IL DIVANO DEI GIUSTI/2 – IN CHIARO CHE VEDIAMO? SU CIELO ALLE 21,15 AVETE “THE REVENANT”, IL FILMONE CHE FECE VINCERE A LEONARDO DICAPRIO IL SUO PRIMO E UNICO OSCAR – ITALIA 1 ALLE 21,20 PROPONE “THE LEGEND OF TARZAN” CHE PUNTA PIÙ SULLE GRAZIE DI MARGOT ROBBIE COME JANE CHE SUL NUOVO TARZAN DELL’AITANTE MA INESPRESSIVO ALEXANDER SKARSGAARD – CINE 34 ALLE 23,10 RIPROPONE UN CLASSICO DELLA COMMEDIA SEXY, “RICCHI, RICCHISSIMI… PRATICAMENTE IN MUTANDE”: E’ QUELLO CON PIPPO FRANCO CHE VA AL MARE CON LA FAMIGLIA E SI IMBATTE NEL GRUPPO DI NUDISTI CAPITANATO DA UN CERTO BATACCHIO… – VIDEO

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Marco Giusti per Dagospia

 

the revenant the revenant

E in chiaro che vediamo? Su Cielo alle 21,15 avete “The Revenant”, il filmone di Alejandro González Iñárritu che fece vincere a Leonardo DiCaprio il suo primo e unico Oscar, Tom Hardy in versione crapa peleta, Will Poulter, Domhnall Gleeson, Paul Anderson, Lukas Haas. Magari non lo ricordate più tanto bene. “Hai fatto tutta questa strada per una vendetta?” è la domanda che viene fatta alla fine di un viaggio di 320 chilometri nella neve al trapper Hugh Glass, cioè DiCaprio, abbandonato in una buca e condannato a morte dai suoi uomini dopo una paurosa lotta con un orso grizzly. E’ così.

 

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Il Glass di Leonardo Di Caprio in “The Revenant”, fotografato dall’incredibile Emanuel Lubezki e musicato da Ryuichi Sakamoto, ha fatto tutto questo per vendicarsi, come si fa in ogni western che si rispetti. Il “revenge movie” è una cosa seria, si sa. Del resto anche nel racconto scritto nel 2002 da Michael Punke, curioso scrittore e ambasciatore americano, “The Revenant: A Revenge Story”, si parla di vendetta.

 

Nella realtà, però, la storia di Glass e della sua lotta con l’orso e il suo viaggio nella neve e nel gelo, che si svolsero davvero nel 1823 nel Missouri, qui ricostruito tra Canada e Argentina, e che già ebbe una grande trasposizione cinematografica nel 1972 con “Uomo bianco va’ col tuo Dio” di Richard Sarafian, girato in Spagna, dove Richard Harris era il protagonista e John Huston il capitano Henry, ha toni meno vendicativi.

 

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In pratica Glass, che allora aveva già una quarantina d’anni, se la piglia con i trapper che lo lasciarono a morire al gelo, ma perdonò Jim Bridger perché era giovanissimo, 19 anni, e tutto quello che fece a Fitzpatrick, che qui si chiama Fitzgerald e è interpretato da un cattivissimo Tom Hardy, fu riprendersi il suo fucile. Magari gli avrà anche dato qualche pugno, dopo 320 chilometri a piedi (che dite?), ma la storia finì lì.

 

Al punto che Fitzpatrick/Fitzgerald, che nella realtà aveva 23 anni, campò ancora parecchio, e ancor di più Jim Bridger, che se ne andò nel 1881, dopo aver sposato ben tre donne indiane e essere diventato una celebrità del West. Fu Glass, invece, a venire ucciso dagli indiani Arikara, quelli che vediamo all’inizio del film attaccare il convoglio di trapper del capitano Henry, interpretato dal bravissimo Domhnall Gleeson, nel 1833. Dieci anni dopo. E aveva già una cinquantina d’anni.

 

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Poco importa, però. Perché a Inarritu e a Di Caprio serve questa vendetta, e serve aver dato dei ricordi a Glass, una famiglia indiana, una moglie uccisa dai bianchi, per dare vita a un film costruito per 156 minuti sull’attraverso di un territorio selvaggio dove non sono gli indiani i soli selvaggi, e sul corpo a corpo continuo del protagonista con la natura, con l’orso, col gelo, con la morte, con gli alberi, si costruisce la vera avventura.

 

Su La7 alle 21,15 trovate “Il socio” di Sydney Pollack con Tom Cruise, Gene Hackman, Jeanne Tripplehorn, Holly Hunter, Hal Holbrook, Gary Busey. Una sicurezza. Lo sapete. Ma l’avrete già visto venti volte. Italia 1 alle 21,20 propone “The Legend of Tarzan” di David Yates, bravo professionista, con Margot Robbie, Alexander Skarsgård, Christoph Waltz, Samuel L. Jackson, Djimon Hounsou. Non me lo ricordavo più. E, invece, arieccolo l’eroe della jungla attaccato alle sue liane in mezzo alle scimmie. Tutto girato in studio in Inghilterra, ovviamente. Con animali ricostruiti digitalmente, ovviamente. Tanto che si punta più sulle grazie di Margot Robbie come Jane che sul nuovo Tarzan dell’aitante ma un po’ inespressivo Alexander Skarsgaard, figlio dello Stellan attore strepitoso di Lars Von Trier, alle prese con leoni e coccodrilli.

 

 

the legend of tarzan the legend of tarzan

Allora lo trovai davvero molto, molto deludente. Non a caso è stato massacrato dalla critica in America, “semplicistico, condiscendente, inerte” scrive il “New Yorker”, “sembra che un cane si sia mangiato una parte della sceneggiatura”, scrivono altri. Non lo salvano, purtroppo, né queste meravigliose scimmie che sembrano vere e che ci riportano intatto il “Tarzan of the Apes” di Burroughs almeno come iconografia (beh, questo funziona), né un cast prestigioso che riunisce anche Christoph Waltz e Samuel L. Jackson al punto che sembra un Congo Unchained (non è mia…).

 

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Ma la sceneggiatura fa acqua da tutte le parti e tutto è troppo ravvicinato per essere credibile. E l’idea di alternare la nuova avventura di Tarzan, cioè il suo ritorno in Congo dopo otto anni per salvare le tribù sue amiche dallo schiavismo di Re Leopoldo del Belgio, con i flashback sul passato di Tarzan, poteva anche essere buona, ma non funziona narrativamente per l’accroccone del racconto.

 

Notevole invece quando Tarzan vola sulle liane e allunga le mani come il lupo mannaro americano a Londra per agguantare Jane. O come quando sale sull’albero solo tirandosi su con un braccio (eh….). Interessante anche l’idea, assolutamente pro-Brexit, che gli inglesi difendono i poveri africani, anzi Lord Clayton detto Tarzan assieme al suo amico americano, mentre gli europei capitalisti cattivi, incarnati dal perfido Christoph Waltz, vogliono solo sfruttare le risorse del paese, trafficare in schiavi e portar via diamanti. Ma pensa…

 

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TV2000 alle 21, 20 propone una versione dignitosa di “I miserabili” diretta nel 1998 da Bille August con Liam Neeson, Geoffrey Rush, Uma Thurman, Claire Danes. Alternative? Per i fan di John Ford e John Wayne ci sarebbe “Il massacro di Fort Apache” con Henry Fonda che fa un simil generale Custer e il trombettiere Pedro Armedariz è doppiato da Alberto Sordi. “Sì, ssior comandante, so’ apache mescaleros!”. Faceva morir dal ridere.

 

Su Cine 34 alle 21 trovate un tardo Vanzina, “La vita è una cosa meravigliosa” diretto nel 2010 da Carlo Vanzina con Enrico Brignano, Luisa Ranieri, Vincenzo Salemme, Gigi Proietti, Nancy Brilli. Buon thriller “U.S. Marshals” di Stuart Baird con Tommy Lee Jones, Wesley Snipes, Robert Downey jr., Joe Pantoliano, Kate Nelligan, Canale 20 alle 21,05.

 

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Rai Movie alle 21,10 propone il classico “Remi” di Antoine Blossier con Maleaume Paquin, Daniel Auteuil col barbone, Virginie Ledoyen, Jonathan Zaccaï, Ludivine Sagnier. Su Canale 27 alle 21,10 arriva “Fermati, o mamma spara” di Roger Spottiswoode con Sylvester Stallone, Estelle Getty, JoBeth Williams, Roger Rees. Lo ricordo divertente.

 

Rai Storia alle 21,10 presenta invece “Il concorso” di Philippa Lowthorpe con Keira Knightley, Gugu Mbatha-Raw, Jessie Buckley, Greg Kinnear, Lesley Manville, dedicato a una edizione bomba di Miss Mondo che si svolse a Londra nel 1970 e dove non solo il movimento femminista aveva deciso di fare un’azione clamorosa, ma vinse per la prima volta una ragazza nera. Grande cast.

 

agente speciale 117 al servizio della repubblica missione cairo agente speciale 117 al servizio della repubblica missione cairo

Passiamo alla seconda con la riproposta dell’ottimo “As bestas” dello spagnolo Rodrigo Sorogoyen con Denis Menochet, Marina Foïs, Luis Zahera, Diego Anido, Machi Salgado, David Menéndez, descrizione di un mondo razzista e violenta che ben conosciamo. Rai Movie alle 23 si butta sul divertente “Agente speciale 117 al servizio della Repubblica: Allerta rossa in Africa nera”, parodia dell’eurospy diretta da Nicolas Bedos con Jean Dujardin, Pierre Niney, Natacha Lindinger, Melodie Casta, Wladimir Yordanoff.

 

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Cine 34 alle 23,10 ripropone un classico della commedia sexy, “Ricchi, ricchissimi… praticamente in mutande” di Sergio Martino con Pippo Franco, Lino Banfi, Renato Pozzetto, Edwige Fenech, Janet Agren, Daniele Formica. Sì. E’ quello con Pippo Franco che va al mare con la famiglia e si imbatte nel gruppo di nudisti capitanato da certo Batacchio, che ha appunto un coso enorme. Altro che “Supersex”. Cultissimo.

 

Iris alle 23,20 passa “Steve Jobs”, diretto da Danny Boyle, scritto da Aaron Sorkin, che lo ha tratto dal librone di Walter Isaacson del 2011, e magistralmente interpretato da Michael Fassbender e da Kate Winslet con la stessa attenzione shakespeariana che avrebbe dedicato a Macbeth e a Lady Macbeth, è una complessa opera in tre atti più teatrale che cinematografica dedicata interamente allo studio di un personaggio che ha radicalmente cambiato la nostra vita in questi ultimi trent’anni.

 

 

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E’ Sorkin, chiamato direttamente dalla Sony a scrivere il film, a dividerlo in tre parti, che seguono i backstage di tre diverse presentazioni di computer al mondo, il Macintosh al DeAnza Community College di Cupertino nel 1984, il cubo nero della NeXT all’Opera House di San Francisco nel 1988, quando Jobs è stato allontanato dalla Apple, e l’iMac G3 alla Davies Symphony Hall nel 1998, data che segna il ritorno di Jobs alla casa madre e il suo grande trionfo. Dopo lo batterà solo la morte.

 

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Per ognuna delle tre presentazioni, Danny Boyle, che è stato chiamato dalla Sony dopo i contrasti con David Fincher, che avrebbe voluto Christian Bale come Jobs, sceglie addirittura diversi tipi di pellicola e di ripresa. Per l’84 è il 16 mm, per l’88 il 35 mm e per il 98 il digitale, l’Arri Alexa. Anche la musica di Daniel Pemberton segue questa divisione dei tre modelli diversi. Boyle e Sorkin non fanno un ritratto agiografico di Steve Jobs.

 

Mettono in piedi, andando molto in profondità, la costruzione di una specie di mostro geniale incapace o quasi di provare sensazioni umane che ha in testa solo il progetto di costruire il suo regno. Fassbender in questo gioco, in un ruolo parlatissimo e difficile, è bravissimo, e Kate Winslet, come la fedele marketing executive Joanna Hoffman sempre a suo fianco è altrettanto fantastica.

 

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La7 a mezzanotte e 10 propone l’ottimo “Hurricane” di Norman Jewison con Denzel Washington, John Hannah, Deborah Kara Unger, Vicellous Reon Shannon. Su Rete 4 alle 0, 50 trovate uno dei migliori film di Paolo Virzì tutto ambientato a Livorno, “La prima cosa bella” Valerio Mastandrea, Micaela Ramazzotti, Stefania Sandrelli, Claudia Pandolfi. Occhio all’omaggio a “Il sorpasso” di Dino Risi. Occhio su Rai Movie all’1 a “La regola del silenzio - The Company You Keep” diretto da Robert Redford con Robert Redford, Shia LaBeouf, Julie Christie, Sam Elliott, Jackie Evancho. Nun se po' vedé, scrivevo quando uscì. No. Il povero Robert Redford coi capelli alla Paolo Garimberti e il trucco alla Malgioglio che corre inseguito dall'FBI con le manine sulla panzetta, il giubbotto di pelle, i ray-ban e il cappello da baseball è fuori tempo massimo per fare questo ruolo di vecchio militante rivoluzionario scoperto dopo 30 anni di una nuova vita. E di una nuova identità.

 

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E' infatti diventato un tranquillo avvocato vedovo con figlioletta bionda quando l'arresto di un'altra vecchia militante del gruppo degli Weatherman, Susan Sarandon, grandissima, e l'arrivo di un giovane giornalista ficcanaso, Shia LaBoeuf, ciuffo alla Muccino e vestito da inchiestista del Fatto, gli fa capire che è meglio darsela a gambe. Nella fuga e nel meccanismo tipico di questi film con l'innocente insguito (vuole dimostrare la sua innocenza) veniamo in contatto con gli altri rivoluzionari nascosti, tutti meno imbarazzanti e pittati di Robert Redford.

 

E' la parte migliore del film, basterebbe vedere il gran numero di Susan Sarandon in carcere davanti a Shia LaBoeuf, o l'arrivo di Julie Christie troppo rifatta che ha lasciato sei vite e sei mariti o Richard Jenkins che fa il professore universitario che sveglia i suoi studenti solo quando parla del Movimento (e poi tornano su Facebook). Magari di questi Weatherman ce ne sono un po' troppo in giro e si riconoscono subito, e non si capisce come abbia fatto l'FBI negli ultimi trent'anni a non riconoscerli. Comunque non è solo un'invasione di vecchi volti amati dal pubblico degli anni 60 e 70, è anche l'idea di un'America diversa che il cinema di quel tempo ci aveva dato.

 

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E uno degli aspetti più carini è la parata di foto di Redford e Christie giovani e militanti. Civile politicamente, funzionante come thriller, dimostra che la rivoluzione è finita. Ammesso che fosse iniziata. E non si dimentica lo scambio di battute tra Julie e Robert. "Sei più vecchio", fa lei. "E tu sei uguale", fa lui. Di uguale hanno solo lo stesso chirurgo plastico. Poi lei attacca un pippotto rivoluzionario ("mi costituirò quando lo faranno i politici e le corporazioni") e finiscono a fare sesso. Julie guarda il bosco dalla finestra e Robert mostra il petto nudo steso sul letto.

 

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7Gold all’1 propone il bruttissimo “Zandalee” di Sam Pillsbury con la bellissima Erika Anderson al suo primo e ultimo film, Judge Reinhold, Nicolas Cage con pizzetto e la mitica Viveca Lindfors. Sì. Ma il film è tremendo. Cine 34 all’1,35 ci propone “Il giorno del cobra”, tra i migliori thriller di Enzo G. Castellari con Franco Nero, Sybil Danning, Mario Maranzana, Mickey Knox, mentre Rai Tre alle 2,10 propone il film di sottomarini italiani “Lupi nell’abisso” di Silvio Amadio con Massimo Girotti, Folco Lulli, Alberto Lupo, Jean-Marc Bory, Horst Frank, Piero Lulli. Imperdibile.

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