTO INFOPHOTOMELANDRI ORNAGHI FOTO INFOPHOTOil Maxxi di Roma DALEMA massimo Giovanni Minoli EX MINISTRO GIANCARLO GALAN ROBERTO CECCHIANDREA CARANDINI Federico Zeri (1921-1998) - Critico DarteGiuliano Urbani - Copyright PizziMario Monti

Ultimi Dagoreport

giorgia meloni tommaso longobardi giovanbattista fazzolari gian marco chiocci filini

DAGOREPORT - COME MAI GIORGIA MELONI HA FATTO “ROTOLARE LA TESTA” DEL SUO STRATEGA SOCIAL, TOMMASO LONGOBARDI? A POCHI MESI DALLE ELEZIONI, CON I SONDAGGI CHE DANNO IL CAMPO LARGO IN VANTAGGIO E VANNACCI CHE SCIPPA CONSENSI A DESTRA, LA DUCETTA SI È ACCORTA CHE LA PROPAGANDA DI PALAZZO CHIGI NON FUNZIONA PIÙ – LONGOBARDI ERA GIÀ FINITO NEL MIRINO DEL “CERCHIO TRAGICO” DELLA SORA GIORGIA DOPO LA DISFATTA AL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA, DOVE ERANO STATI DECISIVI I VOTI DEGLI ELETTORI PIÙ GIOVANI PER IL “NO” – ORA LA DUCETTA VUOLE UNA SVOLTA NELLA COMUNICAZIONE DEL GOVERNO E RICICCIA L’IDEA DI ASSOLDARE COME PORTAVOCE IL DIRETTORE DEL TG1, GIAN MARCO CHIOCCI. PICCOLO PARTICOLARE: CHIOCCI, FIN TROPPO AUTONOMO ED ESPERTO, SAREBBE UN “ACQUISTO” INDIGESTO PER FAZZOLARI E FILINI, IL DUO CHE GESTISCE LA MACCHINA COMUNICATIVA DI FDI – SI VOCIFERA CHE PALAZZO CHIGI PENSI A GINO ZAVALANI, VOLTO DI ESPERIA, PER RILANCIARE I SOCIAL – LA PRECISAZIONE DI ZAVALANI

giorgia meloni antonio tajani maurizio lupi alessandro onorato giuseppe conte matteo renzi roberto vannacci ignazio la russa

DAGOREPORT! - GIORGIA MELONI HA PAURA DI TORNARE ALLE URNE E VUOLE UNA NUOVA LEGGE ELETTORALE CHE AZZOPPI GLI AVVERSARI, A PARTIRE DALL’EMENDAMENTO “AMMAZZA-CESPUGLI” SULLA RACCOLTA DELLE FIRME - IL BLITZ E' UTILE A TAJANI, CESA E LUPI PER FERMARE ONORATO CHE POTREBBE ROSICCHIARE VOTI A FORZA ITALIA, UDC E NOI MODERATI - L'APPOGGIO DI CONTE ALL'ASSESSORE DI ROMA SEMBRA UN "BACIO DELLA MORTE": "PROGETTO CIVICO" STA DIVENTANDO "PROGETTO PEPPINIELLO"? - GLI OCCHI DEGLI ADDETTI AI LAVORI SULLE ELEZIONI SUPPLETIVE DI REGGIO CALABRIA PER IL SEGGIO ALLA CAMERA: VUOI VEDERE CHE IL CANDIDATO DI VANNACCI TOGLIERA' VOTI AL CENTRODESTRA E FARA' VINCERE IL PD?

vecchione renzi ranucci sgrena mancini draghi conte gabrielli carlo parolisi

TRA LE PIEGHE DELL’AFFAIRE LAVITOLA-RANUCCI, RICICCIA UNO DEI TANTI MISTERI ALL’ITALIANA: IL FAMOSO SERVIZIO DI ‘’REPORT’’ DEL MAGGIO 2021 SULL’INCONTRO IN AUTOGRILL TRA MATTEO RENZI E MARCO MANCINI, UNO DELLE FIGURE PIÙ CONTROVERSE DELL’INTELLIGENCE ITALIANA - ALL’ORIGINE DEL RENDEZ-VOUS AUTOSTRADALE, FORSE C’ENTRA DI PIÙ IL FATTO CHE STAVA CADENDO IL SECONDO GOVERNO CONTE, A CAUSA DEL RITIRO DALL'ESECUTIVO DI ITALIA VIVA. QUALCUNO DEVE AVER SCOMMESSO SULLE DOTI AFFABULATORIE DI NEGOZIATORE DI MANCINI PER CONVINCERE RENZI A TROVARE UNA QUADRA PER MANTENERE IN PIEDI CONTE – UNA VOLTA CHE LA MISSIONE E' ANDATA A VUOTO, PERCHE' RANUCCI MANDO' IN ONDA IL SERVIZIO RENZI-MANCINI BEN CINQUE MESI DOPO LA SEPOLTURA DEL GOVERNO CONTE II? A CHI GIOVAVA? - BEN SAPENDO DI QUANTO MANCINI SIA DETESTATO DAI SUOI COLLEGHI, RENZI DEFINI' LO SCOOP UN "REGOLAMENTO DI CONTI INTERNO AI SERVIZI SEGRETI" – GLI ''ADDETTI AI LIVORI'' AGGIUNGONO ALTRE DUE IPOTESI: CHI PARTENDO DAL BURRASCOSO RAPPORTO TRA RENZI E RANUCCI, CHI CONSIDERANDO LA VOGLIA DI CONTE DI REGOLARE I CONTI CON COLUI CHE SI VANTA DI AVERLO SLOGGIATO DA PALAZZO CHIGI E DI AVER CONVINTO DRAGHI A PRENDERE IL SUO POSTO… 

meloni salvini tajani

DAGOREPORT – CON UN PARTITO IN DISCESA LIBERA E SEMPRE PIU' SPAPPOLATO DAI "LEGHISTI DEL NORD", NESSUNO, NEMMENO IL SUO "IDEOLOGO" E FUTURO SUOCERO DENIS VERDINI, RIESCE A FAR RAGIONARE MATTEO SALVINI - L’ULTIMA DELLE TANTE USCITE FUORI DI SINAPSI DEL "BOLLITO LOMBARDO'' SAREBBE AVVENUTA NEI GIORNI SCORSI, L'IPOTESI DI FDI DI VOTO CON BALLOTTAGGIO, L'AVREBBE TALMENTE "ALTERATO" DA CHIAMARE GIORGIA MELONI, SBRAITANDO: “TOLGO LA FIDUCIA AL GOVERNO!” - E DOMENICA 20 SETTEMBRE, A PONTIDA, POTREBBE SUCCEDERE DI TUTTO, SE SALVINI NON TROVA UN ACCORDO CON LA FRONDA CAPEGGIATA DA FONTANA E ROMEO – ALLA LEGA DEL CAOS, LA ''PREMIER DURACELL'' DEVE AGGIUNGERE LO STATO DI GUERRIGLIA IN FORZA ITALIA, DOVE IL “MAGGIORDOMO DI CASA MELONI", ANTONIO TAJANI , GIACE NEL TRITACARNE DEGLI OCCHIUTO, ZANGRILLO, MULÈ, ETC. – MA SE LA DUCETTA RICOMPATTA GLI ALLEATI E SFANGA LA LEGGE ELETTORALE, POTREBBE ARRIVARE LA DISCESA: L’ITALIA HA OTTIME PROBABILITÀ DI USCIRE DALLO STATO DI INFRAZIONE DEL 3%. E CON UNO SPOSTAMENTO DI BILANCIO NELLA FINANZIARIA, GIORGIA SI TRAVESTIRÀ DA BEFANA E CI INONDERÀ DI BALOCCHI E PROFUMI...

mattarella renzi conte schlein bonelli fratoianni

DAGOREPORT - DAJE E RIDAJE, I GALLETTI DEL CAMPOLARGO HANNO FINALMENTE DECISO DI SMETTERE DI BECCARSI MASOCHISTICAMENTE TRA LORO E DI FARE SQUADRA CONTRO L'ARMATA BRANCA-MELONI - IL NODO POLITICO PIÙ DIFFICILE DA SCIOGLIERE, LA PRESENZA DELL'INFIDO RENZI NELLA ALLEANZA, SI E' DISSOLTO IN UN INCONTRO A QUATTR'OCCHI SCHLEIN-CONTE: LA DUCETTA DEL NAZARENO, CHE HA UN PATTO CON MATTEONZO CHE SI CHIAMA CASA RIFORMISTA, HA TIRATO FUORI GLI ATTRIBUTI E A CONTE NON E' RIMASTO CHE SIBILARE: ELLY LO VUOLE ED IO NON POSSO FARCI NIENTE... (SEMPRE CHE RENZI RIESCA A MANTENERE LA PROMESSA DI FARE UN PASSO INDIETRO) – LA PIPPA DELLE PRIMARIE SI FARA', MA COME L'INDICAZIONE DEL CANDIDATO PREMIER SUL PROGRAMMA ELETTORALE, NON SERVIRA' A UN CAZZO: A DECIDERE IL PREMIER SARÀ, COME SEMPRE, SERGIO MATTARELLA – PER RISOLVERE L'ETERNO SCAZZO SULLA POLITICA ESTERA, E SULL'UCRAINA IN PARTICOLARE, A ELLY E CONTE BASTA UNA SUPERCAZZOLA LINGUISTICA, CHE SI PUÒ RIASSUMERE CON LO SLOGAN: "NO AL RIARMO NAZIONALE, SÌ ALLA DIFESA EUROPEA"...

leonardo del vecchio giorno

FLASH! - COSA FRULLA NELLA TESTA DI LEONARDINO? - DEL VECCHIO JR HA CAPITO CHE, ALL'OMBRA DELLA MADUNINA, IL MERCATO EDITORIALE È SATURO: POSSEDERE DUE TESTATE MILANESI, COME "IL GIORNALE" (DI CUI HA IL 30%) E "IL GIORNO" NON SERVE GRANCHÈ - PER DIVERSIFICARE, LEONARDINO HA INTENZIONE DI TRASFORMARE "IL GIORNO" IN UN QUOTIDIANO FINANZIARIO, MOLTO PIÙ UTILE PER I SUOI AFFARI, IN GRADO DI FARE CONCORRENZA A "SOLE 24 ORE" E "MILANO FINANZA" - DEL VECCHIO, CHE HA RIANIMATO IL MERCATO DEI GIORNALISTI, UN SETTORE CHE SEMBRAVA ORMAI MORTO E SEPOLTO, DOVREBBE CONFERMARE AGNESE PINI ALLA DIREZIONE DI "QUOTIDIANO NAZIONALE" (LA TESTATA CHE RIUNISCE "LA NAZIONE", "IL RESTO DEL CARLINO" E "IL GIORNO")