grillo lombardi crimi

LA VISITA SURREALE SUL COLLE DI GRILLO, VESTITO COME UN BURINO IN UN GIORNO DI FESTA

1 - GRILLO-SHOW AL QUIRINALE "VENDIAMO TUTTA 'STA ROBA"
Andrea Malaguti per "la Stampa"

"Quanto inquina una Kia Carnival «Q blu?». Blu? Ma che c'entra? Sono le nove e cinque del primo giorno di primavera quando la monovolume di Giuseppe Piero Grillo, guidata dal fedele Walter Vezzoli, si avvicina all'ingresso del Quirinale. Uno stuolo di giornalisti. Molte telecamere. Fotografi che spingono. Ma folla zero. Passanti incuriositi, piuttosto. Una decina. Uno, col cappello scozzese giallo e rosso, un quarantenne con la mano talmente sudata che sembra di stringere un'anguilla, grida in solitudine: «Fagliela vedé a Morfeo, Beppe, fagliela vedè».

E lo stesso della Carnival Blu. Un pazzo. Grillo abbassa il vetro fumé dell'auto-van e saluta benevolo. Indossa impenetrabili occhiali da sole. Camicia a righe azzurre. Cinque attivisti cantano ironicamente una canzoncina che fa «boom, boom, boom, boom. Presidente, adesso lo senti il botto del MoVimento?». Morfeo. Il Boom. La sintesi giullaresca dello scarso affetto che il papa ligure ha sempre dimostrato per il Colle.

Un funzionario lo accoglie con un inchino formale e un sorriso gradevolmente largo. Il papa ligure dice: «Sono qui per incontrare il Presidente». Quello annuisce. Grillo lascia scivolare più volte l'indice sul polpastrello del pollice. Il segno dei soldi. Del loro fruscio. Non è chiaro che cosa sostenga. Presumibilmente allude ai costi di gestione del Palazzo. A lui sembrano una follia. Il funzionario, abituato a tutto, non fa una piega, insiste nella sua accoglienza protocollare e invita l'autista della monovolume a passare davanti ai corazzieri e a parcheggiare nel cortile.

Dalla monovolume scendono anche i capogruppo Roberta Lombardi e Vito Crimi. Lo prendono a braccetto. Si fanno fotografare sullo scalone e si perdono nei saloni scortati da commessi che sembrano rubati a Downton Abbey. Perfetti. Cinematografici. Crimi, il meno elegante dei tre, un completo grigio che non riesce a tenere la piega, non nasconde il disagio. Il suo Capo, invece, è visibilmente eccitato. Attraversa l'ala napoleonica marciando. Passa dalla biblioteca della Regina. Si ferma di fronte all'ufficio del Presidente. Un mondo fatto di marmo, di legno e di storia.

«Pazzesco, pazzesco, pazzesco». Polilalico. Ipnotizzato. Quasi fuori controllo. In trance. Parla da solo: «Vendiamo tutta 'sta roba e risaniamo il bilancio pubblico». Si passa una mano tra i capelli, respira affannosamente, lascia scivolare gli occhiali nella tasca della giacca. «Se io sono qui vuole dire che c'è stata la rivoluzione. Questa è la vittoria della rete». Esaltato. I commessi gli spalancano la porta, il Presidente lo accoglie con cortesia. Lui sostiene lo sguardo, non si affretta a riaprire la conversazione. Pochi convenevoli.

C'è una sottile, palpabile tensione. Nei cinquanta minuti di colloquio dice no a tutto. A un governo Bersani, a un governo Grasso, a un governo che non sia a guida Cinque Stelle. Ogni parola finisce a verbale. Napolitano gli domanda: ma se vi affidassi l'incarico, chi sarebbe il presidente del Consiglio? Grillo lo guarda con sospetto. «Non ho un nome da darle. Ho un programma fatto di venti punti. Ci dia l'incarico e chiederemo la risposta alla rete, come sempre».

Il Presidente spiega paziente che una volta ricevuto l'incarico è necessario avere la fiducia. E il MoVimento non ha i numeri. Strette di mano. Saluti formali. Crimi e Lombardi si concedono alla stampa. Grillo si ferma nell'anticamera. Sbuffa. Impreca contro il vero nemico.

«Dai giornalisti non vado. Sono la lobby peggiore». Corrotti, vigliacchi, prezzolati. Non si risparmia. «La prima legge che farei sarebbe per togliere qualunque forma di finanziamento alla stampa. Via tutto». I funzionari gli comunicano che nel salone a fianco c'è Berlusconi. Sbianca. Si irrigidisce di nuovo. «Quello non lo voglio vedere». Lo fanno uscire da una porticina secondaria.

È in auto. Vezzoli sgomma, i cronisti lo inseguono sugli scooter. Lui imbocca la preferenziale di Corso Rinascimento, poi fa un'inversione a U su via Sant'Agostino e lungo l'Aurelia passa tre volte col rosso. Libero. Ma l'impressione costante è che tutto non faccia che peggiorare. Alle porte di Genova radio e tv lo braccano nuovamente. Gli chiedono: com'è andata a Roma? E lui, per quanto non sia rimasto per niente colpito, sussurra: «è stato fantastico», con tono caldo e generoso. Si barrica nella Kia, dice: «finché i giornalisti continueranno a trattarmi così di sicuro non parlerò con loro». Un cronista gli grida: e tu come stai trattando l'Italia? Silenzio. Lunghissimo.


2 - GRILLO: SONO NEL POSTO GIUSTO? IL GIORNO DEI «MARZIANI» SUL COLLE
Fabrizio Roncone per il "Corriere della Sera"

«Signor Grillo... dovrebbe gentilmente attendere qui» (Il funzionario del Quirinale ha una voce gelida).
«Certo, grazie... ».
«Tra breve sarete ricevuti dal presidente».
«Mhmmm... siamo un po' in anticipo, eh?».

Il comico genovese si sfila il cappotto e resta in abito blu, Vito Crimi si guarda intorno, Roberta Lombardi immobile: provate a immaginarveli nella Sala dei Parati Piemontesi, il soffitto alto e gli affreschi alle pareti, un divano del Settecento e poi i candelabri luccicanti, l'orologio da mensola in stile Luigi XV, il finestrone aperto sul cielo azzurro, sul vessillo tricolore che sventola.

Meno di dieci minuti di attesa; alle 9.30, puntuali, rimbombano i passi del funzionario che torna.
«Seguitemi, prego... Il capo dello Stato vi sta aspettando».

Il colloquio dura cinquanta minuti. Conoscete le pesanti richieste di Grillo: o l'incarico di formare il nuovo governo, oppure la presidenza del Copasir e della commissione di Vigilanza Rai. Però forse non conoscete il ghigno che mette su il gran capo del Movimento 5 Stelle quando esce: niente a che vedere con certi sguardi decisi e assorti che di solito sfoggiano i leader politici dopo aver parlato con il presidente; il suo sguardo è un miscuglio di eccitazione e di stupore. Gli occhi spalancati, le pupille come mosche impazzite, lo sguardo che fa lui nei suoi comizi, nei suoi spettacoli, e che scoprimmo a Sanremo, tanti anni fa.

Camminano a passi svelti: Crimi e la Lombardi devono andare a leggere un comunicato ai giornalisti in attesa nella sala della Loggia d'Onore, lui si volta - «Ragazzi, v'aspetto giù» - e s'avvia per la scalinata larga, di nuovo con il cappottone lungo e gli occhiali da sole, i corazzieri che fanno schioccare i tacchi al passaggio, l'autista privato Walter Vezzoli, sposato con la sorella della moglie, che aspetta in cortile accanto al van nero, il motore acceso (al diavolo l'inquinamento), i vetri oscurati come usano le rock star (all'arrivo Grillo ha abbassato quello di sinistra chiedendo al Guardiaportoni: «Sono nel posto giusto?»).

Di lì a pochi minuti, segue foto ricordo: Grillo, Crimi e la Lombardi con sorrisoni da presa della Bastiglia, poi tutti dentro al macchinone, con il senatore Crimi che si mette a fare il grillino militante e allora, seduto sul sedile anteriore, inizia a riprendere i fotografi e i cameraman che, a loro volta, puntano gli obiettivi sulla macchina in uscita.
È una scena comica che, rapidamente, diventa surreale.

La macchina di Grillo accelera, s'infila nel traffico, mentre il battaglione dei fotografi arriva correndo, urlando.
«Ahooo! Fermate!» «A Grillooo!» «E porca zozza!». «Er motorino, Sergé! Prennemo er motorino!».
Inseguimento.
Due cronisti pensano di essere furbissimi e si fiondano nella hall dell'hotel Forum, lo stesso dove fece a lungo base Mario Monti, e dove il comico ha alloggiato la notte scorsa. Ma la hall è deserta.

All'improvviso si sparge la voce che Grillo stia andando ad incontrare l'ambasciatore degli Stati Uniti, David Thorne. Però poi squilla un cellulare: ragazzi, guardate che la macchina di Grillo ha appena fatto sosta davanti a Palazzo Madama, e la Lombardi e Crimi sono scesi (Crimi, tra poco, ascoltato dall'agenzia Dire in streaming, spiegherà ai suoi che Grillo sarebbe rimasto piuttosto sorpreso nel trovare Napolitano «un po' più sveglio rispetto a come se lo aspettava»; polemiche, bufera e, subito, le scuse di Crimi: «Non volevo offendere Napolitano, sono stato frainteso». Su Twitter precisa però meglio Pasquale Cascella, portavoce del capo dello Stato: «Alla fine Grillo disse al Presidente: "Non la chiamerò più Morfeo". Evidentemente non aveva idea di che pasta fosse Napolitano... ».

Il van nero, con Grillo seduto da solo sul sedile posteriore, cerca intanto di sfuggire all'impazzimento degli ingorghi. Per quattro volte, l'autista Vezzoli passa con il semaforo rosso. Quindi imbocca la corsia preferenziale di corso Rinascimento. E lo stesso fa all'inizio della via Aurelia.

Quando l'autista decide di rispettare la segnaletica stradale, e rallenta, è possibile scorgere il comico impegnato in una appassionata telefonata con il cellulare (tra gli inseguitori c'è anche Massimo Giletti, con webcam sul casco). Grillo sta chiaramente dettando il comunicato che, quasi in contemporanea, viene pubblicato sul suo blog personale.

Cercano di convincerlo a parlare, a fermarsi per una dichiarazione, per uno scatto. «A Grillo... e dai, na' frase...».
Lui interrompe la telefonata, e si gira lentamente. A seguire il labiale, dietro il finestrino, s'intuisce una parolaccia di quelle che Grillo adora e con cui riempie le piazze. Ma che, francamente, comincia ad essere seccante riferire.

 

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