francesco piccolo

UN INTELLETTUALE PICCOLO (FRANCESCO) - “MALEDETTO VIRUS, MI HAI INSEGNATO AD AVERE PAURA DEI MIEI FIGLI” – “IL GIORNALE” SFONDA LO SCRITTORE: “ECCOLI I NOSTRI INTELLETTUALI AL TEMPO DELLA PANDEMIA, IRRESOLUTI, IMBELLI, VILI. PRONTI A RINUNCIARE ALL'ABBRACCIO DI UN FIGLIO PUR DI NON RISCHIARE. CHE COSA? UNA FEBBRE? UN RICOVERO? INTELLETTUALI ORGANICI AL COMITATO TECNICO-SCIENTIFICO. SCRITTORI MILITANTI DEL LOCKDOWN DURO & PURO. HANNO FATTO DEL DIVANO DI CASA LE LORO BARRICATE. CREDERE, UBBIDIRE E LAVARSI LA MANI”

INTELLETTUALI DEI MIEI TAMPONI

Luigi Mascheroni per "il Giornale"

francesco piccolo foto di bacco

 

La pandemia, e la crisi che porta con sé, accelera tendenze già in atto, svela le carte nascoste, smaschera impietosamente le falle, le ossessioni, le nature peggiori. Ci mostra come siamo davvero, come sono invivibili e orribili le nostre città senza cittadini, quanto insopportabile la Scuola senza studenti, quanto imbarazzante la nostra politica senza politici all' altezza. E quanto coniglieschi e senza nerbo siano i nostri intellettuali.

francesco piccolo

 

Ieri su Repubblica - ed è solo un mediocre esempio fra tanti - Francesco Piccolo ha scritto una doppia pagina, 180 righe tipografiche, altrettanti momenti di trascurabile quotidianità famigliare (le mani lavate, le finestre spalancate, disinfettanti e scarpe fuori dalla porta) per dirci che il «maledetto virus» gli ha insegnato ad aver paura dei suoi figli (e non crediamo sia esasperazione...).

 

Aver paura dei figli. «In fondo non ho davvero paura di ammalarmi; ma non voglio ammalarmi per colpa di un figlio». Difficile leggere - da genitore - due righe così. Il padre chiede che i figli siano tenuti lontani «per decreto» dai genitori, per non rischiare di essere infettato.

 

Ci siamo arrivati. Eccoli i nostri intellettuali al tempo della pandemia. Almeno fossero solo pedanti e malinconici. Sono molto peggio. Sono irresoluti, imbelli, vili. Pronti a rinunciare all' abbraccio di un figlio pur di non rischiare - che cosa? - una febbre? un ricovero? peggio? E allora?

 

fabio fazio

I padri non sono fatti per questo: per rischiare in nome o al posto dei figli? Gli intellettuali, che ben prima dell' epoca Covid avevano già perso da tempo quei tratti di anticonformismo, ribellione, coraggio, dissidenza che dovrebbero essergli propri, oggi se possibile sono ancora più incolori, acidi, pantofolai. Hanno trasformato lo stare in casa a far nulla - #MaRestaciTuACasa - in un' intollerabile azione eroica. Si sono appiattiti sul peggior conformismo, hanno perso identità, rinunciato al proprio ruolo. Quello di dubitare, di rischiare, di scuotere la comunità.

 

L' hanno addormentata. Intellettuali organici al Comitato tecnico-scientifico. Scrittori militanti del lockdown duro& puro. Ma dove sono i ribelli, le pasionarie, gli irregolari del pensiero, i movimentisti? Hanno fatto del divano di casa le loro barricate. «Credere, ubbidire e lavarsi la mani». L' unico slogan che sono stati capaci di urlare è stato #IoLeggoACasa...

ANTONIO SCURATI

 

Che coraggio. Qualcuno si è spinto fino a un rivoluzionario «Il vero virus è il genere umano».

 

Però! Per il resto hanno taciuto. L' unica volta che hanno aperto timidamente bocca - dopo aver accolto senza un «beh» la serrata di ristoranti, bar, negozi, palestre, allenamenti sportivi, scuole... - è stato quando gli hanno chiuso i teatri, da cui portano a casa soldi e lavoro. Ipocriti. Progressisti fino all' ultima pagina, appena è scoppiato il virus sono diventati i peggiori reazionari nel fermare la corsa allo sviluppo, rallentare la vita e viaggiare intorno alla loro camera...

valerio mastandrea francesco piccolo

 

Avevamo sperato - visto che i nostri ragazzi non sono stati capaci di farlo, o lo hanno fatto timidissimamente - che uno scrittore, un filosofo à la page, un intellettuale di riferimento per il popolo dei festival, dei Saloni del libro, dei Fabio-Fazio-Show andasse in tv a gridare agli studenti di ogni ordine e grado: «Domani tutti nelle piazze per chiedere di riaprire le aule, subito!».

 

E invece. Silenzio. Ogni due per tre citano Pasolini... Chissà, lui, che editoriale avrebbe scritto contro la didattica a distanza. Oggi, appena Antonio Scurati abbozza un fogliettone per dire che si ribella al divieto di fumo all' aperto, deve subire la gogna di 80 righe di risposta firmate dai «Medici impegnati nella lotta al tabagismo».

antonio scurati a pugno chiuso dopo la vittoria del premio strega

 

Figuriamoci se qualcuno si azzarda ad abbracciare un figlio senza certificato negativo del test sierologico.

 

 

MALEDETTO VIRUS

Francesco Piccolo per “la Repubblica”

 

francesco piccolo foto di bacco

Fino a oggi, non mi sono ancora ammalato, comincio a sperare di riuscire ad arrivare ai vaccini senza che succeda; ma ci sono molte cose che sono cambiate a causa di questo virus. E ce n' è una che mi sembra intollerabile, e con la quale invece sono costretto a convivere: la pandemia mi ha insegnato ad avere paura dei miei figli.

 

pasolini

Ho due figli, una frequenta l' università a Bologna, l' altro va alle medie, è sempre andato a scuola finora, e vive con me. Quando torna a casa dico: togliti le scarpe, lavati le mani. Lui sbuffa e dice sì. Poi si avvicina, mi abbraccia e io dico, scansandomi: ti sei lavato le mani? Ma sì!, dice lui. E così mi lascio abbracciare mentre penso: e se non le ha lavate? E se le ha lavate male? E se mi sta spalmando il virus?

 

Fino all' arrivo della pandemia, erano i miei figli, al limite, ad aver paura di me (molto al limite). Se mi incazzavo per qualcosa, se riuscivo a essere severo. Adesso sono mite, malinconico, pedante, molto pedante. E un po' distaccato; cerco di non esserlo ma l' istinto mi porta a star lontano da loro. Qualche volta mio figlio invita un compagno di scuola a studiare. Io cerco di tornare a casa quasi sempre dopo che il compagno di scuola se n' è andato.

 

francesco piccolo

Apro tutto, ma la puzza di ormoni di due ragazzini preadolescenti è più difficile da scacciare del pesce fritto della domenica, e dentro quegli ormoni sperperati nella casa saranno rimaste di sicuro tracce di virus. Il giorno dopo, mio figlio va a scuola e poi a basket (all' aperto), il giorno dopo ancora va a scuola e poi a lezione d' inglese. E io penso a tutte le probabilità che ha di portare a casa il contagio. Intanto leggo sui giornali, come tutti, ogni giorno, tutte le interviste ai vari esperti, che unanimi dicono: ci si contagia soprattutto in famiglia.

 

Mia figlia è a Bologna. Vive con sei altri studenti in una casa. Io la ritengo, semplicemente, un' appestata. Non mi chiama mai perché è talmente impressionata dalla mia paura che teme che io pensi che se mi telefona, mi contagia.

 

Allora la chiamo io. Ogni volta, mi risponde con una voce squillante in mezzo a un rumore molto evidente di strada piena di giovani vocianti e di rumore di stoviglie fortissimo, quello che solo i baristi sanno produrre quando lanciano le tazze e i bicchieri tutti insieme nel lavello, con l' intenzione di fare più casino possibile (non si capisce perché).

 

Alle volte, penso di essere dentro una serie tv distopica: io la chiamo dal 2021, e lei mi risponde dagli anni 70 a Bologna, e accanto a lei c' è Andrea Pazienza e quella musica lontana dev' essere un concerto degli Skiantos. I baristi, anche negli anni 70, fanno un gran rumore di stoviglie.

FRANCESCO PICCOLO L'ANIMALE CHE MI PORTO DENTRO

 

Le chiedo: ma dove sei?

 

E dove devo stare, dice lei, a casa.

 

Non è a casa, a meno che non abbia una app che ripropone i rumori delle strade piene di ragazzi vocianti e di stoviglie nei bar. E se non è a casa, penso che sono fortunato che stia a Bologna e non qui. E vorrei che questa fortuna venisse decisa per decreto: tutti i giovani studenti (secondo me non solo universitari, ma dalla scuola materna in su, però forse è chiedere troppo) dovrebbero vivere e studiare in una città sufficientemente lontana.

 

Dovrebbero stare in un' altra regione e dovrebbero prendere la residenza, in modo che non possano più, fino alla fine della pandemia, tornare a casa a infettare i loro genitori.

giuliano sangiorgi e francesco piccolo

La motivazione è semplice: tranne rarissime eccezioni, se quegli studenti si ammalano, guariranno facilmente. Se ci ammaliamo noi, diventa molto complicato. Per questo, loro possono ammalarsi, ma non stare vicino a noi.

 

Mi dispiace tutto questo? Mi dispiace pensare di volere che mia figlia resti lontana e non torni a casa per mesi e mesi? Immensamente. Ma mi rassicura. Mentre non mi rassicura affatto avere un figlio per casa che corre, urla ed esce tutti i giorni.

 

È questo il nuovo groviglio contorto e innaturale di sentimenti che ha creato il coronavirus: avere paura dei propri figli più che di ogni altro essere umano al mondo; sentirsi al sicuro soltanto se i propri figli non ci sono, sono lontani; ogni mattina esco e vado a lavorare ed è lì fuori che mi sento al sicuro; dentro, in casa mia, dove torno la sera, potrebbero esserci quelle minuscole particelle che mi aspettano.

francesco piccolo

 

Perché io il virus lo vedo. Da quando ho cominciato a osservare e studiare quei disegni che appaiono sui giornali, quegli esempi che mostrano il contagiato che al buffet (quasi tutti i disegni fanno esempi di buffet, non chiedetemi perché) sparge quella polvere rossa su altri ospiti - quella polvere rossa dei disegni ho cominciato a vederla nella realtà. Mentre ceniamo, mio figlio alza la voce o fa qualcosa che assomiglia lontanamente a un colpo di tosse, io vedo partire quella polvere rossa con granelli grandi e piccoli e la parte contagiata che perde luce, va in penombra. Loro parlano, e io vedo il virus nell' aria che si posa sul tavolo, si avvicina a me, mi avvolge.

 

Vedo il virus che vaga sotto i portici di Bologna, nelle stoviglie rumorose nei lavabi, nella casa con moltissimi studenti dove vive mia figlia. Lo vedo al campo di basket, durante la lezione di inglese. Vedo il virus che accompagna i miei figli ovunque essi vadano, qualsiasi cosa tocchino. Vedo tutti i figli che esistono servirsi continuamente al buffet. Prima, se avevo qualche frustrazione, il mio conforto era l' abbraccio dei miei due figli, il fatto che a loro non importasse nulla dei miei contorcimenti: potevo essere in qualsiasi condizione d' umore, sociale, professionale, economica, non importava, ero il loro padre.

 

francesco piccolo (2)

Adesso, quel conforto è il mio tormento, me lo prendo o non me lo prendo? E in realtà, la questione davvero complicata è che la mia frustrazione più grande adesso, la mia angoscia più profonda, riguarda proprio questa pandemia, i morti, le persone intorno che si ammalano e che temo possano peggiorare; e cercare il conforto dei miei figli potrebbe voler dire consegnarsi al virus senza difese.

 

E poi a un certo punto, mia figlia dice: potrei tornare qualche giorno.

Prima sarei stato entusiasta, adesso sono molto scettico. Le dico: autocertificazioni, divieti tra regioni, pericoli, poi devi studiare, non devi seguire i corsi?, non è troppo sfiancante? Lei dice: io posso, quella è anche casa mia. Ma certo, dico, e noi siamo felici di rivederti - ma mento. Mento. Non perché non sia felice, è che ho paura di lei, dei suoi sei compagni di casa, dei fidanzati, dei parenti degli altri studenti, degli Skiantos.

 

francesco piccolo e moglie

E così, torna. Le ho prenotato un tampone alla farmacia più vicina, è passata da casa e ho impedito a chiunque di avvicinarsi, e quando è risultata negativa finalmente ci siamo abbracciati. Salvo il fatto che hanno immediatamente cominciato a dirci, tutti, che l' antigenico non è così infallibile, anzi; che se è stata contagiata da poco, il tampone potrebbe non averlo ancora rivelato; che comunque niente è sicuro, niente.

 

Ma soprattutto, c' è gente per le strade della mia città e di tutto il Paese che si aggira fino all' ora del coprifuoco per fermare qualsiasi conoscente e ripetere ossessivamente questa frase: però il tampone ti dice che sei negativo solo fino a quando lo hai fatto, dopo no. Lo dicono con enfasi, come se la trovassero una scoperta personale: il tampone vale fino al momento in cui lo hai fatto. Non per il futuro. In realtà non esiste ancora nulla capace di constatare qualcosa a partire dal presente per il futuro, ma sempre dal passato fino al presente, cioè fino al momento in cui viene constatata.

francesco piccolo 028

 

Non esistono tamponi che possano rilevare ciò che ti succederà dopo aver fatto il tampone. Forse nelle serie tv distopiche, ma qui no.

 

Quello che vogliono dire è che mia figlia potrebbe essere stata contagiata dall' uscita della farmacia fino a casa. Lo dicono perché non vogliono dare scampo ai nostri tormenti, e alle nostre speranze. Però quando è tornata dalla farmacia l' ho abbracciata, forte, perché le voglio molto bene, perché mi manca dal giorno in cui ha deciso di andare a studiare in un' altra città; perché mi sento in colpa per averle aperto la porta e per averle detto "ciao" da lontano; in sintesi, perché mi sento in colpa di trattarla come un' appestata.

 

michele serra e francesco piccolo

Ma mentre la abbraccio, mentre abbraccio lei o mio figlio che si unisce a noi, avendo ormai il permesso di poterla avvicinare, la mia coscienza vigile non mi abbandona, e mi dice che sto rischiando. Che i ragazzi sono i più pericolosi. I figli sono i più pericolosi perché non vuoi tenerli a distanza. Li abbraccio e penso: adesso questo abbraccio mi farà del male. Non c' è un pensiero più malinconico di questo.

francesco piccolo

 

Sia chiaro: hanno paura anche loro. Ma hanno un timore diverso, leggero, arrogante, distratto. Mia figlia qui a Roma esce, va a casa di un' amica, torna, dice che erano in tre, e poi dice: a Bologna sto molto meno attenta. Lo so, le vorrei dire, lo sento il rumore di stoviglie.

 

Vorrei anche dirle: stattene a Bologna, non tornare fino a quando tutto questo non sarà finito.

 

E vorrei dire a mio figlio: quando torni a casa non accarezzarmi più, non giochiamo più con la playstation, non mangiamo più insieme, fino a quando tutto questo non sarà finito.

 

elena stancanelli e francesco piccolo

Non ho il coraggio di dirlo, e del resto me ne vergognerei. E spero che loro non leggano queste parole. Ma è quello che penso. Queste storie le abbiamo già sentite, e abbiamo sentito che alcune sono finite in modo tragico. L' amore per i figli si esprime anche in questo modo, attraverso questa paura; perché non ho solo paura di ammalarmi per colpa loro, ma ho paura che loro pensino, o sappiano, che io mi sarò ammalato per colpa loro. Ho paura che loro sentano il peso dell' essere la causa di quello che è successo.

elena stancanelli francesco piccolo

 

In fondo non ho davvero paura di ammalarmi; ma non voglio ammalarmi per colpa di un figlio.

pasolinipasolini

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