BLOCCO AI CASELLI - IL PROCURATORE PERSEGUITATO DAI NO TAV: “NEL ’93 RIUSCII A PARLARE A CORLEONE CONTRO LA MAFIA. OGGI NON RIESCO A PRESENTARE UN LIBRO. E MI DANNO PURE DEL MAFIOSO” - I NO TAV TROVANO NEL FILOSOFO GIANNI VATTIMO UN NUOVO VATE(R): “ANCHE DURANTE IL FASCISMO I GIUDICI APPLICAVANO LA LEGGE ITALIANA” - ALBERTO PERINO, LEADER DEL MOVIMENTO NO TAV: “GLI ABBIAMO SOLO PROCURATO TANTA PUBBLICITÀ. CHE NON SI MERITA COME PERSONA”…

1 - IL PROCURATORE DOPO L´ATTACCO ANTI-TAV DI GENOVA E IL DIBATTITO SALTATO A MILANO
Paolo Griseri per "la Repubblica"

Si presenta sulla soglia, chiede in segreteria di avere un caffè e rientra alla scrivania a leggere gli appunti. «Ecco, guardi qui. Era successo proprio all´inizio del mio mandato a Palermo». Nell´ufficio che guarda la collina di Torino, Gian Carlo Caselli sfoglia le vecchie agende. «Era capitato che don Luigi Ciotti aveva organizzato un dibattito sulla mafia con un francescano di Corleone. Mi aveva chiesto di partecipare. La scorta era preoccupata. Poi, con professionalità quasi spietata, tutto era stato organizzato nei dettagli.

Mi fecero sdraiare sul sedile posteriore di un´auto e mi nascosero con una coperta come un sequestrato. Caricarono l´automobile su una bisarca, uno dei camion che portano le vetture dai concessionari. E con quella arrivammo alle porte di Corleone. Contro ogni previsione entrai nella sala del dibattito. Fu un gesto importante. Voleva dire che anche a Corleone non si poteva imporre allo Stato di tacere.

Ero arrivato in modo rocambolesco ma ero riuscito a parlare. Capisce?». Non servono troppe parole per capire. Come può accadere, nell´Italia del 2012, che a un gruppo di antagonisti riesca quel che non riuscì ai corleonesi nel 1993?
La storia del dibattito milanese annullato per minacce, la guerriglia a Genova, davanti alla sede di un altro dibattito.

A 72 anni compiuti Gian Carlo Caselli è di nuovo nel mirino. Colpevole di aver sostenuto l´accusa che ha portato in carcere ventisei antagonisti individuati nei filmati a lanciare sassi, estintori e bottiglie di ammoniaca contro polizia e carabinieri in val di Susa. Come ci si sente nel mirino? «Vivo con la scorta dal 1974, quando mi fu assegnata l´inchiesta sul sequestro del magistrato genovese Sossi, accusato di avere le manette troppo facili». Trentasette anni, uno ci fa l´abitudine. Eppure...

«Per regola non chiedo mai spiegazioni alla scorta. Loro fanno il loro mestiere, rischiano, più di una volta in questi anni mi hanno salvato la vita. Da qualche settimana ho notato che hanno rafforzato le misure di sicurezza. Lo capisci da come si muovono, dalle precauzioni che prendono. Certe volte sono particolari banali, un accorgimento in più, un dettaglio che prima non veniva curato. Dopo tanto tempo si fa l´occhio anche ai minimi cambiamenti. Io non chiedo niente, ma vedo».

Lettere, minacce? «Finora è arrivata l´ordinaria amministrazione, certo assai meno degli insulti che si leggono sui muri di Torino. A me piace credere alla teoria che chi ti odia non scrive le lettere, agisce. Ma sarà sempre vero?». Il clima comunque è pesante se può tranquillamente accadere che nelle manifestazioni pubbliche in val di Susa ci sia chi organizza il tiro al barattolo con la fotografia del Procuratore. È successo solo pochi giorni fa. «Io non chiedo che mi si rappresenti sempre avvolto nel tricolore, sarei ridicolo.

Ma non posso accettare questa campagna organizzata per delegittimare e intimidire. Se si scrive su un muro "Caselli come Ramelli" si deve sapere che Ramelli venne ucciso a sprangate. L´aspetto preoccupante è che solo chi lo sa può aver scritto una frase del genere».

Caselli parla nel grande ufficio del settimo piano di Palazzo di Giustizia. Alle pareti i ricordi di una vita vissuta pericolosamente, tra le minacce di brigatisti, mafiosi, camorristi. C´è una dedica di Ciampi e il riconoscimento di Giorgio Napolitano: «A Gian Carlo Caselli con antica stima e nel ricordo della collaborazione nell´impegno contro la mafia e per la legalità». In un angolo c´è una tv: «Da quella mi è arrivata qualche amarezza in questi giorni.

Nel bel mezzo di un tg, è spuntata una signora, una tranquilla signora piemontese, a dichiarare senza nessuna remora (e senza repliche) che "Caselli criminalizza il movimento perché è succube dei poteri forti". Ecco, quando ho visto quella signora parlare in tv mi sono ricordato della volta che ho dovuto sdraiarmi in auto a Corleone. I poteri forti? Quali poteri forti? Qualcuno è arrivato a scrivere sui muri "Caselli mafioso"».

Il cellulare del procuratore squilla in continuazione. «Ciao Piero...sì, hai visto? Doveva capitarmi anche questa. Ma lì a Genova ieri sono venuto. Ho dovuto rinunciare a Milano. Qualcuno ha provato a scherzare dicendo che l´ho fatto per poter andare allo stadio a vedere Torino-Sampdoria. Una provocazione. Grazie Piero, a presto». È così da qualche giorno: «Arrivano decine di telefonate di solidarietà, di affetto. È importante». Ma in tutto questo c´è qualcosa che stona: «Vorrei fare il procuratore della Repubblica in un paese normale.

Un paese in cui non c´è chi ti odia e dall´altra parte i partigiani della Costituzione che tifano per Caselli. Vorrei vivere in un paese in cui si critica o si condivide senza tutta questa esasperazione. Io non ho mai messo in discussione il diritto di contestare la Tav. Ma non posso accettare la voglia di impunità di chi "critica" lanciando estintori sulla testa degli agenti. Quello è un reato e va perseguito».

C´è chi fa confusione? «L´informazione e la politica, spesso affrontano questi argomenti con superficialità. Si lascia correre o si prendono le distanze in modo ambiguo che è il messaggio peggiore. Perché è nell´ambiguità che si infilano i professionisti della violenza». Il caffè si è raffreddato. Gian Carlo Caselli ha parlato senza mai interrompersi. Procuratore, non crederà di correre più rischi oggi di quando si occupava di terrorismo: «Voglio sperare di no. Ma vedo segnali che mi preoccupano perché vengono sottovalutati. So che un certo rischio fa parte del mio mestiere.

Il giorno che un pentito di Prima Linea, per dimostrarmi la sincerità del suo ravvedimento, mi disegnò la pianta del campo dove abitualmente giocavo a tennis, io andai da Bruno Caccia, allora capo della Procura di Torino. Lui guardò il foglietto e per sdrammatizzare disse: "Hanno fatto un´inchiesta su di te. Ti controllano. Spera che non abbiano preso nota dei risultati delle tue partite"».

2 - "LE CONTESTAZIONI? GLI FACCIAMO SOLO PUBBLICITÀ"
Ottavia Giustetti per "la Repubblica"

«Abbiamo contestato il procuratore Caselli in tante occasioni ma se volete un´opinione personale gli abbiamo solo procurato tanta pubblicità. Ragazzi, basta così, lasciamogli presentare il suo libro, i suoi spettatori saranno sempre una ventina e non di più. È una pubblicità che non si merita come persona». Alberto Perino, leader del movimento No Tav, ha parlato così ieri, di fronte agli studenti dell´Università di Torino nel corso di una contestata «lezione» nell´aula 10 di Palazzo Nuovo, la sede delle facoltà umanistiche.

Tra il pubblico, oltre ai ragazzi del Collettivo autonomo, sedevano anche attivisti del movimento e il filosofo Gianni Vattimo. «Se potessi fare una domanda al Procuratore però chiederei se pensa che la legge sia come un paio di pantofole che si possono indossare o togliere secondo l´occorrenza - ha detto Perino - gli chiederei perché il poliziotto Luigi Spaccarotella è rimasto in servizio fino al terzo grado di giudizio mentre Giorgio e i No Tav si trovano in carcere?».

Secondo il leader della Valsusa lo Stato sta mettendo in atto una precisa strategia perché teme il movimento, lo sta accusando di antagonismo per poter alzare il livello di scontro e «mettere in atto la stessa strategia che negli anni Settanta è stata adottata contro il movimento operaio». «Ci hanno accusati di insubordinazione militare perché il tendone di fronte al museo è un tendone militare - ha concluso - peccato che non ce ne siano di altro tipo in commercio, lo tingeremo di un altro colore per non destare sospetto».

Anche Gianni Vattimo, che ha preso la parola al termine della lezione come rappresentante del Parlamento Europeo, ha speso parole durissime nei confronti del Procuratore capo di Torino: «Anche durante il fascismo i giudici applicavano la legge italiana - ha detto il filosofo - chiederei a Caselli di giudicare sì secondo la legge, ma con umanità».

 

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