SCISSIONE A CINQUE STELLE: I RIBELLI PENSANO A UN INTERGRUPPO CON PD E SEL

Annalisa Cuzzocrea per "La Repubblica"

È una manovra a tenaglia. Vito Crimi e Roberta Lombardi, insieme ai talebani di Camera e Senato, hanno il compito di intimidire le "spie", parola che risuona sempre più spesso nelle riunioni a 5 stelle (Quelle che dovevano essere mandate in streaming, quelle che i cittadini avrebbero potuto seguire comodamente dal loro computer).

Beppe Grillo fa di più. Abbatte i ponti, cerca di allontanare la sua pattuglia parlamentare dalle sirene di una parte del centrosinistra: quella che non si riconosce nel governo di larghe intese, quella che cerca mondi da cui ripartire. La demolizione di Stefano Rodotà attraverso il blog è l'abbattimento di un simbolo che stava diventando scomodo. L'attacco a Pippo Civati va nella stessa direzione.

Perché Beppe Grillo, Gianroberto Casaleggio e lo staff sanno bene che qualcosa si sta muovendo, tra i parlamentari scontenti del dirigismo e dalla scarsa democrazia del Movimento. Sanno che l'inevitabile approdo di tutta questa agitazione è una scissione. Per questo puntano a screditare chi andrà via e chi offre intese.

I "dissidenti" parlano con Civati, con Sonia Alfano, con Luigi De Magistris, con Corradino Mineo. Guardano con interesse alle iniziative della rivista Left. Stanno pensando a un "intergruppo" con cui lavorare su determinati temi. Tavoli tematici insieme a Pd e Sel su anticorruzione, incandidabilità di Berlusconi, costi della politica, Europa. Un pretesto per guardarsi in faccia, sondare le possibilità, cominciare un percorso.

«I tempi non sono maturi per andare oltre », dicono alcuni, ma c'è chi come Adriano Zaccagnini - corre più veloce. Perché va bene aspettare: il momento giusto, va bene non farsi cacciare per una questione di soldi (tre giorni fa è arrivato il secondo lauto stipendio e il fondo dove versare l'eccedente ancora non c'è), ma l'approdo va costruito. Strutturato.

Altrimenti sarebbe come buttarsi senza paracadute. «Qui non ci sono spie e non ci sono sabotatori - dice Civati - se qualcuno cerca un'interlocuzione io ci sono. Tutto qui». A cercarlo sono in molti. Quelli della cena dei "congiurati" della settimana scorsa, ma non solo. Perché tanto più il pugno degli ortodossi si fa duro, tanto più gli scontenti aumentano. Girolamo Pisano, in un Transatlantico deserto, commenta l'uscita di Grillo con un desolato: «Ormai si capisce solo lui».

E ammette: «Tutto questo mi sta cominciando a nauseare. Un'intervista non la faccio perché mi sono stancato di appiccicarmi (litigare, ndr) con le persone. A che serve? Pensare che da noi a Salerno il gruppo funziona così bene, stiamo facendo cose fantastiche. Qui invece... ».

Lì invece si convoca una riunione congiunta Camera e Senato per parlare dei risultati delle elezioni, e poi la si annulla perché a Palazzo Madama dicono di avere altri impegni.

Si fa un ordine del giorno che comprende l'ennesima discussione sul "trattamento economico", e poi lo si straccia perché gli altri «non sono venuti». Si litiga sulla comunicazione, con le domande di sempre chi ha scelto quelli che oggi saranno con Grillo e Casaleggio a farsi insegnare cosa dire in tv, e come dirlo? Chi ha tirato fuori i nomi di Roberto Fico, Alessandro Di Battista, Vito Crimi, Laura Castelli, Luigi Di Maio, Riccardo Nuti, Nicola Morra, Paola Taverna?». Soprattutto: «Perché dobbiamo scoprirlo dalla stampa?».

È giovedì, i trolley sono pronti, alcuni sono già andati via. Di risposte non ne arrivano, a parte le rassicurazioni: «Ci hanno detto che non si tratta solo di andare in tv. Alcuni di noi saranno addestrati per parlare sui palchi», dice uscendo a prendere aria Daniele Del Grosso. Che di Grillo pensa: «Lui è così, si arrabbia, ma sono sicuro che domani chiederà scusa a Rodotà».

Non la pensano allo stesso modo l'avvocato veneto Tancredi Turco («Ha un tantino esagerato, non mi riconosco in quelle parole. Io Beppe non lo vedo come capo»), né il senatore Francesco Campanella: «Le rispondo con una frase soltanto: non mi piace». Tommaso Currò, che ai giornalisti in cortile ha detto solo un no comment a denti stretti, in riunione lo ha chiesto: «Parliamo di Rodotà». Bocciato. Non c'è tempo. Un'altra volta.
La museruola non basterà. Adriano Zaccagnini non parla a caso di «macchina del fango».

Nel pomeriggio era al teatro Eliseo all'incontro di Left con Salvatore Settis. Ha preso la parola, ha lanciato semi di dialogo. Non era l'unico 5 stelle presente. Lui ci crede. Per altri, come Giulia Sarti, è tutto inutile: «Sono nel Movimento da 5 anni - dice mentre mangia al volo un muffin alla buvette - sapevo cosa sarebbe successo, ma ho deciso di non curarmene. Chi vuole andare via, vada. Io penso solo a lavorare. E non mi importa dei post di Grillo. Non c'è solo Beppe».

 

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